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Perché, perché, perché hanno cancellato Doctor Odyssey?

La serie era una festa a tema, rumorosa e sfrontata: E.R. che balla con Love Boat, Grey’s Anatomy in pareo. La rileggiamo, con la guida di Oscar Wilde

di Jacopo Bulgarini d'Elci
08/10/2025
in Articoli
Cover di Doctor Odyssey per Mondoserie
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La domanda è retorica e insieme sincerissima: perché toglierci la nostra dose settimanale di kitsch gioioso e geniale? Doctor Odyssey è stata cancellata dopo una sola, lunghissima stagione (18 episodi su ABC a cavallo tra 2024 e 2025, da noi qualche mese dopo su Disney+). Ma nel frattempo aveva fatto in tempo a ricordarci una verità che Oscar Wilde enunciò molto tempo fa: “Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze”. Qui l’apparenza è tutto — luci da nave da crociera extra lusso, infermeria con strumenti dorati, capitano saggio e seducente (Don Johnson, sì), triangoli amorosi che scintillano come la scia della nave al tramonto — e proprio per questo diventa sostanza. 

La serie era una festa a tema, rumorosa e sfrontata: E.R. che balla con Love Boat, Grey’s Anatomy in pareo. Cancellarla “per scadenza delle opzioni del cast” suona burocratico, e culturalmente è persino peggio. In tempi di drammi pesantissimi e prestige television fin troppo seria, Doctor Odyssey praticava il controcanto del piacere puro, del feuilleton pop che sa di essere tale. E lo esibisce con malizia. Sotto la patina? Un catalogo (post)moderno delle nostre ossessioni: salute, benessere, identità, fame di fama, corpi come progetti infiniti. 

“È solo nelle frivolezze della vita che è possibile trovare un po’ di serietà”, scriveva sempre Wilde. Ecco, appunto: invochiamo il divino autore de “Il ritratto di Dorian Gray”, “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, “Il ventaglio di lady Windermere”, perché con la sua magnifica levità ci aiuti a superare il trauma della fine di questo show. 

Doctor Odissey è finita. Peccato: avremmo voluto restare a bordo ancora un po’.

Cos’è Doctor Odyssey: chi, dove, come

Creata da Ryan Murphy con Jon Robin Baitz e Joe Baken, prodotta da Ryan Murphy Television e 20th Television, Doctor Odyssey è un medical drama ambientato su una lussuosa nave da crociera, The Odyssey. Protagonista è Dr. Max Bankman (Joshua Jackson, Fringe, Dawson’s Creek), medico nuovo di bordo; con lui la nurse practitioner Avery Morgan (Phillipa Soo), l’infermiere Tristan Silva (Sean Teale, Skins) e il capitano Robert Massey (il mitico Don Johnson di Miami Vice e Watchmen). 

Una compagnia principale ben oliata, a cui si aggiunge una pioggia di guest star che spazia da Shania Twain a John Stamos, da Amy Sedaris a Margo Martindale, fino al crossover con Angela Bassett nel ruolo di Athena Grant-Nash (da 9-1-1). Messa in onda su ABC e poi su Hulu, la serie ha esordito con ascolti robusti (debutto più visto per un drama ABC in quattro anni). Puntando su un tono dichiaratamente “soap & bisturi”: casi medici estremi, romanticismo a rotazione, disastri improbabili, umorismo camp. La confezione è patinata (41–43 minuti a episodio, fotografia lucida, montaggio brioso), la scrittura alterna puntate autoconclusive e archi relazionali. 

L’idea di fondo è semplice ma fertile: quando il pronto soccorso è a mille miglia dalla costa, ogni decisione pesa il doppio. E mentre il mare riluce e l’infermeria sfavilla come un set hollywoodiano, riecheggia Wilde: “La moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”. Dentro questo gioco di apparenze, Doctor Odyssey trova paradossalmente la sua verità: l’eccesso come forma più autentica di realtà.

Ryan Murphy, il dandy del grottesco (e perché questo show gli assomiglia)

Di Nip/Tuck ha tenuto l’ossessione per il corpo; di American Horror Story la passione per l’eccesso; di American Crime Story l’istinto per l’attualità pop; di The Watcher, Hollywood, Ratched la calligrafia glamour e la cinefilia camp. Ryan Murphy è, da vent’anni, l’autore che meglio orchestra il grottesco americano: alto e basso, tragico e ridicolo, lacrima e eye-liner.

Doctor Odyssey distilla tutto questo in un dispositivo perfetto. Uno spazio chiuso (la nave), una comunità fluttuante (ospiti e equipaggio), un’urgenza continua (malattie, imprevisti, scandali). E una messinscena che teatralizza il quotidiano. Murphy firma il concept, scrive parecchi episodi, dirige, affida ad alleati storici la regia: tutto parla la sua lingua. Persino la “colpa” maggiore — l’azzardo dell’iperbole — è coerente. Non è realismo clinico: è melodramma cinico. Non è verosimile: è verosimigliante al nostro immaginario. 

La crociera, da cliché turistico, diventa palcoscenico del contemporaneo. Wellness guru e diet culture, chirurgia estetica come progetto identitario, influencer e solitudini lucenti, famiglie queer e famiglie rotte, spring break e spiritualità prêt-à-porter. 

Wilde, ancora: “La verità è raramente pura e mai semplice”. Murphy lo sa: dunque la piega, la trucca, la mette in scena. Non per ingannare, ma per rivelare — col filtro del kitsch — ciò che il naturalismo spesso non vede: il desiderio come forza che muove trama, corpi, potere.

Il postmoderno di Doctor Odyssey: un catalogo di ossessioni

Dentro Doctor Odyssey c’è la lista della spesa del presente. Sulla immensa nave si susseguono settimane tematiche che mappano tribù e fedi: Singles Week, Plastic Surgery Week, Wellness Week, Spring Break, Cheer Week, Casino Week. Ogni micro-mondo porta riti, linguaggi, dilemmi etici. 

La salute è storytelling: un’influencer del benessere e la rivale “olistico-guru”, il “Ken umano” e la chirurgia come autorialità del corpo, la madre che mente sul cancro per trattenere un amore, la coppia che si sposa in mare e scopre che la verità non naviga bene. Poi il caos: epidemie a bordo, avarie, rapine, orche e squali (sì), black-out, mare grosso, perfino “mistery” tra le cabine. L’iperbole non è un vezzo: è un algoritmo. 

Se i generi si consumano, Murphy li centrifuga fino a trovare nuove consistenze. Il medical diventa screwball, il romance vira al melodramma, il disaster è una black comedy. E nel cuore, il triangolo Max-Avery-Tristan: desiderio e deontologia, gelosie, fraintendimenti, lutti, ripensamenti. Non c’è “profondità” in senso tradizionale; c’è, piuttosto, una profondità epidermica: la superficie come scena dove la società recita se stessa. 

“Amo parlare di niente, è l’unico argomento di cui so tutto”, scriveva Wilde. Doctor Odyssey parla, apparentemente, di “niente” — e nel farlo colleziona i “tutti” del nostro tempo.

Manuale psicotico di piacere seriale

L’arte di Doctor Odyssey è l’episodio autosufficiente che scivola in arco narrativo. Ve lo restituisco così, col medesimo ritmo forsennato di un accumulo sfrenato e allegramente fastoso. Elencando spunti e temi di alcune puntate. 

Episodio pilota: medicine, COVID backstory, uomo in mare, chirurgia in emergenza, bacio sfiorato. 

Singles Week: sincope chimica, sinfonia di contagi sentimentali, il capitano tra eros e infarto.

Plastic Surgery Week: la regina delle cliniche, narici sacrificate alla coca, crioterapia fatale, Huntington che abbatte una madre, e la fraseologia perfida che solo Murphy sa scrivere.

Shark Attack! e poi …Part 2: Orca!: l’animale come blockbuster, la paura come rito collettivo.

Casino Week col crossover di 9-1-1: Athena intrappolata a bordo, crime & ER & screwball in un unico set. 

Hot Tub Week: cheerleader e farmaci ADHD, un twist medico che diventa etico, e il capitano alle prese con il fuoco di Sant’Antonio e i suoi fantasmi. 

Fino al dittico finale The Wave / The Wave, Part 2: l’onda distruttiva come dispositivo apocalittico ed emotivo. 

Il bello non è “credere” a tutto; è volerci credere pur sapendo che è un gioco. La televisione come una giostra: lo sai, e ci torni. Il segreto? Ritmo, faccia tosta, e una cura maniacale per tempi comici e patetici.

Wilde again, e siamo quasi all’ultimo giro: “La vita è troppo importante per essere presa sul serio”. Già! Ed ecco perché Doctor Odyssey funzionava così bene.

Doctor Odyssey: perché ci mancherà

La cancellazione “per scadenza opzioni” è la pietra tombale insopportabilmente prosaica di un oggetto così genuinamente barocco. Ma Doctor Odyssey — con ascolti d’esordio forti, fandom in crescita, e quell’aria da guilty pleasure senza sensi di colpa — meritava un’altra stagione. Non perché “elevata”, ma perché onesta: dichiarava il proprio patto col pubblico (divertirti) e lo rispettava con un surplus di stile. 

Nella serialità iper-prestigiosa d’oggi, dove l’ansia di significato può appesantire ogni inquadratura, una leggerezza competente è un bene raro. E questa serie lo era: una macchina di piacere pop, consapevole e sfrontata, costruita da un autore che del grottesco ha fatto lingua. 

Se n’è andata una piccola, sfavillante anomalia. La ricorderemo per i suoi eccessi, certo; ma anche per come, tra un’intubazione e un tramonto, ci ha fatto pensare al nostro bisogno di vedere — e di farci vedere. Con le nostre identità, i nostri desideri, le nostre ossessioni. 

Oscar Wilde ci saluta dal ponte: “Posso resistere a tutto tranne che alla tentazione”. Anche noi. Se Doctor Odyssey tornasse, saliremmo a bordo senza esitazioni. 

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Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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