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HBO Max in Italia significa l’arrivo finalmente di Primal, il capolavoro di quel genio dell’animazione che risponde al nome di Genndy Tartakovsky. E di cui abbiamo già parlato a proposito di Fixed, Star Wars: Clone Wars 2D, e soprattutto di Samurai Jack. Primal si sviluppa a partire dal 2019, in 3 stagioni per un totale di 30 episodi di poco più di venti minuti di pura narrazione visiva. Un ritorno alle origini del racconto dove non serve una singola parola per farti piangere o per farti sentire il terrore di una preda.
C’è una domanda che aleggia nel mondo dell’animazione, così come tra chi segue queste puntate del podcast di Mondoserie: Tartakovsky è davvero l’unico talento originale rimasto nell’animazione occidentale? La risposta tende verso un sì assoluto. Mentre i grandi studi si rifugiano nel fotorealismo della computer grafica o in sceneggiature logorroiche, Genndy opera per sottrazione: spoglia la narrazione di ogni fronzolo per arrivare all’osso, al nervo scoperto dell’emozione.
Lui è l’unico che ha il coraggio di lasciar correre i minuti senza un solo dialogo. Sa che un taglio d’occhi o il movimento di un muscolo sotto la pelle valgono più di mille monologhi.
Stilisticamente poi è l’anello di congiunzione tra l’età dell’oro dei cartoni animati (quella di Chuck Jones e Tex Avery) e la sensibilità cinematografica di Sergio Leone o Akira Kurosawa. Ha preso il dinamismo “gommoso” del passato e lo ha trasformato in un’arma epica e brutale.
Infine, se l’animazione mainstream si fa imprigionare dall’ossessione di voler rassicurare i propri spettatori, Tartakovsky si nutre di inquietudini. È l’unico che nell’attuale panorama occidentale cerca ancora un impatto viscerale.
“Animazione” è il format del podcast di Mondoserie dedicato alle diverse scuole ed espressioni del genere, dall’Oriente alla scena europea e americana.
Primal: un legame forgiato nel sangue
In un mercato che ha visto la sfortunata cancellazione della splendida Scavengers Reign, Tartakovsky resta l’ultimo baluardo: un autore che crede nell’animazione come linguaggio autonomo e non come semplice veicolo per barzellette o canzoni pop. Primal è il compimento di una ricerca durata trent’anni: raccontare tutto senza dire nulla. Lasciando che siano il respiro, il sangue e gli sguardi a narrare.
Questa serie prende vita in un modo che, pur con evidenti somiglianze, non è preistoria. Ma un “altrove” fantastico dove uomini e dinosauri convivono in un ecosistema dominato da una violenza spietata. Non c’è traccia di civilizzazione. Solo la legge del più forte e la lotta disperata per un altro giorno di vita. Spear, un uomo di Neanderthal, assiste allo sterminio della sua famiglia da parte di predatori, e Fang, una femmina di Tirannosauro subisce la stessa, identica perdita. Due esseri soli, al vertice della catena alimentare ma ai margini della sopravvivenza, che decidono di unire le forze. Non c’è amicizia nel senso disneyano del termine. C’è un’alleanza tattica che lentamente si trasforma in un legame d’anima profondo, viscerale e commovente, nato dalla condivisione del lutto.
Le tre stagioni si distinguono per toni e ambientazioni: se la prima è confinata in una natura selvaggia e “amorale”, la seconda introduce l’elemento che cambia tutto: l’incontro con le civiltà e tutte le conseguenze etiche che ciò comporta. La terza stagione invece compie un salto carpiato nel genere horror e nel dark fantasy.
Volendo tracciare una parabola del viaggio di Spear e Fang finora potremmo dire che nel primo arco apprendiamo le leggi della sopravvivenza. Nel secondo che lo scontro è inevitabile. Infine, nella terza, che l’amore e la rabbia sono più forti della morte, ma che questo potere ha un costo devastante.
L’estetica della violenza e del colore
Ma sono molti altri i motivi per cui Primal è un’esperienza visiva senza pari. In primis il segno, il colore, lo stile. I contorni spessi e le tensioni muscolari sono l’eredità delle illustrazioni fantasy di cui Frank Frazetta è stato il maestro assoluto. Primal esce dal mondo grafico degli anni 60 e 70. Dalle anatomie epiche dei comics di Jack Kirby, dalle visioni orrorifiche di Richard Corben. Sono linee che, pur bidimensionali, trasmettono il peso di un corpo.
Il colore in Primal è una lingua a sé stante. Se Spear è furioso, l’intero orizzonte diventa un rosso piatto e opprimente. Se c’è disperazione, il mondo annega nel blu cobalto. Non è realismo, è espressionismo puro: la proiezione del trauma interiore dei protagonisti sul paesaggio circostante. Infine, lo stile: una violenza bruta e gore, ma mai gratuita. Un mondo dove la morte è l’unica costante. E in cui anche la decomposizione diventa parte della coreografia narrativa.
Ma il fascino maggiore di questa serie risiede nella sua capacità di toccare corde ancestrali.
Riesce a muovere sentimenti nei confronti di un ominide e un dinosauro che si esprimono a ruggiti. Ritrae un male che non è scelta morale ma elemento imprescindibile della vita.
E porta le regole della narrazione verso un punto di non ritorno, in cui l’orrore si fonde con il sublime. Com’è possibile che un’opera dove i cuccioli vengono sbranati davanti ai genitori e dove il sangue scorre a fiumi risulti così commovente e armoniosa?
Primal ci riconnette con la natura nella sua accezione più terrificante e maestosa: la natura che non è “buona”, ma semplicemente è. La crudeltà non è mai sadismo gratuito; è la cronaca dell’inevitabile. Il sublime nasce dal contrasto. Vedere Spear e Fang riposare l’uno accanto all’altra dopo aver sterminato un’orda di aggressori crea un cortocircuito emotivo. La loro “gentilezza” reciproca risalta proprio perché il mondo intorno a loro è un inferno.
Poi c’è la dignità della preda: Tartakovsky dedica tempo al respiro agonizzante di ogni creatura. Non c’è indifferenza verso la morte, c’è solennità. E cosa dire poi della tragedia che si fonde con l’orrore? Vedere l’eroe costretto a continuare a combattere nonostante sia perennemente immerso in dolore e morte è un’immagine di una bellezza atroce. È la volontà di vita che trionfa, ma a un prezzo che spezza il cuore.
La bellezza nel sangue: come la crudeltà si fa sublime
In un’epoca di intrattenimento anestetizzato, dove ogni emozione viene spiegata, mediata e ammorbidita, Tartakovsky lancia una sfida brutale a tutto il sistema. Il suo è un grido che rivendica la sovranità dell’immagine. Un ruggito profondo.
Primal è un grido di battaglia: dimostra che i cartoni possono essere popolari senza essere banali, che possono essere crudeli senza essere cinici e che il sublime può nascere dal fango e dal sangue. È la prova che l’animazione non è un genere per bambini o un sottoprodotto del cinema, ma una delle forme d’arte più pure e potenti ancora a nostra disposizione.
Mentre guardiamo Spear e Fang affrontare l’oscurità, tra la vita e la morte, tra il mito e l’orrore, capiamo che quel grido ci riguarda. È il grido di chi vuole ancora essere stupito, ferito e commosso dalla forza di un disegno che prende vita. Primal ci ricorda che, finché avremo il coraggio di guardare nell’abisso senza abbassare gli occhi, l’arte sarà sempre viva.
E urlerà per noi.
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