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A House of Dynamite: il cinema esplosivo di Kathryn Bigelow | Autori
A House of Dynamite, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella
In via eccezionale, in questo nostro podcast si parla di un film: A House of Dynamite (2025, Netflix), thriller geopolitico, della durata di quasi 2 ore, di Kathryn Bigelow. Anche se, come discutiamo nell’episodio, l’idea di serialità è intrinsecamente connessa a questa produzione.
E poi, A House of Dynamite si inserisce idealmente in un filone (quasi “seriale”) all’interno della filmografia della prima autrice a vincere l’Oscar per la regia (The Hurt Locker, 2008). Più precisamente, questo film è l’ultimo capitolo di un’ideale trilogia della guerra, iniziata con il sopracitato The Hurt Locker e proseguita con Zero Dark Thirty (2012), il film sulla laboriosa cattura di Bin Laden. Ci sono tutti gli elementi che hanno contribuito alla sua fama: tensione da conto alla rovescia, crisi militari, morale individuale sotto stress.
Nel cast troviamo Idris Elba (The Wire), Rebecca Ferguson (Dune), Gabriel Basso (The Night Agent) e Jared Harris (Fringe, The Terror).
“Autori”: lo spazio che Mondoserie dedica a registi, sceneggiatori, showrunner e creatori di prodotti che segnano il nostro tempo.
Davvero l’attacco è la miglior difesa?
A House of Dynamite è suddiviso in tre blocchi, ciascuno racconta lo stesso segmento – 18 fatidici minuti – visto da una prospettiva differente -, che si interseca con gli altri. La trama è semplice e ad altissimo tasso di tensione: viene rilevato un missile intercontinentale, carico di una testata nucleare, in arrivo verso Chicago. Origine sconosciuta. Non si sa se è un errore, un attacco, o un test fallito.
Il film mostra questo stesso evento attraverso tre punti di vista, che si illuminano e si contraddicono a vicenda. La Situation Room della Casa Bianca in Washington D.C., dove gli analisti realizzano la minaccia, coordinandosi con politica e intelligence. La seconda prospettiva è il comando della STRATCOM in Nebraska, dove si valuta militarmente l’allerta, ipotizzando le eventuali rappresaglie.
In pochissimo tempo, cercando di non lasciarsi influenzare dagli aspetti emotivi, con l’imminente minaccia di un conflitto nucleare su scala globale. Colpire per primi? Oppure attendere? Questa in sostanza la terribile decisione che è chiamato a prendere il Presidente degli Stati Uniti assieme ai suoi consiglieri più fidati, protagonisti del terzo segmento.
A House of Dynamite e il finale negato
A House of Dynamite si conclude con una ellissi radicale: nessuna esplosione mostrata, nessuna certezza. Lo spettatore resta con l’angoscia e il dubbio sulle conseguenze invisibili. Questo ha causato non poco malumore nel pubblico. Ma l’ellissi in questione è necessaria ad una storia che si concentra sulla criticità della situazione. Che è tale proprio perché irrisolta. Vi è poi la narrazione prospettica, che ci invita ad articolare una stessa verità su diversi livelli (politico, militare, istituzionale…).
Il potere, la responsabilità, la fragilità: anche i “migliori sistemi” e le più rigide catene di comando possono essere minati da errori umani, paura, tempi brevissimi. A House of Dynamite mostra che la minaccia non è solo esterna (il missile), ma anche interna (indecisione, protocollo, panico). La domanda del film allora diventa: che cosa significa agire quando ogni scelta è un potenziale suicidio morale? Il titolo stesso – “casa di dinamite” – suggerisce una civiltà che vive costantemente in bilico.
La stessa volontà di non dare un classico epilogo – non mostrare l’esplosione – equivale a mostrare il nostro vivere nella minaccia costante. Curiosità: il Pentagono ha criticato il film perché mette in dubbio l’efficacia della difesa missilistica statunitense – l’ennesimo segno che finzione e realtà, di questi tempi, si incrociano sempre più spesso.
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