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Untamed, ma non ci sono più investigatori normali? | 2 voci, 1 serie
Untamed, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
C’è un tipo di investigatore che ormai domina le narrazioni crime contemporanee. Non è necessariamente brillante, di certo non è infallibile. Soprattutto, non è mai in pace con se stesso. È un uomo (quasi sempre un uomo) solo, ferito, spesso ex poliziotto, che porta addosso la memoria di un dolore troppo grande. In Untamed, questo detective tormentato prende il volto di Kyle Turner, ranger solitario dello Yosemite National Park, interpretato da Eric Bana.
La miniserie Netflix Untamed, ideata da Mark L. Smith con la figlia Elle, come raccontiamo nel podcast si inserisce perfettamente nella genealogia di racconti che da True Detective a Jack Taylor, da Dept. Q a The Sinner, uniscono il giallo a una profonda riflessione psicologica, umana e simbolica.
Qui la natura diventa coprotagonista: non è solo sfondo, ma specchio. Lo Yosemite è maestoso, indifferente, enigmatico. Uno spazio incontaminato eppure segnato dalla presenza umana, dalle sue violenze, dalle sue fughe. È qui che si svolge un’indagine che è anche viaggio nel dolore, nell’espiazione, nel segreto. Untamed racconta il crimine, ma lo fa interrogandosi su cosa resta di noi dopo la perdita. Su quanto possiamo sopportare prima di cedere. E su cosa davvero voglia dire “giustizia”, in un mondo in cui tutti – in fondo – hanno qualcosa da nascondere.
“2 voci, 1 serie”: dialoghi sulle cose che ci piacciono, o ci interessano, nel podcast di Mondoserie.
Un thriller tra boschi, dolori e verità sepolte
Untamed è una miniserie thriller statunitense uscita su Netflix nel 2025. È composta da 6 episodi da 40–50 minuti ciascuno, scritta da Mark L. Smith (autore di The Revenant e American Primeval) insieme alla figlia Elle. Pur essendo ambientata nello Yosemite National Park, è stata girata in realtà in Columbia Britannica, Canada – classico escamotage produttivo che non intacca la forza visiva della serie.
Il cast è guidato da Eric Bana, che interpreta Kyle Turner, ranger solitario e veterano del parco, tormentato da una tragedia familiare. Con lui Lily Santiago, nel ruolo di Naya Vasquez, ex poliziotta di Los Angeles in fuga da un passato violento. Sam Neill è il capo dei ranger, mentore e amico di Turner, e Rosemarie DeWitt interpreta l’ex moglie di Turner, Jill. La trama prende avvio dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna ai piedi della parete rocciosa nota come El Capitan. Il mistero intorno alla sua morte (suicidio o omicidio?) attiva un’indagine ostacolata da pressioni istituzionali e fantasmi personali.
La struttura della serie alterna il caso principale a numerose sottotrame: segreti, colpe, traumi sommersi. Emergono storie di pedofilia, droga, famiglie distrutte, comunità sommerse. E il paesaggio stesso – boschi, grotte, montagne – diventa uno spazio da esplorare, come se i personaggi dovessero scendere nel cuore della natura per ritrovare se stessi e le loro verità.
Untamed nel podcast: tatura, trauma, segreti
C’è un’ambivalenza profonda che attraversa tutta Untamed, come discutiamo nel podcast: la tensione tra il fuori e il dentro. Fuori, l’immensità silenziosa dello Yosemite, simbolo di libertà, isolamento, purezza. Dentro, l’oscurità dei suoi protagonisti: il dolore irrisolto, i lutti, i traumi che riemergono. La morte della ragazza innesca un effetto domino: ogni personaggio viene costretto ad affrontare ciò che ha sepolto, ciò che ha perduto, ciò da cui è fuggito.
Il ranger Turner è l’ennesimo esempio di quel tipo di investigatore spezzato che sembra ormai dominante nel noir contemporaneo. Come Rust Cohle in True Detective, è un solitario, un uomo rotto che ha scelto la natura come ultimo rifugio. Ma qui la wilderness non offre redenzione, solo un riflesso amplificato del caos interiore. La Vasquez, al suo fianco, incarna un altro trauma: quello delle donne che fuggono la violenza e cercano un luogo sicuro. I due si trovano, si aiutano, ma non si salvano a vicenda: si accompagnano nel buio, per quanto possibile.
Il parco stesso è pieno di comunità sommerse: nativi americani, senzatetto, reietti, criminali. Una società parallela che vive ai margini del sistema, e che le autorità preferirebbero ignorare, per non disturbare il mito turistico del parco. Untamed ci dice che ciò che appare incontaminato spesso nasconde la corruzione. E che l’indagine, come sempre nei gialli più profondi, è solo una scusa per parlare d’altro: della colpa, della memoria, e della possibilità (forse) di fare i conti con ciò che ci ha cambiato per sempre.
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