In un’America degli anni Ottanta, tra il luccichio del consumismo reaganiano e la paranoia della Guerra Fredda, una coppia di coniugi apparentemente perfetti vive una vita che è tutto tranne che ordinaria. Sembrano due americani normali, ma sono The Americans. Perché Philip ed Elizabeth Jennings, interpretati con magnetica intensità da Matthew Rhys e Keri Russell, sono due agenti del KGB sotto copertura. Spie sovietiche che si nascondono dietro la facciata di una famiglia suburbana del sogno americano. Casetta indipendente, giardino da rasare la domenica, figli a scuola e cordialità con i vicini.
The Americans, creata da Joe Weisberg per FX e trasmessa dal 2013 al 2018 (6 stagioni per 75 episodi, su Disney+), non è solo un thriller di spionaggio, ma una meditazione profonda sull’identità, la lealtà e il costo di vivere una doppia vita. Oltre che sul costo umano della geopolitica planetaria. Chi combatte la guerra per l’equilibrio mondiale – e questo fanno i servizi segreti, che sono di fatto una faglia di scontro silente ma continuo tra Paesi magari non in guerra, e persino alleati – paga un prezzo orrendo, fatto di orrore e violenza, ma anche del segreto eroismo di chi davvero partecipa alla produzione della Storia. Con la S maiuscola
Con una narrazione tesa come una corda di violino, una regia che trasforma i sobborghi in campi di battaglia e una colonna sonora che vibra di nostalgia e minaccia (indimenticabili gli usi di pezzi che non sentivamo da decenni, come Vienna degli Ultravox o Siamese Twins dei Cure, per non parlare dei Fleetwood Mac, Echo and the Bunnymen, Rod Stewart, Chaka Khan, Modern English, Adam & Ants, Yazoo, Soft Cell, REM, Talking Heads, Pretenders e perfino un finale che quasi dà senso alla musica degli U2), la serie si afferma come un capolavoro del dramma moderno. Un’opera che non parla solo di spie, ma del matrimonio, della famiglia e di cosa significa appartenere a un luogo, ad una storia, ad una missione.
Facciate perfette, abissi interiori
La premessa di The Americans è piuttosto semplice: Philip ed Elizabeth, immigrati russi addestrati dal KGB, gestiscono un’agenzia di viaggi a Falls Church, Virginia – cioè nella grande area di più Stati che serve direttamente la capitale Washington – mentre allevano i loro figli, Paige (Holly Taylor) e Henry (Keidrich Sellati). Ignari della vera identità dei genitori.
Sotto questa normalità da sitcom, i Jennings eseguono missioni per il Direttorato S. Seducono funzionari, rubano segreti, piazzano microspie, reclutano, picchiano, ricattano. E, quando necessario, uccidono, anche in modo cruento e brutale.
Ma non è il ritmo frenetico delle missioni a rendere la serie unica; è il modo in cui intreccia il personale e il politico, trasformando ogni scelta in un dilemma morale. Come è stato notato The Americans non è una serie di spionaggio che usa il dramma umano come contorno, ma un dramma umano che usa lo spionaggio come metafora. Il lato segreto dentro a ciascuno di noi, fino a che punto non può interferire con gli equilibri della società?
La serie si apre nel 1981, con l’inizio della presidenza Reagan e l’escalation della Guerra Fredda. I Jennings vivono in un mondo di sospetto reciproco, dove il loro vicino di casa, Stan Beeman (l’onnipresente Noah Emmerich), è un agente dell’FBI nella divisione controspionaggio.
Questa ironia drammatica, unita alla tensione di sapere che ogni passo falso potrebbe distruggere la loro copertura, crea un’atmosfera di paranoia costante. Il vero conflitto, però, non è tra Stati Uniti e Unione Sovietica, bensì dentro i protagonisti stessi. Philip, sempre più attratto dal sogno americano, e Elizabeth, ferocemente leale alla causa sovietica, si trovano a negoziare non solo le loro missioni, ma il loro matrimonio. Un’unione nata come copertura ma diventata reale, complessa, piena di amore e tradimenti più o meno sentiti.
Complica la situazione anche il fatto che Philip diventa davvero amico dell’ignaro Stan, arrivando al punto di ammettere a se stesso che è l’unico amico che ha avuto nella sua vita. I flashback dei protagonisti, con la povertà e la violenza dell’URSS postbellica in un Paesino della Siberia o a Smolensk, sono di grande potenza. Così come quelli, terribili davvero, che raccontano l’addestramento delle spie di altissimo livello.
The Americans: un dramma che evolve come i suoi personaggi
The Americans brilla per la sua capacità di evolvere senza perdere la sua essenza. Le sei stagioni seguono l’arco della Guerra Fredda, dai primi anni Ottanta fino alla perestrojka di Gorbachev, ma non si limitano a essere una lezione di storia. Ogni stagione approfondisce i personaggi e le loro contraddizioni, trasformando le missioni di spionaggio in specchi delle loro lotte interiori. Dalle operazioni ad alto rischio (come il tentativo di rubare segreti sulle «Guerre Stellari» di Reagan) alle crisi domestiche (Paige che inizia a sospettare dei genitori), la serie mantiene un equilibrio perfetto tra azione e introspezione.
La maturazione dei personaggi va di pari passo con l’evolversi della Storia, e con i suoi ricorsi dimenticati: è incredibile vedere all’inizio della seconda stagione un video jihadista in cui viene giustiziato un soldato che non è americano – la serie andava in onda quando i filmati di esecuzioni terroriste erano oramai popolari – ma sovietico. A ricordare, nel caso ci fossimo dimenticati, che per il terrorismo islamico in Afghanistan prima degli USA ci era passata l’URSS, senza che i primi avessero preso nota di nulla, anzi con un bell’aiuto ai tagliagole dato dalla CIA con la famosa Operazione Ciclone. Cioè l’aiuto ai mujaheddin, il cui database di guerriglieri islamici da tutto il mondo si chiama, in traduzione letterale in arabo, «al-Qaeda»…
I creatori della serie, Joe Weisberg e Joel Fields, entrambi ex agenti CIA, infondono alla serie un realismo crudo. Le missioni non sono hollywoodiane: niente gadget alla James Bond, ma parrucche e barbe finte (un trionfo irresistibile di combinazioni), travestimenti e conversazioni sussurrate in parcheggi deserti. La serie, tuttavia, rifiuta il glamour dello spionaggio per mostrarne la brutalità e la banalità. Gli omicidi sono rapidi, disordinati, e possono lasciare, talvolta ma non sempre, profonde cicatrici emotive.
Quando Philip, travestito, seduce una fonte, non è una scena di seduzione patinata, ma un atto che lo logora, specialmente quando deve affrontarne le conseguenze con Elizabeth.
Oltre la missione
Il cuore di The Americans sono i suoi personaggi, forse tra i più complessi mai visti in televisione. Philip, interpretato da un Matthew Rhys capace di passare da vulnerabilità a freddezza in un battito di ciglia, è un uomo diviso: ama la sua famiglia, ma è costretto a tradirla per la causa. La sua crescente fascinazione per l’America – dai fast food ai balli country – lo rende un traditore agli occhi di Elizabeth, ma anche profondamente umano.
Elizabeth, portata in vita da una Keri Russell algida ed implacabile, è una figura di acciaio: leale, disciplinata, ma non immune al dolore. La sua evoluzione, da soldato del KGB a madre che lotta per proteggere i figli, è uno degli archi narrativi più potenti della serie.
I personaggi secondari sono altrettanto memorabili. Stan Beeman, l’agente FBI che vive a pochi passi dai Jennings e affronta un brutto divorzio, è un uomo solo, segnato dal suo lavoro sotto copertura. Noah Emmerich lo interpreta con una malinconia che lo rende più di un semplice antagonista – è, di fatto, il coprotagonista. Paige, che cresce da adolescente ignara a complice riluttante, porta in scena il conflitto generazionale. Mentre Henry, spesso trascurato, rappresenta l’innocenza che i genitori non possono più permettersi. E poi c’è Oleg Burov (Costa Ronin), un ufficiale del KGB a Mosca, la cui umanità sfida le aspettative di un «nemico sovietico», specie quando uccidono la collega Nina, che aveva sedotto Stan per poi fare il doppio e triplo gioco, e ci si trova a confessare il delitto come in un romanzo russo: il castigo, consumato nella burocrazia delle carceri sovietiche, sarà tremendo.
L’estetica che cattura un’epoca di The Americans
La messa in scena di The Americans è un capolavoro di tensione sottile. Le inquadrature, spesso claustrofobiche, trasformano i sobborghi in labirinti di segreti. La fotografia, con i suoi toni caldi e polverosi, evoca gli anni ’80 senza scadere nella nostalgia kitsch.
La colonna sonora, con brani come The Future’s So Bright, I gotta Wear Shades dei Talking Heads o Under Pressure di David Bowie con i Queen, amplifica l’atmosfera, mentre i silenzi, come quelli tra Philip ed Elizabeth dopo una missione, parlano più di qualsiasi dialogo. Ogni scena, anche la più banale, è carica di minaccia.
La lotta tra identità e dovere
Al centro di The Americans c’è una domanda: chi sei quando vivi una bugia? Philip ed Elizabeth, costretti a indossare identità multiple, si confrontano con il loro senso di sé. La serie esplora il matrimonio come un campo di battaglia, dove l’amore si scontra con il dovere. È una serie sul sacrificio: non solo per una causa, ma per le persone che ami, per la famiglia – anche se momenti di patriottismo toccante (come quello in cui Philip registra con la mente le ultime parole del suo collega colpito a morte a Chicago, da riferire ai genitori in Russia) lasciano il segno.
La tensione tra i due protagonisti, specialmente quando Paige scopre la verità, è straziante, a tratti disturbante. Elizabeth, che vede nella figlia una potenziale spia, e Philip, che vuole proteggerla, incarnano due visioni opposte dell’essere genitori.
La serie non demonizza né l’America né l’Unione Sovietica, ma mostra entrambe come sistemi che schiacciano gli individui. I sovietici chiedono ai Jennings sacrifici disumani; gli americani, con la loro retorica di libertà, sono altrettanto spietati, e uccidono i russi da ambo le parti della Cortina. The Americans ha il privilegio di non scegliere un lato (cosa che, fosse prodotta ora, sarebbe impossibile), ma mostra come ogni ideologia possa diventare una prigione.
Notiamo che il finale della serie, che giammai spoileriamo, è lodato con un 98% su Rotten Tomatoes. Aspira ad essere un capolavoro di emozione e ambiguità, ma riteniamo che non tutti i nodi siano stati portati al pettine. La scena finale, accompagnata da una scelta musicale devastante, è un pugno allo stomaco, un addio che parla di perdita, identità e del prezzo delle scelte.
The Americans: un trionfo sottovalutato
È stata da alcuni definita come la serie migliore di quegli anni. Tuttavia The Americans non ha mai raggiunto il pubblico di massa di serie come Breaking Bad, forse perché richiede una pazienza e un’attenzione non da poco. È una serie che parla di spie, ma anche di noi: delle maschere che indossiamo, delle bugie che raccontiamo, del desiderio di essere visti per ciò che siamo. The Americans non è solo un thriller; è un ritratto straziante del sogno americano attraverso gli occhi di chi non potrà mai farne parte. Anzi di chi, volente o nolente, si trova a combatterlo.
Una menzione speciale va fatta forse alla scena più drammaticamente devastante della storia dell’audiovisivo, quando, in un bar messicano, Elizabeth ascolta uno dei suoi capi – chiaramente tra quanti nell’establishment si opponevano a Gorbachev e alla glasnost – spiegarle che l’URSS ha preparato il sistema della «mano morta»: nel caso di attacco nucleare americano, anche se l’Unione Sovietica venisse distrutta, automaticamente partirebbero missili che annienterebbero il nemico e tutto il resto. Ora anche lei lo sa, lo sanno in pochissimi. Ecco che le dona per questo un gioiello: contiene una pastiglia che, se ingollata, la uccide all’istante, di modo da non farsi catturare viva.
Elizabeth ascolta tutto e non dice una parola, mentre sotto al discorso in lingua russa scorre una canzone di Peter Gabriel («We Do What We’re Told», facciamo quello che ci ordinano). L’interpretazione silente di Keri Russell, che comprende con orrore e stanchezza la cifra mortale e apocalittica, folle davvero, del conflitto, avrebbe meritato di vincere qualsiasi premio presente sulla piazza.
Per inciso: la «mano morta», chiamata anche sistema «perimeter», è una storia vera. E probabilmente attiva soprattutto ora quando, con l’Ucraina, siamo arrivati più vicini alla distruzione atomica che durante la Guerra Fredda.
Storie vere
La serie nasce a cavallo del grande scandalo chiamato «Illegal Program», cioè la scoperta, attorno al 2010, della presenza su territorio americano di spie russe perfettamente infiltrate in vari ambiti ma che vivevano posando come insospettabili, talvolta in famiglia. Il caso più noto è – per motivi di tiratura dei giornali e non solo dei giornali – quello di Anna Chapman, detta Anna la Rossa, una giovane russa figlia di diplomatici che stava scalando la crema di Nuova York dopo aver penetrato quella di Londra. La bella ragazza (di cui sono subito state diffuse immagini provocanti), che frequentava in modo attivo il giro di Wall Street, fu arrestata dall’FBI nell’ambito dell’Operazione Ghost Stories con l’accusa di essere un agente dell’SVR, il servizio segreto esterno di Mosca.
Anna e altri nove Illegal program furono scambiati con prigionieri americani in Russia a Vienna nel luglio 2010, un momento che sapeva di Guerra Fredda al punto da chiedersi, legittimamente, quando mai questa sarebbe finita.
Tuttavia, ricordiamo The Americans anche per un’altra storia vera. Nel febbraio 2017 mancò lo storico ambasciatore ONU di Mosca, Vitalij Churkin. Era noto per la sua diplomatica focosità: si narra di quella volta che quando il collega del Qatar aveva osato rimproverare qualcosa alla Russia (tra i due Paesi non c’è buon sangue: terroristi ceceni sono saltati per aria mentre erano «ospiti» a Doha), lui rispose dicendo che se Mosca voleva il Qatar sarebbe sparito entro il pomeriggio. Un’altra volta provocò la collega americana Samantha Powers – figura molto nota e molto inserita in era Obama – chiosando, al termine di un discorso piagnucolante di questa contro gli interventi militari russi in Crimea e Siria: «ha parlato Madre Teresa».
Salta fuori, invece, che tra i due c’era buon sangue. Lo dimostra il necrologio bellissimo, a tratti toccante, che la Powers ha scritto sul New York Times alla morte di Churkin.
«Vitalij era un magistrale narratore dotato di un epico senso dell’umorismo, un buon amico e una delle più grandi speranze di collaborazione tra Stati Uniti e Russia» scrive la Powers, nelle cronache degli ultimi mesi per la storia USAID, al cui vertice era transitata.
Il rapporto con il rappresentante permanente russo era più forte di quel che sembrava: «Lui e sua moglie Irina adoravano il teatro. Quando ho portato un gruppo di ambasciatori a Shakespeare in the Park, è stato il primo ad alzarsi dalla sedia per scatenare una standing ovation per “Cimbelino”».
«Invitai lui e Irina a casa dei miei genitori a Yonkers per il Ringraziamento, rendendolo l’unico collega delle Nazioni Unite ad entrare nel santuario selvaggio della mia famiglia irlandese». Per una famiglia americana, tanta roba davvero.
Quindi ecco che nell’elogio funebre della Powers sul quotidiano neoeboraceno fa capolino la questioni di interesse maggiore.
«Gli ho fatto conoscere la serie drammatica sulla Guerra Fredda The Americans della FX, che lui ha preso in giro definendola “un po’ ridicola”, ma che nonostante ciò sembrava guardare in modo compulsivo».
Ecco lì. Non vediamo alcun ridicolo nello show, ma la compulsione a guardarlo c’è tutta.
Giudizio critico: potente, riuscito. Da vedere assolutamente
Spie molto poco 007: Slow Horses

















