The Beast in Me (Netflix, 2025) è una sontuosa miniserie statunitense, composta da otto episodi, dai 45 ai 55 minuti circa, ideata da Gabe Rotter (X Files), che vede come showrunner Howard Gordon (Homeland, 24). Tra i produttori esecutivi Conan O’Brien e Jodie Foster (True Detective), tra i registi Antonio Campos (The Sinner).
Questo “thriller psicologico sulle maschere che indossiamo per sopravvivere” (secondo la definizione dello stesso autore) vanta una coppia di protagonisti d’eccezione: Claire Danes (già Emmy e Golden Globe per Homeland) e Matthew Rhys (The Americans). Le cui interpretazioni – che inscenano un duello ad alta tensione – sono state considerate dalla critica pressoché all’unanimità “eccellenti” (Rotten Tomatoes). Come potrebbe dire qualcuno: la paranoia di Homeland e The Americans in chiave thriller da vicinato (qui l’articolo di Mondoserie sulla paranoia americana post 11 settembre)…
Oyster Bay, New York. Agatha Wiggs (Claire Danes), premio Pulitzer da anni in crisi in seguito alla tragica morte del figlio, investito da un’auto guidata da un ragazzo forse ubriaco. Che scopre il suo nuovo vicino di casa – in una ricca zona residenziale circondata da un’area boschiva – essere il famoso e famigerato Nile Jarvis (Matthew Rhys), magnate immobiliare sospettato per la misteriosa scomparsa della prima moglie. Costretto dai continui pettegolezzi ad allontanarsi da New York assieme alla nuova moglie Nina (Brittany Snow – The Night Agent), Jarvis è un uomo al contempo brillante e oscuro, magnetico e inquietante.
Agatha ‘Aggie’ Wiggs e Nile Jarvis
‘Aggie’ è una scrittrice omosessuale che vive una vita depressa e solitaria. Lasciata dalla moglie, cerca invano di scrivere il suo secondo libro. E di replicare così il successo del precedente Sick Puppy: A Letter to My Father. Non essendo mai riuscita ad elaborare il suo lutto, vive bloccata tra rabbia, frustrazione (la tragedia venne archiviata come un incidente) e sensi di colpa inespressi.
In una casa troppo grande, dai cui rubinetti esce un disgustoso liquido color ruggine. Fissando le pagine bianche di un romanzo biografico su Ruth Bader Ginsburg e Antonin Scalia, due giudici della Corte Suprema. Un libro di cui continua a rimandare la consegna, mentendo spudoratamente al suo editore. Un’opera che non ha in realtà nessuna voglia di scrivere. Aggie è vagamente consapevole di aver finito soldi e ispirazione. È allora che entra in scena il suo nuovo vicino di casa.
Se la casa di Agatha Wiggs cade, per così dire, a pezzi come la sua proprietaria – il cattivo odore, la muffa lungo i muri ecc. -, quella di Nile Jarvis è una sorta di showroom da esposizione altamente funzionale. Con un sistema di sicurezza il cui allarme è oltre misura assordante. Con feroci cani da guardia che irrompono nel giardino di lei. E con la proposta di lui per costruire nel bosco un percorso da jogging. Ovviamente a sue spese. Proposta firmata senza storie da tutti i vicini. Tutti, tranne Aggie. “Dovrei frequentare più lesbiche…” commenta sarcastico lui.
The Beast in Me: paura e desiderio
Nile Jarvis suscita in lei repulsione e curiosità. Che diventeranno paura e desiderio. Lei è l’unica ad opporsi alla sua pista asfaltata. E lui l’unico a non rispettare il suo desiderio di essere lasciata in pace. Dopo i primi tumultuosi e fulminei screzi, un inaspettato invito a pranzo farà scattare la scintilla. Niente di sentimentale né tanto meno sessuale, per carità. L’attrazione tra i due è di tutt’altro tipo. “C’è attrito, tensione, ma non è sessuale. Questo la rende diversa da altre storie simili. Si vogliono divorare, ma non a letto” dice l’attrice protagonista.
Aggie e Nile non potrebbero essere più diversi tra loro, eppure hanno in comune qualcosa di unico: sono entrambi perseguitati e feriti dalla morte di una persona cara. La morte del piccolo Cooper, per cui Teddy Fenig – che per Aggie è l’unico colpevole della tragedia – non ha mai pagato alcun prezzo. La scomparsa di Madison, per cui il ricco e antipatico palazzinaro di New York è da tutti considerato un assassino.
Sono entrambi, in un certo senso, compromessi dagli eventi. È come se si riconoscessero. Aggie ha un’intuizione folle: vuole scrivere la biografia di lui, promettendo di dargli finalmente voce dopo la gogna mediatica. Nile è titubante, ma è sicuro di sé e di poterla manipolare. Accetta.
Nasce tra loro una relazione che è una lunga intervista editoriale e anche un’indagine personale. Perché Aggie vuole scoprire se lui ha davvero ucciso sua moglie. Il padre di lui (Jonathan Banks – Better Call Saul) vede di pessimo occhio questo accordo, impegnato com’è nella costruzione di un gigantesco complesso abitativo a New York. Osteggiato da una giovane politica a favore di un’edilizia più popolare. E il padre ha un peso enorme nella vita di Nile.
La trama si complica
La trama, come è evidente, si complica. Speculazioni edilizie, corruzione, politica. Ingombranti figure paterne (non è un caso che Nile sia un fan del primo libro della Wiggs). Una notte, qualcuno bussa alla porta sul retro della casa di Aggie: è un agente dell’FBI (David Lyons – Philip K. Dick’s Electric Dreams), visibilmente ubriaco, che le dice di fare molta attenzione: “Nile Jarvis is not like us…”
Ma ciò che complica drammaticamente la situazione è l’improvvisa scomparsa di Teddy, il ragazzo tanto odiato da Aggie. Che scompare proprio il giorno dopo che lei si è confidata con Jarvis. Sta forse avendo a che fare con un pericoloso psicopatico assassino seriale?
Paura e desiderio. Più lui dimostra di essere materiale dannatamente interessante – vera e propria dinamite – per il libro, più lei ne rimane attratta e spaventata. Scavare nella psiche di Nile Jarvis la costringe anche a fare i conti con i pezzi della sua. Più lei scava nel passato del vicino, più si trova costretta a confrontarsi con il proprio. E più cerca la bestia che è dentro di lui, più trova quella che urla dentro di lei… “La verità è che i nostri avversari ci servono, vivi e vegeti. Perché senza di loro non ci resta che affrontare noi stessi” suggerisce Aggie. The Beast in Me.
La bestia – dal titolo di un brano di Johnny Cash – è in entrambi i protagonisti di questa potenziale oscura ballata psicologica. The beast in me / Has had to learn to live with pain / And how to shelter from the rain / And in the twinkling of an eye / Might have to be restrained
The Beast in Me: crepe, ferite e impulsi viscerali
Potenziale. The Beast in Me avrebbe potuto essere un gioiello thriller noir. Ma, ahimè!, così è stato solo nelle intenzioni. Nelle intenzioni tutto si gioca nella sottile partita a due tra Nile e Aggie, sorretta dalle superbe interpretazioni dei due attori. Poco a poco lei esce dall’ovattata apatia degli ultimi anni, saltando senza soluzione di continuità dall’ossessione al terrore. In lui poco a poco iniziano a vedersi le prime crepe, formatesi per la pressione che subisce dall’esterno (il padre) e dall’interno (la bestia? o è sempre il padre?).
“La sua attrattiva deriva dalla sua vulnerabilità e dalla sua capacità di nascondere le proprie crepe” spiega Rhys. Arrogante, cinico e spietato. Eppure anche così fragile e insicuro. Un uomo vulnerabile e agghiacciante. “I suoi impulsi vengono da un torto che sente gli è stato fatto, soprattutto da bambino. E la sua ferita originaria è da ricercarsi nel rapporto con il padre…” dice l’attore. “Aggie ha qualità contrastanti. È molto controllata, contenuta, iper-analitica. Ma ha anche impulsi viscerali, animaleschi”, secondo Claire Danes.
“Mi intrigava l’idea dello scrittore come cecchino, come predatore”. In effetti la Wiggs vive la stesura della biografia di Jarvis come un atto di vampirismo. E vampiresco è anche Nile, che lusinga la sua preda alternando cortesia a sagace supponenza, dimostrando empatia e cercando di far nascere in lei dubbi e paranoie. Già durante la scena del pranzo – il primo vero incontro tra i due – nasce una strana tensione che oscilla tra diffidenza, fascino e manipolazione reciproca. Aggie e Nile si scrutano, si studiano e si interpretano.
Il serpente, la mangusta e il morbido peluche
Sempre Danes: “Gli scrittori hanno molto potere, e possono nascondersi dietro l’oggettività per evadere la responsabilità”. Perché The Beast in Me è anche un percorso sull’assunzione di responsabilità che affrontare un lutto necessariamente comporta. In opposizione ad una rabbiosa e cieca sete di vendetta. Agatha Wiggs è spaventata dalle pulsioni che le ribollono nel sangue. Dalla bestia che è dentro di lei. E che Nile Jarvis, circuendola, cerca di liberare. “Nile ha fiutato la mia sete di sangue e l’ha fatta diventare realtà.”
Sul rapporto tra i due, l’attrice è chiara: “Li ho sempre visti come il serpente e la mangusta. Hanno bisogno l’uno dell’altra, si riconoscono, rispettano i talenti reciproci. E sono desiderosi di combattere”. Tra i due c’è “un gioco costante di attrazione e sospetto, di vicinanza e distanza. Entrambi sono persone isolate, altamente intelligenti e consapevoli del proprio fascino, ma instabili sotto la superficie.” Rhys aggiunge: “Il legame evolve gradualmente: attrazione iniziale, complicità, ossessione, fino a una sorta di co-dipendenza emotiva. Due individui che cercano conforto l’uno nell’altro, ma al prezzo di perdere il controllo sulle proprie vite”.
Questo però, purtroppo, solo nelle intenzioni. Perché le premesse di The Beast in Me vengono tradite praticamente fin da subito o, almeno, dopo pochissimi episodi. I rispettivi ruoli vengono chiariti. E venendo a mancare l’ambiguità di fondo, viene a mancare anche lo stesso perno fondamentale del loro rapporto. La battaglia tensiva si trasforma così in un innocuo balletto, a tratti addirittura noioso e scontato. E la feroce bestia in un morbido peluche.
The Beast in Me & The Jinx
Nella misura in cui si delineano le figure morali, e quindi i ruoli, dei due protagonisti, quello che sarebbe potuto essere uno scontro titanico si risolve più banalmente in un giallo con psicokiller da catturare/incastrare. E, a dire il vero, donna emotivamente fragile e ‘incasinata’ contro uomo benestante, fascinoso e sociopatico, sa tanto di film già visto, no? Per non parlare della grande tradizione del ‘thriller da vicinato’…
Ecco allora di conseguenza arrivare i tempi morti e i dialoghi didascalici, i caratteri secondari sfocati e le sottotrame abbozzate, le svolte prevedibili e le forzature, i flashback e gli spiegoni vari. E The Beast in Me sembra diventare, secondo questa prospettiva, una versione di The Jinx (2015), il celeberrimo documentario in cui il milionario Robert Durst, allora sospettato di omicidio (per cui poi venne condannato), si autoincriminò senza volerlo nelle sue conversazioni con il regista Andrew Jarecki.
Comunque questa miniserie, a conti fatti, vorrebbe essere una riflessione sulle maschere indossate quotidianamente dalla bestia che è in ognuno di noi. E che ognuno tiene a bada a forza di menzogne. Almeno fino a quando una vitale verità non forza e apre la gabbia… Claire Danes: “Aggie è un promemoria di quanto ci raccontiamo bugie per proteggerci, e di quanto quelle stesse bugie possano diventare prigioni”. Matthew Rhys: “A volte il controllo è solo il modo più elegante di nascondere una tempesta. The Beast in Me esplora cosa succede quando quella tempesta non può più essere contenuta”.
Tutto idealmente vero. Ma anche dannatamente falso.
Potrebbe interessarti anche: The Fall
The Fall: caduta libera nell’abisso esistenziale di un serial killer

















