True Story (Netflix, 2021) è una miniserie drammatica statunitense in 7 episodi, creata da Eric Newman (Narcos, Narcos: Mexico). Protagonista quel Kevin Hart (molto più noto negli USA che in Europa), il folletto (163 cm) nero comico. O meglio, comedian – nell’accezione più ampia del termine: innanzitutto stand up comedian, poi attore di film d’azione leggeri (spesso in coppia con The Rock), protagonista di show televisivi ecc. In True Story, sua prima serie ‘drammatica’, veste i panni di The Kid, suo alter ego – super star.
Al culmine della fama e del successo, dopo aver sbancato i botteghini con la sua partecipazione al supereroistico cinecomic ‘Antiverse’ (qui come anche altrove la serie ammicca divertitamente), Kid torna a Philadelphia, sua città natale, per una tappa del tour. Qui riabbraccia il fratello maggiore Carlton (un grande Wesley Snipes), indebitato per l’ennesimo progetto – un ristorante di lusso -, che gli ha organizzato un bel festino di bentornato.
True Story. Da una parte Kevin Hart, dall’altra Wesley Snipes. Il primo, che nel 2021 ha attraversato momenti difficili (ad es. la mancata conduzione degli Oscar a causa di alcuni suoi tweet “omofobi”), debutta drammaticamente. Il secondo, uscito di galera dopo gli improbabili ma incredibili fasti vampireschi degli anni Novanta, debutta per la seconda volta. Interpretano due fratelli: l’uno, piccolo e nervoso, è un divo ricco e idolatrato; l’altro, spilungone e dinoccolato, è un poco di buono mezzo fallito. In più Kid, che si sta faticosamente disintossicando, è sobrio da pochi mesi soltanto. Sta cercando di rigare dritto per ricucire il rapporto con il figlio piccolo, che è rimasto a vivere con la madre. Il fratellone gli ha però preparato un’irresistibile serata piena di alcool, droga e giovani donne compiacenti…
Kid e Carlton – odio amore (e un cadavere di troppo)
True Story: forse Kevin Hart inscena metaforicamente il suo rapporto con la tentazione – sesso droga e rock n roll – sempre dietro l’angolo? Che guarda caso (Hart è di Philadelphia) lo aspetta proprio nella città della sua prima giovinezza)? E forse Snipes la sua attuale relazione con il successo di un tempo perduto, che cerca disperatamente di sedurre e compiacere? Questa storia potrebbe davvero essere così vera?
Carlton è infatti solito chiedere soldi a Kid per finanziare le sue diverse imprese lavorativo esistenziali. Delle quali il ristorante non è che l’ultima, in ordine di tempo. Tra i due il rapporto è a dir poco ambiguo e ambivalente. C’è amore. Ma anche invidia e gelosia, da una parte. Diffidenza e sospetto, dall’altra. Ecco perché la crew di Kid – Todd, l’agente (Paul Adelstein – Prison Break), la guardia del corpo Herschel (Will Catlett), e la ghostwriter Billie (Tawny Newsome – Space Force) – è molto preoccupata dalla presenza di Carlton. E a ragione, dato che dopo una notte di immemori bagordi, Kid si risveglia con il cadavere di una giovane nel letto, morta probabilmente di overdose. Il fratello maggiore, l’unico presente nella suite dell’albergo stellato, pare ora anche essere l’unico a poterlo aiutare.
Kid è quindi costretto a fare affidamento su Carlton, provando allo stesso tempo a tenere all’oscuro di tutto i suoi più stretti collaboratori. E Carlton sembra avere le idee chiare sul da farsi: bisogna coinvolgere Ari (Billy Zane – The Boys), un improbabile e pittoresco gangster greco di sua conoscenza. Ari saprà sicuramente come sbarazzarsi del corpo e rimuovere ogni traccia dell’accaduto. Ma a che prezzo? Di qualsiasi cifra si tratti, il costo potrebbe comunque sempre essere ben più salato. Kid potrebbe perdere in un solo colpo tutti i soldi e il successo faticosamente guadagnati nel corso della sua carriera – se questa storia dovesse mai venire alla luce…
A coup de theatre in a True Story
Invischiato con questo sordido personaggio in una situazione allucinante, Kid deve riuscire a gestire a sangue freddo un ricatto di tipo mafioso, oltre al fatto di essere perennemente attorniato da fan, media – e telecamere. Si è passati così dai seicentomila dollari dovuti da Carlton alla malavita locale ai sei milioni chiesti da Ari per accomodare il tutto.
Ci sarebbe però un’altra soluzione. Un vero e proprio inaspettato coupe de theatre, che darà inizio ad un thriller la cui suspense è da lì in poi destinata, meccanicamente o quasi, ad aumentare di episodio in episodio. Fino a quando la pressione esercitata sui protagonisti non sarà tale da costringere tutti e tutto ad un sorprendente finale. Un finale al quale sono chiamati, prima o poi, a concorrere Savvas (Chris Diamantopoulos – Hannibal) e Nikos (John Ales – Black Rabbit), i fratelli – greci e malavitosi – di Ari. E Gene (Theo Rossi – Sons of Anarchy), l’esagitato fan numero uno di Kid, totalmente devoto al suo mito ed emotivamente assai disturbato.
L’instabilità mentale sembra comunque essere una caratteristica comune ai personaggi della serie. La famiglia criminale con cui Carlton ha a che fare, con ogni probabilità, incarna il lato oscuro della vita di strada, con tutti i guai ad essa connessi. Il tipo di problemi tra i quali Carlton sembra sapersi muovere in modo fin troppo disinibito. Mentre Gene rappresenta alla perfezione la fanatica invadenza social, pronta ad immortalarti quando meno te lo aspetti. E di fronte alla quale Kid, come ogni altra stella dello showbiz, è costretto a fingere un’esistenza, per così dire, parallela.
Una storia vera?
True Story. Una storia in cui divismo da palcoscenico e disperazione criminale sembrano a volte fondersi e confondersi. Con due fratelli costretti a contare solo l’uno sull’altro, pur non sopportandosi. In cui assistiamo ai dietro le quinte di apparizioni pubbliche – con fan, giornalisti e quant’altro – e al privato con soci, amici e famiglia. Ma, soprattutto, ai salti mortal-esistenziali per non turbare troppo gli uni e gli altri. Quindi True Story potrebbe finalmente essere una storia vera, ambientata nel mondo dello show business e della finzione… E invece, purtroppo, non è così.
True Story non è una storia vera, ma un ben più semplice thriller drammatico. L’alter ego di Kevin Hart vive su una costante montagna russa emotiva, in cui ogni colpo di scena sembra essere un po’ più folle del precedente. La sua recitazione sopra le righe si adagia a pennello su uno spartito in cui i balzi di sorpresa, panico e angoscia finiscono con il prendere il sopravvento. Per non parlare del costante tira e molla che ha, in primis, con chi gli è più vicino, dato che è costretto a tenersi tutto dentro. E, quindi, con lo scapestrato fratello maggiore, a cui è ormai stanco di far da balia.
Carlton non è solo uno che non riesce a stare fuori dai guai, è soprattutto uno che non riesce a perdonare al fratello minore l’olimpo raggiunto. Wesley Snipes è fantastico nel rendere fisicamente l’egotica oscurità, la fragilità e il rancoroso amore che lo tormenta. In sostanza, l’interpretazione dei due protagonisti neri è grandiosa. E qui – come anche in scrittura – sta uno dei primi grandi limiti di True Story. La loro presenza è tale da risultare, alla fine, schiacciante. Persino disturbante.
Hollywood & True Story
Non ci sono che Kid e Carlton in fuga verso il tramonto, per così dire, in questo thriller afroamericano ambientato nel mondo dello showbiz. Che tradisce l’ottima intuizione iniziale, scandendo ordinatamente tutti i passaggi necessari ad una crescente suspense da copione. E niente più. Un thriller i cui meccanismi fagocitano ogni intenzione di mise en abyme.
Vero che i personaggi interpretati da Snipes e Hart sembrano a tratti muoversi come marionette, i cui passi già sono stati decisi da un tragico destino. Vero che il controllo maniacale imposto a Kid su ogni aspetto della sua routine è la negazione stessa della libertà. Così come lo sono i debiti di Carlton, e tutte le scelte sbagliate da lui compiute che l’hanno incastrato in una situazione così disperata. Ma questo bagliore vagamente pirandelliano non è, appunto, che un bagliore.
E True Story non è purtroppo una storia vera. La trama si svolge tra i cliché della criminalità hollywoodiana (certo, siamo a Philadelphia, ma hollywoodiano ha qui un altro senso) e quelli del dietro le quinte di una superstar americana. La cui fermata del tour nella città natale diventerà infine una questione – la solita – di vita o di morte (ecco, questa è Hollywood)…
Purple Rain
Forse è il momento giusto per ricordare come il nome scelto per il protagonista – The Kid – sia lo stesso usato da Prince negli anni Ottanta per il suo cult movie Purple Rain (Prince essendo allora una delle prime superstar afroamericane). Prince, allora anche noto come il Folletto di Minneapolis (dove è nato e dove Purple Rain è ambientato). Il folletto Kevin Hart è invece nato a Philadelphia, dove questa serie è ambientata.
Ma, strano, come dice lo stesso incipit di True Story: “Conosci una persona e credi di sapere tutto di lei: le sue ambizioni, i problemi, dove è cresciuta e in cosa crede. Esiste una parte all’interno di ognuno di noi che è riservata ed oscura, della quale forse non si è fieri, e ti illudi di poter conoscere anche quel piccolo anfratto nella mente del soggetto che frequenti da una vita…”
La critica in generale non ha elogiato True Story, pur sempre sottolineando la potente alchimia attoriale tra Hart e Snipes. “…but True Story muffles their chemistry with a dawdling, unmemorable plot…” Parte della critica ha invece messo in evidenza come questa serie sia da intendersi – infelicemente – all’esclusivo servizio dei due attori protagonisti. “Che interpretano due fratelli divisi da tutto, dalla iconica fisicità come dal carattere e dal vissuto. Ma uniti dall’incapacità di affrontare le proprie responsabilità.”
True Story: just a fuckin story
La responsabilità di un attore dovrebbe essere saper fingere – bene. Di un film invece, raccontare sonoro-visivamente una intensa e ipnotica storia. Di una serie, infine, una lunga intensa e ipnotica storia… Ma mai e poi mai una storia dovrebbe avere la responsabilità di essere vera. Perché in quell’assurdo impossibile caso, per riprendere l’incipit di True Story: “quando questo succede potresti scoprire qualcosa che forse sarebbe stato meglio non vedere!”
In sostanza, True Story avrebbe avuto tutte le carte narrative per provare ad inscenare una scommessa da pelle d’oca. Una miniserie i cui protagonisti svelano, se non la propria anima, il lato oscuro della propria esistenza. Rivelando al contempo i meccanismi dell’esclusivo mondo, quello dello spettacolo statunitense, nel quale hanno la fortuna – e la dannazione – di vivere e agire. In realtà True Story lascia tutto questo sullo sfondo, e fin dai primissimi episodi. Diventando da subito un più o meno riuscito thriller basato su una strana coppia di fratelli neri. Intrappolati in una relazione tossica fatta di amore-odio, gelosia e vanità. E una montagna di soldi. E debiti. Anche il contrasto tra l’albergo pluristellato e il downtown di Philly dice qualcosa di Carlton e Kid.
Due fratelli la cui unione è una contraddizione. Lunga, intensa – a tratti anche ipnotica, se si vuole. Ma niente a che fare con la verità…
Altri fratelli tendenzialmente votati al caos? Black Rabbit
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