Dopo aver firmato due delle più importanti serie della storia della televisione contemporanea, Vince Gilligan torna con Pluribus, uno show che ha l’ambizione – e il coraggio – di spostarsi fuori dai territori che lo hanno reso celebre. Senza però abbandonare il cuore tematico della sua poetica: una riflessione quasi filosofica (o persino scientifica) sull’essere umano. Cosa lo definisce, quali sono i suoi limiti, cosa può romperlo. Ma attenzione: se è un’antropologia, è un’antropologia profondamente umanistica.
Parliamo della prima stagione di Pluribus, appena conclusa, sapendo che è un discorso appena iniziato. Non solo perché una seconda stagione è già confermata, e lo stesso Gilligan ha parlato di un arco in 4 capitoli. Ma perché è un’opera che chiede tempo, sedimentazione, prosecuzione. Esattamente come accadde per Breaking Bad e Better Call Saul, inizialmente accolte come grandi racconti e poi rivelatesi architetture monumentali.
Insomma: dovremo tornarci su, nei prossimi anni. Magari rivedendo alcune conclusioni iniziali! Ma alcune cose le possiamo dire subito. Pluribus è una serie eccezionale. Conferma Gilligan come uno dei pochissimi autori televisivi capaci di usare i generi non come gabbie, ma come strumenti di indagine antrolopologica. È fantascienza, certo, ma una fantascienza profondamente umana, satirica, inquieta, spesso persino comica nel suo modo di mettere a nudo le nostre contraddizioni. È anche, al tempo stesso, una serie profondamente angosciante. Non solo perché racconta un futuro che sembra già all’opera sotto i nostri occhi, ma per la sua dimensione di parabola morale ed esistenziale.
C’è un piacere evidente nel guardarla: Pluribus è divertente, brillante, piena di idee. Ma è un divertimento che non consola: stimola, provoca, mette a disagio. E offre allo spettatore un campo di gioco rarissimo oggi, quello dell’interpretazione, dell’allusione, della possibilità di immaginare sviluppi, significati, biforcazioni narrative e filosofiche.
Pluribus in breve
Pluribus (stilizzato come PLUR1BUS) è una serie televisiva statunitense di fantascienza post-apocalittica creata da Vince Gilligan per Apple TV, piattaforma che ne ha lanciato la prima stagione (9 episodi) il 7 novembre 2025. Un progetto dall’evidente ambizione autoriale: una serie che usa la fantascienza come strumento speculativo, non come puro apparato spettacolare. E uno sviluppo pensato in 4 stagioni.
Ambientata e girata prevalentemente ad Albuquerque, New Mexico – territorio di frontiera simbolico e quasi mitologico nella filmografia seriale di Gilligan – Pluribus immagina un mondo in cui l’umanità è stata trasformata da un virus extraterrestre in una mente collettiva pacifica e appagata. “Gli Altri”. Non si tratta di un’apocalisse distruttiva nel senso classico: il pianeta non è in rovina, la violenza è scomparsa, il conflitto archiviato. Proprio per questo, la serie si colloca in una zona ibrida e inquietante, dove la fine del mondo coincide con la fine di ogni dissenso. E i confini tra distopia e utopia sfumano.
Il titolo rimanda esplicitamente al motto E pluribus unum, evocando fin da subito il nodo politico e filosofico centrale (su cui torneremo dopo): cosa resta dell’individuo quando l’unità diventa valore assoluto? A livello di genere, Pluribus incrocia black comedy, drama, thriller psicologico e science fiction, con un tono controllato e antispettacolare che privilegia il disagio morale rispetto allo shock visivo.
Protagonista assoluta è Rhea Seehorn, al suo primo grande ruolo seriale dopo Better Call Saul, qui nei panni di Carol Sturka, popolare scrittrice di romanzetti fantasy e una delle pochissime persone rimaste immuni alla “Unione”. Accanto a lei, Karolina Wydra (True Blood, Twin Peaks: The Return) interpreta Zosia, emissaria degli Altri, mentre l’attore colombiano Carlos-Manuel Vesga è Manousos Oviedo, altro immune che rifiuta ogni compromesso con la nuova umanità. La musica è affidata a Dave Porter, storico collaboratore di Gilligan.
Un mondo pacificato, una donna che resiste
La premessa narrativa di Pluribus è semplice e destabilizzante. Un segnale radio proveniente dallo spazio viene intercettato, decifrato e tradotto in laboratorio in una sequenza biologica. Nel giro di poco tempo, un virus alieno si diffonde sulla Terra. Trasformando la quasi totalità degli esseri umani in un’unica coscienza collettiva. Il risultato non è un’umanità schiavizzata nel senso tradizionale, ma una società sorprendentemente serena. Cooperativa, non violenta, apparentemente felice. Questa entità globale prende il nome di “gli Altri”.
Carol Sturka è una delle sole tredici persone al mondo immuni. Scrittrice di successo ma assai frustrata, Carol si ritrova in una città intatta ma svuotata della vita com’era. Osservata e accudita da una presenza che conosce tutto di lei e che si propone come benevola. Gli Altri non la minacciano apertamente: la assistono, soddisfano le sue richieste materiali, le garantiscono sicurezza. Ma non fanno mistero di un obiettivo finale: l’assimilazione anche degli immuni, non appena sarà possibile.
Da qui si sviluppa il cuore del racconto. Pluribus segue il conflitto tra la rabbiosa Carol, che contesta e resiste l’Unione, e questa nuova umanità pacificata e omologata. Un conflitto che non passa attraverso armi o battaglie, ma attraverso il linguaggio, il desiderio, il consenso. Zosia, incaricata dagli Altri di accompagnare Carol, diventa l’interfaccia emotiva tra individuo e collettivo. Mentre un altro superstite, Manousos, rappresenta una risposta radicale: il rifiuto totale, ostinato, quasi ascetico, di ogni contatto con gli Altri.
La serie intreccia così una riflessione sull’identità, sulla libertà e sul prezzo della “pace”, evitando consapevolmente il modello classico della distopia violenta. Il vero nodo è cosa renda l’umanità umana. E soprattutto: se un mondo senza conflitto, senza dolore e senza solitudine sia davvero un mondo desiderabile – o solo un’altra forma, più sofisticata, di nullificazione.
Il genio di Vince Gilligan a cavallo dei generi
Per capire Pluribus, guardiamo alla traiettoria del suo autore: Vince Gilligan, uno dei più importanti creatori televisivi di sempre. Breaking Bad (2008-2013) è un capolavoro immenso, che ha pure ridefinito le possibilità del racconto seriale. Dimostrando che la televisione poteva competere – e superare – il cinema in profondità morale, complessità narrativa e impatto culturale. Ne abbiamo discusso anche nel podcast.
Better Call Saul (2015-2022) ha poi compiuto un’impresa ancora più rara: trasformare un prequel/spin-off in un’opera autonoma, raffinata. Persino più radicale della serie madre. Trovate la nostra analisi a due voci nel podcast.
Ma la poetica di Gilligan nasce prima. Negli anni Novanta è stato uno degli sceneggiatori chiave di The X-Files, firmando 30 episodi e producendone decine (per poi co-creare lo spinoff The Lone Gunmen). Una serie che ha plasmato l’immaginario paranoico americano pre 11 settembre: diffidenza verso il potere, complotti istituzionali, verità nascoste dietro la facciata della normalità. Temi che ritornano, mutati ma riconoscibili, anche in Pluribus.
Gilligan ha sempre lavorato sui confini: tra bene e male, libertà e costrizione, scelta individuale e sistema. Il New Mexico in cui ambienta le sue storie è uno stato di frontiera per eccellenza. I suoi personaggi non sono eroi né mostri, ma esseri umani che scivolano, spesso senza accorgersene, dentro compromessi irreversibili. Pluribus prosegue questa esplorazione, ma spostandola su un piano più astratto e filosofico. Non c’è più un singolo protagonista che “diventa cattivo”. È l’umanità intera che ha rinunciato a se stessa.
La fantascienza, qui, non è evasione. È un modo per rendere visibili dinamiche già operative: la delega cognitiva, la rinuncia alla complessità, lo smarrimento dell’individuo. Pluribus non è una deviazione nel percorso di Gilligan, ma una naturale evoluzione della sua satira (empatica) della società capitalistica.
Le radici fantascientifiche di Pluribus
Uno degli aspetti più intelligenti di Pluribus è il modo in cui dialoga con la grande tradizione della fantascienza senza trasformarla in semplice citazionismo. Gilligan non nasconde le influenze (a partire da The Twilight Zone): le assume come archetipi narrativi e morali, e le rilegge alla luce di un’ossessione centrale della serie – il consenso, l’adattamento, la rinuncia al conflitto.
Il riferimento più immediato è al film L’invasione degli ultracorpi (1956): anche qui l’orrore non è l’aggressione, ma la sostituzione silenziosa. Solo che in Pluribus l’invasione non produce apatia o freddezza, bensì felicità, pace, assenza di dolore. È una variante decisiva: il nemico non è ciò che distrugge l’umanità, ma ciò che la migliora… troppo?
Ancora più rilevante è però il dialogo con il super classico romanzo di Richard Matheson Io sono leggenda (1955) e con i suoi diversi adattamenti cinematrografici: L’ultimo uomo della Terra (1964), The Omega Man (1971), I Am Legend (2007). Come Robert Neville, Carol Sturka è un’eccezione biologica e morale: l’ultima a resistere a un mondo che ha già cambiato definizione di “normalità”. Ma Gilligan radicalizza l’intuizione di Matheson: qui non è chiaro se l’“immune” sia davvero nel giusto, o se stia difendendo solo un’idea ormai “superata” di umanità.
Infine, ovviamente, il mitico Soylent Green (in Italia 2022: i sopravvissuti), per il tema consumistico-antropofagico. Nel film del 1973 di Richard Fleischer, la rivelazione è sconvolgente e il protagonista tenta disperatamente di gridarla al mondo. In Pluribus accade qualcosa di simile: la verità viene scoperta, enunciata, dimostrata. Ma, come allora, il grido cade nel vuoto. Non perché nessuno lo senta, ma perché nessuno vuole più ascoltarlo. È qui che la fantascienza di Pluribus smette di parlare del futuro e comincia a parlare, con precisione inquietante, del nostro presente.
E Pluribus Unum: il motto americano come chiave politica
Il titolo Pluribus non è casuale. Rimanda esplicitamente al motto tradizionale (anche se non ufficiale, oggi) degli Stati Uniti d’America, E pluribus unum – “dai molti, uno solo”. Un’espressione che viene adottata nel XVIII secolo per sintetizzare il progetto politico alla base della prima unione di 13 ex colonie inglesi. Unire Stati diversi, identità differenti, interessi plurali in una federazione comune, senza cancellarne le specificità.
Quel motto racchiude una tensione mai risolta della storia americana. Da un lato, l’ideale del pluralismo: molte voci, molte culture, molte autonomie. Dall’altro, il rischio costante dell’accentramento, della riduzione della complessità a un’unica volontà sovrana. Pluribus gioca esattamente su questa ambiguità. Che cosa succede quando “l’uno” non è più il risultato di un equilibrio tra differenze, ma l’esito di una fusione forzata?
La serie non è mai didascalica, né apertamente politica. Ma è impossibile non leggere, sotto la superficie fantascientifica, un’eco delle derive contemporanee, in particolare trumpiane. La crescita del potere esecutivo. L’erosione delle mediazioni democratiche. L’idea di un’autorità centrale sempre più pervasiva e “razionale”, perché assistita da sistemi algoritmici e intelligenze artificiali.
Nel confronto che ha segnato tutto il ‘900 tra due eccezionali modelli di fiction distopica, cioè 1984 di Orwell e il meno popolare ma per molti aspetti più profondo e preveggente Brave New World di Huxley, Pluribus molto evidentemente si schiera nel campo di Huxley.
L’Unità non si associa alla violenza, ma alla promessa di sollievo. Meno solitudine, meno dolore, meno conflitto. È una tentazione potentissima. E proprio per questo inquietante. Gilligan sembra suggerire che il vero pericolo non è l’oppressione dichiarata, ma l’omologazione desiderata. Non il tiranno, ma il sistema che ci convince che rinunciare a una parte di noi sia un prezzo ragionevole per stare meglio. Appunto: Brave New World.
Pluralismo contro omologazione: una metafora del nostro tempo
Il cuore profondo di Pluribus è qui: nella tensione tra pluralismo e omologazione. Non solo in senso politico, ma esistenziale, culturale, cognitivo. La serie immagina un mondo in cui l’individualità diventa un peso, un residuo ingombrante. Mentre la coscienza collettiva promette efficienza, empatia, pace. Ma a quale prezzo? Forse quello dell’accusa che, secondo Tacito, un leader britannico muoveva all’Impero romano: “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.
Gilligan intercetta una paura molto contemporanea: quella di un’umanità che, assegnando sempre più funzioni cognitive alle macchine, finisca per delegare anche il pensiero critico, la memoria, persino il dolore. L’intelligenza collettiva di Pluribus non è un nemico esterno: è un po’ come l’Intelligenza Artificiale che sta travolgendo il nostro mondo. È un amplificatore delle nostre scorciatoie mentali. Un dispositivo che rende superfluo il dissenso, perché lo assorbe; che rende inutile il conflitto, perché lo neutralizza.
La serie mostra come l’omologazione non passi più attraverso l’imposizione, ma attraverso la comodità. Attraverso la stanchezza. Attraverso il desiderio legittimo di smettere di soffrire. In questo senso, Pluribus è una riflessione durissima sul nostro tempo: sulla crisi dell’individualismo, sulla perdita di competenze critiche, sull’appiattimento dell’immaginario prodotto da sistemi che replicano sempre gli stessi modelli.
Il pluralismo, qui, non è celebrato come valore astratto, ma difeso come condizione faticosa, imperfetta, dolorosa dell’essere umani. Essere individui significa sbagliare, contraddirsi, restare soli. Ma significa anche essere liberi. Pluribus non offre risposte facili. Si limita a porre la domanda nel modo più scomodo possibile: siamo davvero sicuri di voler essere un solo popolo, una sola cultura?
La chica o el mundo: la crisi del nostro piedistallo morale
L’episodio finale della prima stagione, significativamente intitolato La chica o el mundo, è il punto in cui Pluribus smette definitivamente di offrirci appigli morali comodi. Devo fare QUALCHE MODESTO SPOILER, fino alla fine di questo capitolo. Niente di problematico, ma insomma siete avvertiti.
L’incontro tra Carol e Manousos – il personaggio che ha attraversato l’intero continente americano per raggiungerla, dal Paraguay a oltre il confine messicano, convinto di trovare in lei un’alleata intransigente – ribalta tutte le certezze accumulate fino a quel momento. Manousos incarna una forma di radicalità assoluta. Rifiuta qualsiasi compromesso con la coscienza collettiva. Non riconosce soggettività agli “ibridi”. Rifiuta il loro cibo, il loro aiuto. Li considera meri usurpatori: di corpi, di vite, di case, di cose. È inflessibile, coerente, spietato. E proprio per questo costringe Carol – e noi – a guardarci allo specchio.
Carol, che per tutta la stagione ha parlato in nome dell’umanità, della libertà, della resistenza, si scopre fragile, contraddittoria, bisognosa di contatto. Ha ceduto alla solitudine. Ha accettato un simulacro di relazione, pur sapendo che non è “reale”. Quando Manousos le pone l’ultimatum – puoi salvare il mondo o tenerti la ragazza – non c’è una risposta giusta. C’è solo la verità di un essere umano che scopre i limiti del proprio coraggio, della propria intransigenza.
È un finale di stagione perfetto perché smonta ogni piedistallo morale. Ci ricorda quanto sia facile predicare l’assoluto quando si è soli per necessità. E quanto sia difficile restare puri se il prezzo è l’isolamento totale. Pluribus non giudica Carol. Ma silenziosamente sembra chiederci: noi, al suo posto, cosa avremmo fatto? Cosa avremmo scelto? La chica o el mundo?
FINE SPOILER.
Pluribus: una prima stagione eccezionale
Insomma, lo avete capito: alla sua prima stagione, Pluribus si presenta come una serie eccezionale. Brillante, irresistibile, angosciante, a tratti esilarante, a tratti disperante. Profonda. Stratificata. Ma a modo suo piuttosto lineare. È una serie che ha bisogno di continuare, di complicarsi, di arrivare a una conclusione che oggi non possiamo ancora immaginare ma che desideriamo moltissimo conoscere, un giorno. E questo è il segno di un grande racconto in costruzione.
Rhea Seehorn costruisce una performance straordinaria. La sua Carol è un impasto di rabbia, frustrazione, solitudine, paura. E regge lo show praticamente da sola per diversi episodi. Cosa ovvia se si considera che è quasi “l’ultima persona vera sulla Terra”, ma meno scontata in termini di guardabilità della serie. Il resto è l’ineccepibile qualità che Gilligan sa garantire anche nella scelta dei collaboratori, visto che non ha bisogno di esprimere la propria autorialità firmando ogni singolo episodio. E il livello produttivo garantito da Apple TV, ormai all’altezza dell’HBO migliore.
Una parola sul confronto, per certi aspetti inevitabile, con l’altra serie-capolavoro della casa di Cupertino, e cioè l’amatissima Severance. Visto che entrambe inventano mondi narrativi audaci per costruire esplorazioni profonde e potenti sulla natura dell’essere umano – e lo fanno nelle forme, più o meno, del racconto fantascientifico. Non ci interessa qui discutere quale sia migliore (magari un giorno avrà senso farlo, quando saranno entrambe concluse). Ma tornare su un riferimento letterario che abbiamo già accennato, quello delle grandi distopie letterarie della prima metà del ‘900. Ecco, se Severance è un po’ il 1984 del nostro tempo, Pluribus come dicevamo sembra attualizzare la grande lezione di Brave New World. Livelli alti!
Un ultimo elogio a Vince Gilligan, autore che dimostra, ancora una volta, di saper parlare del presente senza nominarlo direttamente. E di avere una fiducia rara nell’intelligenza dello spettatore. Pluribus non chiede di essere amata subito. Chiede di essere pensata. E oggi, in televisione, è forse il complimento più grande che si possa fare a una serie.
Stesso autore, stessa attrice: Better Call Saul
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