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Un viaggio viscerale tra zanne, istinto e la faticosa ricerca dell’identità. Ma prima di addentrarci nei meandri della psiche animale, diamo un’occhiata alla carta d’identità dell’opera di cui voglio parlarvi oggi: Beastars (alle cui prime stagioni avevamo già dedicato una vecchia puntata del podcast).
La serie debutta sugli schermi nel 2019 e conclude la sua corsa nel 2026, con un atto conclusivo diviso in due parti per gestire la densità narrativa del gran finale. Articolandosi in 3 stagioni per un totale di circa 48 episodi. Ogni puntata dura i canonici 23 minuti, un tempo che però sembra dilatarsi grazie a una tensione costante.
Se volete recuperare lo show, trovate Beastars su Netflix, che ne ha curato la distribuzione globale. Trasformandolo in un vero e proprio caso internazionale.
“Animazione” è il format del podcast di Mondoserie dedicato alle diverse scuole ed espressioni del genere, dall’Oriente alla scena europea e americana.
Dietro la maschera: Paru Itagaki e lo Studio Orange
L’anima di Beastars nasce dalla penna di Paru Itagaki, che ha iniziato a pubblicare il manga nel 2016 concludendolo nel 2020. Paru è una figura avvolta nel mistero: non appare mai in pubblico senza una grottesca maschera da gallina gigante. È figlia d’arte (suo padre è Keisuke Itagaki, il creatore del brutale Baki), ma ha saputo ribaltare l’eredità paterna. Dove il padre esalta la forza muscolare pura, lei indaga la fragilità della psiche.
L’anime è stato affidato allo Studio Orange, e qui siamo di fronte a una svolta. Lo studio ha utilizzato la CGI (Computer Generated Imagery) non come ripiego economico, ma come scelta espressiva. Grazie a una tecnica sopraffina, i peli degli animali si muovono col vento, gli sguardi sono vitrei o terrorizzati con un realismo disturbante. È la dimostrazione che l’animazione digitale può avere un cuore, se guidata da una regia che sa quando indugiare su un dettaglio e quando scatenare la furia.
Perché Beastars è una tappa fondamentale? Perché distrugge il concetto di “genere”. Inizia come un thriller scolastico — un omicidio brutale tra le mura di un liceo — per poi mutare pelle continuamente. Diventa un Coming of Age (storia di formazione) dolorosissimo, trasformandosi poi in una riflessione sulla giovane età adulta e, infine, in una dissertazione sociologica.
L’utilizzo degli animali antropomorfi qui non è una scelta estetica “carina” alla Disney. È una metafora chirurgica della nostra società. Paru Itagaki usa la biologia (la forza di un carnivoro, la fragilità di un erbivoro) per rappresentare le barriere invisibili che ci dividono: minoranze, pregiudizi, il peso del patrimonio genetico e la repressione sessuale. È una storia che parla di noi, dei nostri istinti che cerchiamo di nascondere sotto giacche, cravatte e vestitini per apparire “civili”.
Beastars: sangue nel corridoio
In una società dove carnivori ed erbivori coesistono in una pace armata e ipocrita, l’Istituto Cherryton viene scosso da un evento orribile: Tem, un alpaca, viene sbranato tra i corridoi della scuola. Il sospetto cade immediatamente sui carnivori. E in particolare su Legoshi, un lupo grigio imponente che vive ai margini, cercando di rendersi invisibile per non spaventare nessuno.
In questo clima di paranoia, Legoshi incontra Haru, una piccola coniglietta nana bullizzata dal resto della scuola. Quello che inizia come un istinto predatore si trasforma in qualcosa di molto più complesso e devastante: un amore che sfida la catena alimentare. Mentre Legoshi combatte contro la propria fame, il cervo Louis, stella del club di teatro, cerca di scalare le gerarchie per diventare il nuovo Beastar, la guida spirituale e politica del mondo animale. Dalla scuola si passerà poi ai bassifondi del Mercato Nero, dove la civiltà rivela il suo lato oscuro, fino alla comparsa di Melon, un ibrido che metterà a nudo la fragilità di un sistema basato sulla paura.
Legoshi è il simbolo del disagio identitario.Non rifiuta solo la carne, rifiuta l’idea che il mondo ha di lui. È il giovane che si sente un mostro solo perché ha ereditato una cultura o una genetica aggressiva. Il suo amore per Haru non è un idillio, è la miccia che fa esplodere un conflitto interiore pre-esistente: il bisogno di affermarsi come individuo oltre il proprio DNA.
Haru è lo Yang nello Yin. Spesso viene scambiata per una vittima, ma Haru è il personaggio più forte. Vivendo nell’accettazione costante della propria morte come preda, ha raggiunto una forma di invincibilità. Non si crogiola nel patetismo; accetta la sua solitudine e la trasforma in una volontà di ferro e in un amore libero da convenzioni. È la forza che nasce dal vuoto.
Louis rappresenta il prezzo del potere. La sua non è un’ascesa, è un martirio. L’amputazione che subisce è la metafora perfetta di ciò che deve lasciare indietro chi vuole guidare gli altri: l’integrità, gli affetti, la spontaneità. Per essere il Beastar, Louis accetta di essere mutilato nel fisico, convinto che solo attraverso il dolore possa diventare un leader inattaccabile.
Melon è il nichilismo generazionale. Un monito vivente. Nato da un incrocio proibito, è un essere che non sente i sapori e non ha un posto nel mondo. È il mostro generato da una società che ha paura del diverso e del cambiamento. Sotto la sua spietatezza si nasconde una tragedia esistenziale: Melon distrugge tutto perché non è mai stato abbracciato da nessuno.
La magia del dettaglio
La grandezza di Paru Itagaki non si ferma ai protagonisti. Il suo mondo è popolato da figure che, in poche battute, rivelano abissi di profondità. Pensate alla gallina Legom, che ci spiega con orgoglio e fatica come deporre uova di qualità sia il suo modo di contribuire alla società. O al panda Gohin, lo psicologo del Mercato Nero che cura i carnivori a colpi di balestra.
Itagaki fonde caratteristiche animali (il letargo, la muta, la forza del morso) con nevrosi umane in modo così fluido da renderle inscindibili. La forza dell’opera sta proprio qui: ricordarci che, nonostante le nostre aspirazioni divine, restiamo creature fatte di istinto, sangue e biologia.
In definitiva, Beastars va visto perché è una delle riflessioni più lucide e dolorose sulla formazione dell’individuo mai apparsa in animazione. Ci insegna che crescere non significa “diventare grandi”, ma imparare a negoziare ogni giorno con il mostro che abbiamo dentro.
Va visto perché ci costringe a guardare in faccia le nostre ipocrisie sociali. E perché, nonostante il dolore e il sangue, ci regala una speranza: che si possa amare qualcuno non nonostante la sua natura, ma conoscendola fino in fondo, artigli compresi. Se volete vedere dove finisce Esopo e dove inizia Freud, il vicolo buio di Beastars è il posto giusto.
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