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Se c’era ancora qualche dubbio sul peso specifico di Hacks, i Golden Globes del 2026 li hanno spazzati via definitivamente. La serie non è più solo una sorpresa o un “titolo di culto”: è diventata un’egemonia culturale. Dopo aver spodestato The Bear agli Emmy 2024, l’ennesimo premio ai Globes ha confermato Jean Smart come l’indiscussa sovrana della commedia mondiale, capace di vincere ancora e ancora. Proprio come la sua Deborah Vance.
In Italia il percorso distributivo purtroppo procede a rilento: attualmente su Netflix abbiamo per ora a disposizione solo la prima e la seconda stagione, quella che trasforma la serie da “comedy da ufficio” a un vero e proprio road movie. Ed è forse il momento migliore per guardarla, ora che tutto il mondo la celebra.
Anche se è facile immaginare che HBO Max, produttrice dello show e di recente sbarcata in Italia, prima o poi porterà a compimento la distribuzione anche nel nostro Paese.
Paria e regine: la collisione nel camper
La premessa è ormai un classico della satira moderna: Ava (Hannah Einbinder) è una giovane sceneggiatrice “cancellata” da Hollywood per un tweet infelice. Bollata come omofoba e finita nel tritacarne di una shitstorm, viene spedita dal suo agente a Las Vegas, alla corte di Deborah Vance. Una leggenda della stand-up comedy che vive un viale del tramonto fatto di televendite via cavo e teatri dei casinò sempre meno affollati.
Se la prima stagione costruiva il rapporto, la seconda stagione di Hacks lo mette alla prova su strada. Le due protagoniste lasciano le luci di Las Vegas per un tour in camper attraverso l’America profonda.
È qui che la serie compie il salto di qualità: il rapporto tra mentore riluttante e apprendista ribelle abbandona gli schemi già visti per diventare una disincantata rappresentazione dello show business a stelle e strisce.
Hacks: Deb e Ava
A impersonare Deborah Vance è la straordinaria Jean Smart. Attrice la cui carriera è iniziata nel 1980 e che ha attraversato opere fondamentali della serialità come 24, Watchmen e Legion, trova in Hacks il suo trono definitivo. Smart interpreta Deborah con una spigolosità acida e dispotica. Ma gli spettatori più smaliziati intuiscono subito che si tratta di un’armatura sviluppata per proteggersi.
Perché gli Stati Uniti di oggi, con la loro doppia morale che predica inclusività ma condanna senza mezze misure, non sono poi così diversi dalle società antiche che trattavano le attrici come cittadine di serie b. Considerandole donne di malaffare. Deborah Vance è il prodotto di questo sistema. Una donna che ha imparato a proprie spese che deve sempre giocare a carte coperte, usando astuzia, menzogna e persino il proprio denaro per confrontarsi alla pari con i colleghi maschi.
Dall’altra parte del tavolo di Hacks c’è Ava. La Einbinder incarna perfettamente la giovane artista combattuta tra ideali e compromessi. Ava è l’ennesima vittima della cultura contemporanea. Sebbene la ricerca di inclusività sia sacrosanta, il passaggio dai vecchi “orchi” del Novecento alla consapevolezza attuale sta producendo un’epoca del terrore. In cui ognuno si fa delatore del vicino pur di salvare la propria carriera.
Ava è un personaggio riuscito perché è vittima del suo mondo: ha tutti i tic della Generazione Z, ma cede alle tentazioni classiche dell’alcol, del sesso occasionale e del gioco d’azzardo. È un Pinocchio moderno che finisce per avere in Deborah Vance la peggior Fata Turchina che una ragazza possa ritrovarsi ad avere.
L’ultima battuta, prima del buio
Nella seconda stagione, il focus di Hacks si sposta sul rischio artistico. Deborah decide di buttare via il suo vecchio repertorio “sicuro” per scavare nel proprio dolore e nei propri fallimenti. È un processo brutale che mette a nudo la crudeltà del mestiere comico.
E mentre la trama principale corre verso l’auto-analisi, i comprimari iniziano a brillare: il segretario di Deb con la sua problematica storia d’amore, la madre di Ava e soprattutto l’agente Jimmy con la sua irresponsabile segretaria Kayla, che regalano momenti di comicità purissima che spezzano la tensione emotiva tra le due protagoniste.
Hacks non è una serie sulla redenzione. È una serie sulla resistenza. Sotto i riflettori di un teatro o tra le poltrone impolverate di un casinò di seconda categoria, Deborah e Ava ci dicono che non c’è gloria senza ferite. La vecchia diva, sopravvissuta ai predatori in doppiopetto del secolo scorso, e la giovane autrice, incastrata dai delatori digitali, finiscono per guardarsi allo specchio. E trovarsi identiche. Entrambe hanno venduto un pezzo di anima per una risata in più.
Deborah, nonostante i premi, i soldi e i palchi ritrovati, deve ancora lottare per ogni centimetro di dignità, conscia che non può permettersi nessuna incertezza ma anche nessuna battuta d’arresto. La bellezza di questa serie non sta nel successo ritrovato, ma in quello che resta quando il trucco si scioglie. Una vulnerabilità spigolosa e “sporca”, fatta di cattiveria e solitudine. Deborah che, nonostante i premi e i milioni, deve ancora lottare per un po’ di spazio, conscia che nessuno verrà a salvarla. Ci sono solo loro, Ava e Deb, nel buio dietro le quinte, con una nuova, spietata battuta pronta in canna.
Un’altra satira sullo show business: The Studio
Un’altra commedia (meno riuscita): Reboot

















