Lo ammetto. Non ero particolarmente ben disposto verso The Pitt. Per due ragioni. La prima, strutturale: c’era davvero bisogno di un altro medical drama? In generale non lo so, certo non ne avevo bisogno io. La seconda, contingente: The Pitt, che da noi è uscito a fine settembre 2025 (su Sky e NOW), in ritardo di diversi mesi rispetto agli USA, era stata la sorpresa agli Emmy 2025. Dove aveva battuto nientemeno che la nostra amatissima Severance. All’epoca la cosa mi aveva indisposto parecchio. Tanto che mi ero ripromesso, come si suol dire, di sedermi accanto al fiume. E aspettare pazientemente che passasse anche qui da noi il nuovo show HBO, per vendicare il torto subito dalla serie più visionaria degli ultimi anni.
Adesso vi aspettereste che dica “E invece…”. E invece no, o almeno non del tutto. The Pitt non meritava neanche per sbaglio di battere Severance come miglior dramma. D’altra parte, il capolavoro Apple lo abbiamo definito “il 1984 del nostro tempo dissociato”. E no, neanche nella sfida tra i protagonisti: con tutta la simpatia e il rispetto, il buon Noah Wyle non è degno di allacciare i calzari all’Adam Scott in stato di (dis)grazia alla prese con le angoscianti scissioni tra vita e lavoro.
The Pitt non gioca quella partita. Però sa fare benissimo la sua: è forse il migliore medical che mi sia capitato di vedere da molti anni (poco cambia che sia l’unico, con l’eccezione del delirante ed esilarante Doctor Odyssey di Ryan Murphy). Realismo asciutto, unità di tempo e spazio, coralità, messa in scena chirurgica: come avremo modo di dire meglio dopo, lo show ti trascina in un pronto soccorso post-pandemico. E non molla più la presa. È quel genere di classico che funziona perfettamente.
Cos’è The Pitt: autori, formato, ambizione
Creato da R. Scott Gemmill per HBO Max e prodotto con John Wells e Noah Wyle – triade che incrocia l’eredità di ER con una sensibilità 2025 – The Pitt segue un unico turno in pronto soccorso: quindici episodi, quindici ore. Niente “case of the week” sfilacciati: un arco unico, continuo, in cui i personaggi entrano ed escono come in un teatro d’emergenza. Una parola sul nome più forte in produzione, quello di Wells: è il signore che ha sviluppato Shameless, coprodotto ER e Animal Kingdom, preso le redini di The West Wing dopo l’uscita di scena di Aaron Sorkin… Grandissimo mestiere, che anche qui si vede tutto!
Wyle, gli spettatori adulti lo ricordano, era stato tra i protagonisti appunto di ER, medical drama ideato da Michael Crichton e andato in onda ininterrottamente – con enorme successo globale – dal 1994 al 2009, nell’epoca trasformativa della tv dalla dimensione del telefilm a quella più propriamente seriale. Lì interpretava il giovane medico John Carter. Qui – gli anni sono passati – è il maturo Michael “Robby” Robinavitch, direttore del pronto soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Center, soprannominato “the Pitt” (il pozzo) dal suo staff. Medici, specializzandi, infermieri, sanitari che tengono in piedi – con forze insufficienti – una baracca che fa sentire inquietanti scricchiolii.
La serie è stata accolta con entusiasmo dalla critica, e pure dal pubblico, con l’immediato rinnovo per una seconda stagione. Al suo debutto, forte di 15 tesi episodi di durata variabile (40-60 minuti), ha raccolto premi pesanti. Miglior Serie Drammatica, interpretazioni (Wyle, Katherine LaNasa, il guest Shawn Hatosy), casting. Ma l’ambizione vera sta nell’impianto complessivo. Non tanto nel cosa della storia, ma nel come si decide di raccontarla.
Un giorno che sembra una vita (o una stagione)
Il primo aspetto da mettere in luce è così legato a un’idea molto forte di messa in scena. La scelta di The Pitt è quella di una stringente unità di tempo. I 15 episodi raccontano 15 ore, consecutive. Una giornata, dalle 7 del mattino alle 10 di sera, che diventa un unico estenuante turno quando un’emergenza (beh, un’emergenza più grossa del solito) impone al personale di restare in overtime.
All’inizio del turno, Robby (Wyle) accoglie quattro nuovi arrivati: due studenti di medicina, Victoria Javadi (Shabana Azeez) e Dennis Whitaker (Gerran Howell); una giovane tirocinante, Trinity Santos (Isa Briones); e la specializzanda di secondo anno Melissa “Mel” King (Taylor Dearden).
Nel corso delle quindici ore successive, i nuovi membri del team vengono travolti dal ritmo feroce dell’emergenza: casi complessi, decisioni rapide, pazienti che cambiano condizione in pochi istanti, famiglie distrutte che affollano i corridoi. Guidati da Robby e dal nucleo storico del reparto — la capoinfermiera Dana Evans (Katherine LaNasa), e i resident Cassie McKay (Fiona Dourif), Samira Mohan (Supriya Ganesh), Heather Collins (Tracy Ifeachor) e Frank Langdon (Patrick Ball) — imparano cosa significhi davvero lavorare in un ER sottofinanziato, sovraccarico e sempre a un passo dal collasso.
Mentre il reparto combatte contro il caos quotidiano, Robby affronta un dolore più intimo: il riemergere dei ricordi legati alla morte del suo mentore, scomparso proprio in quel pronto soccorso nel pieno della pandemia di COVID. L’anniversario di quella perdita — e il fantasma morale lasciato dal trauma — aleggia sopra la sua giornata, rendendo quel turno già impossibile un banco di prova emotivo oltre che professionale.
The Pitt, Aristotele, il realismo della messa in scena
Quest’eccezionale consistenza temporale non è casuale. The Pitt sceglie il rispetto rigoroso delle tre unità aristoteliche: oltre a quella di tempo, quelle di spazio e azione. Tutto avviene nei soli ambienti del Pronto Soccorso. Sono rari e sempre circostanziati gli sconfinamenti in luoghi peraltro quasi sempre adiacenti: la sala d’attesa; lo spiazzo d’ingresso; nella prima e ultima puntata, il tetto. Altri piani non ci vengono mostrati, e così gli altri reparti pur menzionati e narrativamente coinvolti. Solo alla fine del massacrante super-turno alcuni dei nostri si ritrovano fuori dall’ospedale, nel parco dirimpetto, a bere una birra in un lungamente agognato momento di decompressione.
Analogo discorso vale per l’azione. Non vi sono digressioni, nulla si mostra di ciò che accade al di fuori del Pronto Soccorso. A un certo punto uno dei medici conclude anticipatamente il turno e va a casa: esce letteralmente di scena, e anche nella successiva emergenza di massa risulterà irreperibile. Assente.
Coerentemente, gli autori scelgono una messa in scena rigorosamente realistica. Salvo che per i titoli di coda, non vi è colonna sonora extradiegetica. Solo i rumori del lavoro: monitor, barelle, guanti, ferri, il mormorio delle postazioni, una madre che piange dietro un vetro. È la colonna sonora più onesta possibile. Il contrario del patetismo alla Grey’s Anatomy. O delle percussioni drammatizzanti di ER.
Il reparto, the Pitt, è uno spazio di lavoro meticolosamente ricostruito, con i suoi difetti, con la sua usura. Un set costruito come un organismo vivo, fotografia e luci pensate per restituire profondità di campo e simultaneità d’azione, riprese in continuità per accentuare la pressione del tempo. L’effetto è di una credibilità rara: abbastanza dura da essere perturbante, abbastanza sobria da non scadere nel gore. È televisione “ingegnerizzata” sulla verosimiglianza.
ER vs The Pitt: continuità e scarto
Il paragone con ER è inevitabile. E non solo perché The Pitt nasce proprio da lì: da un tentativo — iniziale, concreto — di riportare in vita un gran successo della tv americana. L’idea originale di Wells, Gemmill e Noah Wyle era infatti quella di costruire uno spin-off incentrato sul dottor Carter, ruolo che aveva reso celebre Wyle negli anni Novanta. Ma i diritti dell’opera, gestiti dagli eredi di Michael Crichton, hanno reso impossibile qualsiasi revival. Quel progetto è naufragato, ma è rimasta la domanda da cui era partito: ha senso, oggi, tornare al medical drama?
Per Wyle sì, eccome. Negli anni della pandemia il suo account Instagram è stato inondato di messaggi da medici, infermieri, paramedici: persone che raccontavano la fatica, la sfiducia crescente nel pubblico, l’ostilità dei pazienti, la disinformazione alimentata da Internet. Molti gli scrivevano che ER li aveva spinti a scegliere quella professione, salvo poi ritrovarsi in un sistema allo stremo. Wyle ha condiviso quei messaggi con Wells, e da lì è nata la decisione di tornare — ma senza nostalgie. Serviva un nuovo linguaggio per un nuovo mondo sanitario.
Ecco allora lo scarto: se ER ha inventato un canone, The Pitt lo rifonda sul presente. Modificando ritmo, linguaggio, modi del racconto. Diminuendo la retorica. Evitando le scorciatoie. Le emozioni non vengono dichiarate o sventolate, ma prodotte dal lavoro, dalla stanchezza, dagli errori, dalla frizione fra persone costrette a decidere troppo in fretta. Dal riaprirsi di vecchie ferite.
Una curiosità. In ER il giovane dott. Carter dovette affrontare una vicenda di dipendenza. In The Pitt a doverlo fare – in chiara proiezione verso la già annunciata seconda stagione – è il dott. Langdon. E a guidarlo c’è proprio il nuovo personaggio di Noah Wyle, ormai maturato. Continuità e scarto, appunto.
Il plauso della comunità medica
Uno dei punti di forza di The Pitt è la scelta di un cast capace, compatto, privo di “divi” ingombranti e costruito invece come un vero ensemble. Noah Wyle guida la squadra con una presenza solida, asciutta: non è un attore “bigger than life” e negli anni il suo profilo si è fatto più affilato, meno piacione. Tiene insieme reparto, casi e persone più per abitudine alla fatica che per slanci eroici. Accanto a lui brilla Katherine LaNasa, capo infermiera esperta e lucidissima: personaggio interpretato con un’intelligenza di sottrazione che le è valsa l’Emmy. Il resto del cast corale restituisce una credibilità fatta di ambizioni, fragilità, momenti di impaccio e lampi.
Menzione a parte (ed Emmy come guest star) per Shawn Hatosy nei panni del Dr. Jack Abbot. Veterano della medicina d’emergenza “di guerra”, porta esperienza e lucidità nelle convulse ore del climax emotivo della stagione, quando il the Pitt deve accogliere 120 vittime di una sparatoria. Abbot è notturno, quasi brutale, abituato a decisioni impossibili senza il conforto della tecnologia. Ma è anche la voce amica che offre a Robby una spalla necessaria.
Ma l’elogio forse più gradito arriva dal mondo sanitario. Medici, infermieri e paramedici hanno accolto The Pitt come un racconto finalmente onesto del proprio lavoro. Non tanto per la correttezza delle procedure — pure meticolosa — quanto per il modo in cui la serie restituisce l’aria che si respira in pronto soccorso: la stanchezza che si accumula, le attese interminabili, la burocrazia che inceppa ogni gesto, l’ansia sottotraccia, la coda emotiva del Covid che riappare nei flashback senza retorica né compiacimento.
Molti professionisti hanno parlato apertamente di “catarsi”. Rivedere quelle dinamiche — le frustrazioni, i casi difficili, le ferite morali — significa ritrovare una forma di riconoscimento collettivo che in questi anni è mancato.
E quindi, The Pitt?
Tiriamo le somme. Lo avete capito: The Pitt alla fine ci è piaciuta. Ci ha preso. Parliamo di intrattenimento efficacissimo ed efficientissimo. E di televisione di ottima fattura: solida, intensa, onesta. Inizi a guardarla – per curiosità, per i premi, perché devi – e anche se non sei un super fan del genere ti ritrovi a volerne sapere di più. Le storie sono avvincenti, sapientemente intrecciate di episodio in episodio. La doppia e quasi tripla puntata che racconta la terrificante emergenza che trasforma il Pronto Soccorso in un ospedale da campo è eccellente.
Poi, certo, non abbiamo cambiato idea. Che The Pitt abbia tolto a Severance l’Emmy per la miglior serie drammatica è ingiusto. Che le faccette del pur solido Wyle abbiano prevalso sul visionario abisso esistenziale e filosofico magistralmente incarnato da Adam Scott è tre volte ingiusto.
Ciononostante, se amate i medical, è imperdibile. Ma anche se non siete proprio amanti del genere, ci sono molte buone ragioni per cominciare a guardare lo show. E ancora di più per aver voglia di proseguire. La seconda stagione è attesa per i primi mesi del 2026, almeno negli States. Racconterà, di nuovo, una giornata di passione – questa volta ambientata il 4 luglio, il mitico Independence Day in cui gli americani celebrano la ribellione dal dominio coloniale inglese.
Un medical drama che più diverso non si può: Doctor Odyssey

















