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Mr. Mercedes e l’incapacità di capire quando una storia è finita | 2 voci, 1 serie
Mr. Mercedes, podcast ! Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
Con le sue tre assai diverse stagioni, Mr. Mercedes è un caso istruttivo: una serie che nasce sotto ottimi auspici – grande autore di partenza, solida produzione, attori eccellenti – e che proprio per questo rende ancora più evidente il suo inciampo. Non parliamo di un prodotto mal riuscito o trascurabile, ma di una serie fatta bene, spesso molto bene, che però finisce per inciampare in un problema strutturale enorme: l’incapacità di capire quando una storia è finita.
L’operazione iniziale è chiara e promettente. Stephen King decide di misurarsi con il poliziesco hard boiled, rinunciando – almeno in partenza – al soprannaturale che ha reso celebre la sua narrativa. Nasce così la trilogia di Bill Hodges, ex detective in pensione, stanco e disilluso, alle prese con un antagonista disturbante e modernissimo. La prima stagione della serie traduce molto bene questo impianto: è tesa, cupa, claustrofobica, sostenuta da un duello psicologico memorabile.
Il problema emerge dopo. Come raccontiamo con qualche spoiler nel podcast, con la seconda stagione Mr. Mercedes introduce un colpo di scena radicale e fortemente inverosimile. Fondato su un abuso disinvolto – e discutibile – della sospensione dell’incredulità dello spettatore. Non è una questione di realismo contro fantastico, ma di coerenza narrativa e di rispetto del patto costruito con chi guarda. Il risultato è una serie disomogenea, bizzarra. Che alterna momenti di grande qualità a scelte difficili da difendere. Ed è proprio per questo che vale la pena discuterne.
“2 voci, 1 serie”: dialoghi sulle cose che ci piacciono, o ci interessano, nel podcast di Mondoserie.
Cos’è Mr. Mercedes: produzione, cast, traiettoria narrativa
Andata in onda tra il 2017 e il 2019 per tre stagioni e trenta episodi complessivi, oggi in Italia presente su Netflix, Mr. Mercedes è tratta dalla trilogia letteraria di Stephen King composta da Mr. Mercedes, Finders Keepers ed End of Watch. A guidare l’adattamento è David E. Kelley, uno dei grandi architetti della serialità popolare americana, autore di titoli come The Practice, Boston Legal, Ally McBeal, Big Little Lies, Goliath, Nine Perfect Strangers.
Kelley imposta la serie su un tono teso e claustrofobico, privilegiando i personaggi e la loro psicologia rispetto all’azione pura. Il cast è uno dei punti di forza principali: Brendan Gleeson è un detective stanco, disilluso, malinconico e profondamente umano; Harry Treadaway dà vita a un serial killer disturbante, manipolatore, figlio tossico della cultura dell’umiliazione; Justine Lupe introduce con delicatezza Holly Gibney, personaggio importante nell’universo narrativo kinghiano.
La prima stagione si apre con un trauma collettivo – una folla investita da una Mercedes rubata – e costruisce un confronto serrato tra Hodges e un killer che non vuole solo uccidere, ma essere visto e riconosciuto. La seconda stagione, apparentemente prosecuzione diretta, devia bruscamente, riaprendo una partita che sembrava chiusa. La terza stagione, infine, torna a un registro più coerente. Ma ormai il danno strutturale è fatto: la serie non riesce più a ritrovare una direzione davvero solida.
King, il soprannaturale e il patto con lo spettatore
Nel rapporto con i romanzi di King – come spieghiamo meglio nel podcast – Mr. Mercedes riorganizza l’ordine della narrazione. La seconda stagione attinge infatti al terzo libro della trilogia, mentre la terza adatta il secondo, che raccontava una storia quasi autonoma. Questa scelta produce una forzatura evidente: il “ritorno” di Brady, che nei romanzi aveva un senso – traballante ma in qualche modo ancora comprensibile, legato al declino fisico e alla fine imminente di Hodges – viene anticipato e trasformato in un espediente narrativo insensato.
Il problema, va detto con chiarezza, non è il soprannaturale in sé. Stephen King ha costruito la sua opera proprio su quell’elemento. Il problema è il modo in cui viene usato: non come sviluppo organico della storia, ma come scorciatoia per annullare una conclusione e rimettere tutto in gioco. Il confronto con The Outsider è illuminante: lì il soprannaturale è centrale, ma introdotto gradualmente e in piena coerenza con il tono e la logica interna del racconto.
In Mr. Mercedes, invece, il colpo di scena della seconda stagione rompe il patto con lo spettatore, indebolisce retroattivamente la forza della prima e condanna la terza a un ruolo incongruo. Resta così un oggetto strano: una serie (inizialmente) ben scritta, ben recitata (sempre), tratta da un grande (ma incostante) autore, che inciampa in una verità semplice e crudele. La sospensione dell’incredulità è un patto delicato: non puoi violarlo solo perché non sai più dove andare. Puoi avere grandi attori, grandi autori e una grande produzione – ma se rompi quel patto, l’auto – per restare in tema – va a sbattere lo stesso.
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Dello stesso autore: Nine Perfect Strangers

















