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Il 2026 della Marvel Television si è aperto a fine gennaio con il debutto di Wonder Man. Otto episodi da mezz’ora, disponibili su Disney+, che hanno saputo ribaltare ogni pronostico.
È un’opera che agisce su due fronti. Da un lato recupera il DNA dei comic book revisionisti degli anni ’80, quelli che hanno sporcato il mito dell’eroe con la realtà della strada. Dall’altro lo immerge nello stesso cinismo della serie comedy Hacks, svelando come dietro ogni maschera — sia essa di cerone o di energia ionica — ci sia sempre un individuo che lotta per non essere masticato dal sistema.
Questa serie è uscita in un clima di generale scetticismo, schiacciata tra le rimostranze dei fan oltranzisti — che esigevano un attore più fedele all’originale cartaceo — e la stanchezza di una critica ormai sfinita da troppi prodotti insipidi. Eppure, Wonder Man si è imposta subito come un’eccezione autoriale. Una serie che trascende le costrizioni del genere supereroico per farsi dichiarazione d’amore e d’odio nei confronti dell’industria dello spettacolo: quella macchina che accende le fantasie dei bambini per poi spegnere i sogni degli artisti adulti.
Figlia di Hollywood e al tempo stesso sua coscienza sporca, la serie mette in scena un paradosso che ci costringe a riflettere su concetti come verità e talento.
“5 minuti 1 serie” è il format del podcast di Mondoserie che racconta appunto una serie in poco più di cinque minuti (o meno di dieci!). Senza fronzoli, dritti al punto.
Wonder Man e l’estetica del fallimento
Simon Williams (Yahya Abdul-Mateen II) è un attore che cerca di farsi strada a Los Angeles partecipando a una serie di provini per interpretare un supereroe in una nuova produzione dei Marvel Studios. Il paradosso risiede nel fatto che Simon possiede davvero poteri ionici misteriosi, incontrollabili e devastanti. Ma è costretto a tenerli nascosti per non violare i rigidi codici degli studios.
In questo percorso incontra Trevor Slattery (Ben Kingsley), l’attore che anni prima finse di essere il terrorista internazionale Il Mandarino e che qui diventa il suo consulente artistico. Mentre la narrazione segue l’ascesa di Simon nel sistema cinematografico, Slattery funge da guida attraverso i meccanismi più oscuri dell’industria. Simon si ritrova così a gestire la pressione dei produttori mentre la sua natura straordinaria minaccia di distruggere la sua carriera nascente.
In Wonder Man, il fallimento non è assenza di doti, ma l’impossibilità di farle coincidere con le caselle del mercato. Simon Williams abita una zona grigia: è un uomo straordinario che cerca disperatamente una collocazione in un sistema ordinario. La grandezza dei suoi poteri si umilia per la sopravvivenza quotidiana. È il mito che scende a patti con l’affitto da pagare, trasformando l’eroismo in una routine deprimente fatta di attese telefoniche.
Ma la recitazione non è limitata al set. La vita di Simon non gli appartiene più: è una performance costante. A Hollywood si è smarrita la differenza tra la realtà e la posa; non esiste spazio privato che non sia mediato dalla consapevolezza di essere osservati. Simon non vive, performa il “sé stesso” che ritiene vendibile. È una condizione di alienazione totale in cui l’identità viene cannibalizzata dal desiderio di essere scelti. Il valore dell’uomo è nullo finché un agente non lo convalida con un “sì”.
Diderot a Los Angeles?
Qui entra in gioco il Paradosso sull’attore di Diderot. Il filosofo sosteneva che il grande interprete non deve provare nulla, ma deve essere un osservatore freddo capace di riprodurre le emozioni con precisione meccanica. Se l’attore soffrisse davvero, la sua performance sarebbe caotica; solo il distacco garantisce la perfezione. Simon Williams vive questo paradosso in modo letterale e tragico. I suoi poteri sono come un’emozione incontrollata: caldi, pericolosi, istintivi. Rappresentano quella “verità del corpo” che il palco vorrebbe bandire.
La recitazione diventa quindi una forma di controllo: Simon deve farsi attore diderotiano perfetto, usando il distacco per simulare di non avere poteri, per poi poterli riprodurre “artificialmente” davanti alla cinepresa. È un corto circuito ontologico: Simon fallisce quando la sua natura rompe la tecnica. Non può essere l’attore ideale perché la sua carne ionica è troppo presente, troppo vera, troppo ingovernabile.
Il Trevor Slattery di Ben Kingsley rappresenta l’estremo opposto: l’attore che ha perso sé stesso nel distacco tecnico, diventando un guscio vuoto capace di recitare qualunque cosa perché non è più nulla. Siamo di fronte a una simulazione al quadrato: un uomo dotato di poteri immensi che finge di esserne privo per poter essere scritturato nella parte di un eroe i cui poteri sono finzione scenica.
In questo labirinto di specchi, Wonder Man esplora la categoria dei “paria”: quegli artisti dotati di un talento (o di un potere) che non riescono a incanalare nei binari del business. Il potere incontrollato è una minaccia per Hollywood, che non teme il mostro, ma l’imprevisto che rompe il budget. I paria sono gli eroi che non sanno “stare nell’inquadratura”, metafora di tutto ciò che è troppo autentico o pericoloso per essere trasformato in un brand.
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Hollywood riflette su se stessa: The Studio

















