Ascolta la puntata e iscriviti al podcast.
The Walking Dead, gli spinoff: il mondo dopo la fine
The Walking Dead: gli spin off, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella
Come i suoi mostri eponimi, The Walking Dead non muore. Dopo undici stagioni e tredici anni di trasmissione, tra alti e bassi, la serie madre si è conclusa nel 2022. Lasciando dietro di sé non solo un’imponente eredità culturale, ma addirittura un’intera galassia narrativa, tuttora in espansione. I tre sequel – spin off oggi al centro di questo podcast – The Ones Who Live, Daryl Dixon, Dead City – rappresentano il tentativo più ambizioso di mantenere vivo (o anche solo non-morto) il cuore del franchise.
La saga, come sottolineano gli articoli (su tutti lo Speciale The Walking Dead) e gli altri podcast di Mondoserie, tra cui uno specificatamente dedicato al fumetto che ne è all’origine, ha sempre oscillato tra allegoria sociale e survival drama. I morti viventi come metafora delle paure collettive, la lotta quotidiana come parabola del nostro presente precario. Ma in questi sequel – come analizzato in questo podcast – il focus si sposta: meno apocalisse, più conseguenze. Meno mostri, più strutture di potere, memoria, identità.
Tre direzioni diverse, tre coppie protagoniste, tre esperimenti che cercano di capire cosa resta quando una storia epocale si chiude. E perché ancora ci ostiniamo a raccontarla.
The Ones Who Live – Daryl Dixon – Dead City
Nel podcast introduciamo The Ones Who Live (Sky/NOW – 2024), in 6 episodi, che vede il grande ritorno dei ‘protagonisti perduti’ della serie madre: Rick Grimes (Andrew Lincoln), che era dato per morto, e Michonne (Danai Gurira), l’impavida compagna che lo cerca da anni. Rick è in realtà prigioniero della CRM, opaca organizzazione militare. Ancora una volta viene rilanciato uno dei temi cardine della serie: quanta libertà si può sacrificare in nome della sicurezza? Nel cast figura anche Terry O’Quinn (Lost). Qui l’articolo di Mondoserie su The Ones Who Live
Le due stagioni di Daryl Dixon (2023–24), con una terza in arrivo, sono invece ambientate in Francia. Protagonista, ovviamente, l’omonimo amato redneck (interpretato da Norman Reedus), letteralmente naufragato in Europa. Rispetto ai toni epici e cupi di The Ones Who Live, qui siamo in un inedito e gotico road movie, che utilizza l’approdo dell’antieroe americano in terra straniera per mettere a confronto le due culture. Il tutto in un irresistibile scenario tra il bucolico (i vigneti francesi) e l’apocalisse (la Tour Eiffel in rovina). In cui comparirà – poteva mancare? – anche ‘scary’ Carol (Melissa McBride). Qui l’articolo su Daryl Dixon.
Dead City (2023), in 6 episodi, ambientato in una Manhattan devastata e piena di insidie, vede come insospettabili protagonisti, la coppia Maggie (Lauren Cohan) e Negan (Jeffrey Dean Morgan). La Vedova ha però bisogno dell’assassino del suo compagno per ritrovare il figlio rapito. Con uno stile estremamente cupo e serrato, la storia verte da una parte sul trauma e sul perdono. Dall’altra si ritorna allo zombie come presenza inquietante o meglio, terrificante, come nelle primissime stagioni di The Walking Dead. Qui l’articolo su Dead City.
Cosa raccontano oggi gli spin off: sopravvivere a se stessi
Questi tre sequel, pur diversissimi tra loro, hanno tutti un tratto comune: sono narrazioni “di ritorno”. Rick che torna dal nulla. Daryl che torna alla coscienza di sé. Maggie e Negan che tornano (forzatamente) a fidarsi. Sono storie in cui il passato non muore, ma anzi si incarna nuovamente, nei luoghi e nei legami. Il mondo non si è ricostruito, ma si è stratificato.
The Ones Who Live rilancia la tensione politica della saga: la CRM come utopia distorta, tecnocratica, che ripete gli errori del mondo pre-apocalittico. Daryl Dixon apre all’Europa e al confronto culturale: la storia come rovina e come risorsa. Dead City ripensa la città come spazio di pericolo, ma anche di possibilità. In tutti e tre i casi, si scava nelle relazioni, nei nodi irrisolti, nelle identità ferite. Il franchise diventa così laboratorio morale. Non è più una lotta per la sopravvivenza fisica, ma per la convivenza. Per la fiducia. Per la ricostruzione. Con un’ombra costante: e se non fossimo più in grado di vivere insieme?
Come diciamo bene nel podcast, The Walking Dead era – al principio – un racconto sulla fine. Ma oggi è diventato un racconto sul dopo. E in questo, paradossalmente, si fa ancora più attuale. I suoi sequel parlano di spaesamento, di identità frantumate, di comunità difficili. Sono allegorie post-pandemiche, post-ideologiche, post-utopiche. In un mondo che non ha più un centro, restano solo persone che tentano di orientarsi. E di trovare un nuovo inizio, tra macerie e fantasmi.
Se ti è piaciuta la puntata su The Walking Dead: gli spin off, iscriviti al podcast sulla tua piattaforma preferita:
The Walking Dead: la serie madre
Ascolta il podcast in chiave ‘politica’ su The Walking Dead: come ricostruire l’ordine caduto?
The Walking Dead: come ricostruire l’ordine caduto? | PODCAST

















