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The Pitt: 15 ore nella trincea di un Pronto Soccorso

Il medical drama che ha trionfato agli Emmy 2025 e ai Golden Globes 2026 fa del realismo la sua cifra, smorzando la retorica e facendoci immergere in una singola (infinita) giornata tra le emergenze ospedaliere

di Jacopo Bulgarini d'Elci
03/05/2026
in Articoli, In primo piano
Cover di The Pitt per Mondoserie
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Agli Emmy 2025 The Pitt era stata la vera sorpresa. Battendo la nostra amatissima Severance. Un successo bissato ai successivi Golden Globe, dove peraltro aveva sconfitto pure Pluribus, nel frattempo entrata in lizza. Due serie visionarie e originalissime fatte a pezzi, almeno in termini di premi, da un medical drama. Ce n’era abbastanza per covare un giusto risentimento. Ne avevamo dunque atteso l’uscita italiana, a fine 2025, in ritardo di diversi mesi rispetto alla distribuzione americana su HBO, con il non nobilissimo proposito di fare un po’ di giustizia.   

Adesso vi aspettereste che dica “E invece…”. E invece no, o almeno non del tutto. The Pitt non meritava neanche per sbaglio di battere Severance (che abbiamo definito “il 1984 del nostro tempo dissociato”) o la magica Pluribus come miglior dramma. E no, neanche nella sfida tra i protagonisti: con tutta la simpatia e il rispetto, il buon Noah Wyle non è degno di allacciare i calzari all’Adam Scott in stato di (dis)grazia alla prese con le angoscianti scissioni tra vita e lavoro.   

Però. Però la visione della prima stagione (su Sky / NOW) e poi il suo approdo su HBO Max, dove tra gennaio e aprile 2026 è andata in onda pure la stagione 2, ci ha costretto ad ammettere almeno una cosa. The Pitt gioca benissimo la sua partita, e si afferma come il migliore medical che ci sia capitato di vedere. Pur ammettendo di non bazzicare molto il genere, con l’eccezione del delirante ed esilarante Doctor Odyssey di Ryan Murphy e, qualche anno prima, del cupo Five Days at Memorial. 

Realismo asciutto, unità di tempo e spazio, coralità, messa in scena chirurgica: come avremo modo di dire meglio dopo, lo show ti trascina in un pronto soccorso post-pandemico. E non molla più la presa. 

Cos’è The Pitt: autori, formato, ambizione

Creato da R. Scott Gemmill per HBO Max e prodotto con John Wells e Noah Wyle – triade che incrocia l’eredità di ER con una sensibilità contemporanea – The Pitt segue, in ciascuna delle sue (fin qui) due stagioni, un unico turno in pronto soccorso. Quindici episodi, quindici ore consecutive, dalle 7 alle 22. Niente “case of the week” sfilacciati: un arco unico, continuo, in cui i personaggi entrano ed escono come in un teatro d’emergenza. 

Una parola sul nome più forte in produzione, quello di Wells: è il signore che ha sviluppato Shameless, coprodotto ER e Animal Kingdom, preso le redini di The West Wing dopo l’uscita di scena di Aaron Sorkin… Insomma grandissimo mestiere, che anche qui si vede tutto!

Wyle, gli spettatori adulti lo ricordano, era stato tra i protagonisti appunto di ER, medical drama ideato da Michael Crichton e andato in onda ininterrottamente – con enorme successo globale – dal 1994 al 2009, nell’epoca trasformativa della tv dalla dimensione del telefilm a quella più propriamente seriale. Lì interpretava il giovane medico John Carter. Qui – gli anni sono passati – è il maturo Michael “Robby” Robinavitch, direttore del pronto soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Center. Soprannominato (parliamo dell’ospedale, non del protagonista) “the Pitt” (il pozzo) dallo staff. Medici, specializzandi, infermieri, sanitari che tengono in piedi – con forze insufficienti – la durissima prima linea dell’emergenza.

La serie è stata accolta con entusiasmo da critica e pubblico. Al suo debutto ha raccolto premi pesanti. Miglior Serie Drammatica, interpretazioni (Wyle, Katherine LaNasa, il guest Shawn Hatosy), casting agli Emmy 2025. Miglior serie drammatica e miglior attore ai Golden Globes 2026. Ma l’ambizione vera sta nell’impianto complessivo. Non tanto nel cosa della storia, ma nel come si decide di raccontarla. 

Un giorno che sembra una vita (o una stagione)

Il primo aspetto da mettere in luce è legato a un’idea molto forte di messa in scena. La scelta di The Pitt è quella di una stringente unità di tempo. In ambo le stagioni, 15 episodi raccontano 15 ore. Consecutive. Una giornata di lavoro, dalle 7 del mattino alle 10 di sera, che diventa un unico estenuante turno quando un’emergenza (beh, un’emergenza più grossa del solito) impone al personale di restare in overtime. 

Nella prima stagione, all’inizio del turno Robby (Wyle) accoglie quattro nuovi arrivati: due studenti di medicina, Victoria Javadi (Shabana Azeez) e Dennis Whitaker (Gerran Howell); una giovane tirocinante, Trinity Santos (Isa Briones); e la specializzanda di secondo anno Melissa “Mel” King (Taylor Dearden, figlia del leggendario Bryan Cranston di Breaking Bad).

Nel corso delle quindici ore successive, i nuovi membri del team vengono travolti dal ritmo feroce dell’emergenza: casi complessi, decisioni rapide, pazienti che cambiano condizione in pochi istanti, famiglie distrutte che affollano i corridoi. Guidati da Robby e dal nucleo storico del reparto — la capoinfermiera Dana Evans (Katherine LaNasa), e i resident Cassie McKay (Fiona Dourif), Samira Mohan (Supriya Ganesh), Heather Collins (Tracy Ifeachor) e Frank Langdon (Patrick Ball) — imparano cosa significhi davvero lavorare in un ER sottofinanziato, sovraccarico e sempre a un passo dal collasso.

Mentre il reparto combatte contro il caos quotidiano, Robby affronta un dolore più intimo: il riemergere dei ricordi legati alla morte del suo mentore, scomparso proprio in quel pronto soccorso nel pieno della pandemia di COVID. L’anniversario di quella perdita — e il fantasma morale lasciato dal trauma — aleggia sopra la sua giornata, rendendo quel turno già impossibile un banco di prova emotivo oltre che professionale.

The Pitt, Aristotele, il realismo della messa in scena

Quest’eccezionale consistenza temporale non è casuale. The Pitt sceglie il rispetto rigoroso delle tre unità aristoteliche: oltre a quella di tempo, quelle di spazio e azione. Tutto avviene nei soli ambienti del Pronto Soccorso. Sono rari e sempre circostanziati gli sconfinamenti in luoghi peraltro quasi sempre adiacenti: la sala d’attesa; lo spiazzo d’ingresso; nella prima e ultima puntata della prima stagione, il tetto. Altri piani non ci vengono mostrati, e così gli altri reparti pur menzionati e narrativamente coinvolti. Solo alla fine del massacrante super-turno alcuni dei nostri si ritrovano fuori dall’ospedale, nel parco dirimpetto, a bere una birra in un momento di decompressione. 

Analogo discorso vale per l’azione. Non vi sono digressioni, nulla si mostra di ciò che accade al di fuori del Pronto Soccorso. A un certo punto uno dei medici conclude anticipatamente il turno e va a casa: esce letteralmente di scena, e anche nella successiva emergenza di massa risulterà irreperibile. Assente.  

Coerentemente, gli autori scelgono una messa in scena rigorosamente realistica. Salvo che per i titoli di coda, non vi è colonna sonora extradiegetica. Solo i rumori del lavoro: monitor, barelle, guanti, ferri, il mormorio delle postazioni, urla, una madre che piange. È la colonna sonora più onesta possibile. Il contrario del patetismo alla Grey’s Anatomy. O delle percussioni drammatizzanti e “adrenaliniche” di ER.

Il reparto, the Pitt, è uno spazio di lavoro meticolosamente ricostruito, con i suoi difetti, con la sua usura. Un set come un organismo vivo, fotografia e luci pensate per restituire profondità di campo e simultaneità d’azione, riprese in continuità per accentuare la pressione del tempo. L’effetto è di una credibilità rara: abbastanza dura da essere perturbante, abbastanza sobria da non scadere nel gore. Un trionfo della verosimiglianza.

ER vs The Pitt: continuità e scarto

Il paragone con ER è inevitabile. E non solo perché The Pitt nasce proprio da lì: da un tentativo — iniziale, concreto — di riportare in vita un gran successo della tv americana. L’idea originale di Wells, Gemmill e Noah Wyle era infatti quella di costruire uno spin-off incentrato sul dottor Carter, ruolo che aveva reso celebre Wyle negli anni Novanta. Ma i diritti dell’opera, gestiti dagli eredi di Michael Crichton, hanno reso impossibile qualsiasi revival. Quel progetto è naufragato, ma è rimasta la domanda da cui era partito: ha senso, oggi, tornare al medical drama?

Per Wyle sì, eccome. Negli anni della pandemia il suo account Instagram è stato inondato di messaggi da medici, infermieri, paramedici: persone che raccontavano la fatica, la sfiducia crescente nel pubblico, l’ostilità dei pazienti, la disinformazione alimentata da Internet. Molti gli scrivevano che ER li aveva spinti a scegliere quella professione, salvo poi ritrovarsi in un sistema allo stremo. Wyle ha condiviso quei messaggi con Wells, e da lì è nata la decisione di tornare — ma senza nostalgie. Serviva un nuovo linguaggio per un nuovo mondo sanitario.

Ecco allora lo scarto: se ER ha inventato un canone, The Pitt lo rifonda sul presente. Modificando ritmo, linguaggio, modi del racconto. Diminuendo la retorica. Evitando le scorciatoie. Le emozioni non vengono dichiarate o sventolate, ma prodotte dal lavoro, dalla stanchezza, dagli errori, dalla frizione fra persone costrette a decidere troppo in fretta. Dal riaprirsi di vecchie ferite. 

Una curiosità. In ER il giovane dott. Carter dovette affrontare una vicenda di dipendenza. In The Pitt a doverlo fare – nel ponte tra prima e seconda stagione – è il dott. Langdon. E a guidarlo c’è proprio il nuovo personaggio di Noah Wyle, ormai maturato.  Continuità e scarto, appunto.

Il plauso della comunità medica

Uno dei punti di forza di The Pitt è la scelta di un cast capace, compatto, privo di “divi” ingombranti, costruito come un vero ensemble. Noah Wyle guida la squadra con una presenza solida, asciutta: non è un attore “bigger than life” e negli anni il suo profilo si è fatto più affilato, segaligno, meno piacione. Tiene insieme reparto, casi e persone più per abitudine alla fatica che per slanci eroici. Accanto a lui brilla Katherine LaNasa, capo infermiera esperta e lucidissima: personaggio interpretato con un’intelligenza di sottrazione che le è valsa l’Emmy. Il resto del cast corale restituisce una credibilità fatta di ambizioni, fragilità, momenti di impaccio e lampi.

Menzione a parte (ed Emmy come guest star) per Shawn Hatosy nei panni del Dr. Jack Abbot. Veterano della medicina d’emergenza “di guerra”, porta esperienza e lucidità nelle convulse ore del climax emotivo della stagione, quando il the Pitt deve accogliere 120 vittime di una sparatoria. Abbot è notturno, quasi brutale, abituato a decisioni impossibili senza il conforto della tecnologia. Ma è anche la voce amica che offre a Robby una spalla necessaria. 

Ma l’elogio forse più gradito arriva dal mondo sanitario. Medici, infermieri e paramedici hanno accolto The Pitt come un racconto finalmente onesto del proprio lavoro. Non tanto per la correttezza delle procedure — pure meticolosa — quanto per il modo in cui la serie restituisce l’aria che si respira in pronto soccorso: la stanchezza che si accumula, le attese interminabili, la burocrazia che inceppa ogni gesto, l’ansia sottotraccia, la coda emotiva del Covid che riappare nei flashback senza retorica né compiacimento. 

Molti professionisti hanno parlato apertamente di “catarsi”. Rivedere quelle dinamiche — le frustrazioni, i casi difficili, le ferite morali — significa ritrovare una forma di riconoscimento collettivo che in questi anni è mancato.

La seconda stagione di The Pitt: la sanità sotto Trump

La stagione 2 di The Pitt conferma quello che di buono avevamo visto nella prima. Sono passati alcuni mesi, dieci per l’esattezza. La nuova giornata, sempre dalle 7 alle 22, è ambientata durante il giorno dell’Indipendenza, il 4 luglio 2026. La giornata prevede il passaggio di consegne tra Robby e la dottoressa Baran Al-Hashimi (Sepideh Moafi), che lo dovrà sostituire durante i tre mesi di aspettativa che ha preso: all’orizzonte un viaggio in moto che il nostro agogna per ritrovare se stesso (e che gli altri temono sia preludio al suo addio). La caposala Dana è tornata dopo un periodo di assenza. Il dottor Langdon è al suo primo giorno dopo la disintossicazione, ansioso di verificare quanto ci metterà a riacclimatarsi nei frenetici ritmi del pronto soccorso. I personaggi meno esperti della prima stagione sono cresciuti, e un paio di nuovi studenti di medicina si uniscono al team.

L’emergenza di stagione è legata alla vulnerabilità tecnologica. Dopo che alcuni altri ospedali dell’area sono stati hackerati, con richieste di riscatto economico, il Pitt decide in via precauzionale di spegnere tutti i sistemi digitali. Si torna alle lavagne scritte a mano, ai pennarelli, ai fogli di carta, ai fax. Per una sanità ormai abituata a modalità tecnologicamente avanzate a una gestione tutta elettronica dei dati, e che sta sperimentando nuovi strumenti potenziati dall’IA, è un brusco risveglio. Che permette ancora una volta di brillare ai medici “vecchia scuola”, abituati alla medicina non assistita, alla gestione dell’emergenza sul campo. A partire dr. Abbot  di Hatosy, drogato di adrenalina.

Con molta evidenza, però, questa seconda stagione di The Pitt introduce elementi che riflettono il mutato clima politico americano. Robby – il protagonista ed “eroe” – è ormai sull’orlo di una crisi di nervi. Ma due elementi narrativi traducono il burrascoso periodo statunitense. Il primo è esplicito: a metà stagione irrompono nel pronto soccorso due agenti dell’ICE, l’ormai famigerato dipartimento di controllo dell’immigrazione che l’amministrazione Trump ha trasformato in una sorta di inquietante corpo paramilitare con cui terrorizzare le comunità straniere, specie nelle città Democratiche. Un momento di grande tensione che dà forma precisa al clima di paura che si respira in molte parti d’America. 

Il secondo elemento è l’erosione della protezione sanitaria pubblica: rafforzata da Obama, definanziata dai Repubblicani con Trump, si riflette in dolorose scelte personali di lavoratori con famiglia che non possono permettersi di curarsi per timore di perdere uno dei diversi lavori che fanno. O che non possono più pagare le medicine perché la coperta dell’assistenza sanitaria si è ridotta. 

Non fatevi ingannare dal calendario. La nuova presidenza Trump è iniziata pochi giorni dopo il debutto della prima stagione (gennaio 2025). È solo in questa seconda stagione, quindi, che The Pitt ha potuto dar conto narrativo delle evoluzioni – o involuzioni – della società americana che con tanto realismo ha scelto di rappresentare. In questo microcosmo così complesso che è un pronto soccorso. 

Un medical drama di rara efficacia

Tiriamo le somme. Lo avete capito: The Pitt alla fine ci è piaciuta. Ci ha preso. Parliamo di intrattenimento efficacissimo ed efficientissimo. E di televisione di ottima fattura: solida, intensa, onesta. Inizi a guardarla – per curiosità, per i premi, perché devi – e anche se non sei un super fan del genere ti ritrovi a volerne sapere di più. Le storie sono avvincenti, sapientemente intrecciate di episodio in episodio. La doppia e quasi tripla puntata che nella stagione 1 racconta la terrificante emergenza che trasforma il Pronto Soccorso in un ospedale da campo è eccellente. E la stagione 2 non delude, anzi ci porta ancora più dentro.

Poi, certo, non abbiamo cambiato idea. Che The Pitt abbia tolto a Severance l’Emmy per la miglior serie drammatica è ingiusto. Che la pronunciata mimica facciale del pur bravo Wyle abbia prevalso sul visionario abisso esistenziale e filosofico magistralmente incarnato da Adam Scott nella serie Apple è tre volte ingiusto.

Ciononostante, se amate i medical, lo show è imperdibile. Ma anche se non siete proprio amanti del genere, ci sono molte buone ragioni per cominciare a guardarlo. E ancora di più per aver voglia di proseguire. La terza stagione è attesa per l’inizio del 2027. Racconterà, di nuovo, una giornata di passione – e di pressione – di questo ER dei nostri giorni. Da quel che è dato sapere, il focus potrebbe essere ancora più esplicitamente realistico: raccontando la crisi del sistema sanitario americano… 

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Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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