Dopo anni di sprofondo rurale e derive para-filosofiche più o meno riuscite, The Walking Dead: Dead City riporta il franchise alle sue radici più dark e spettacolari. Con una violenza quasi “gore” che non si vedeva da tempo e un’ambientazione urbana che segna un ritorno di fiamma per lo zombie di massa. E che riporta al centro la carneficina, il senso di assedio e la paura collettiva.
Manhattan diventa la nuova “giungla di cemento” post-apocalittica, un luogo radicalmente urbano in cui la legge del più forte si scontra ogni giorno con la marea inesauribile dei non-morti (milioni e milioni, c’è da immaginare). La seconda grande intuizione della serie è la scelta di una coppia di protagonisti sulla carta impossibile: Maggie (Lauren Cohan) e Negan (Jeffrey Dean Morgan). Con gli ex-nemici giurati costretti a collaborare per necessità, nell’inferno dell’isola newyorchese.
È proprio questo doppio salto – nella carneficina e nell’improbabilità della coppia – a rendere Dead City uno degli spinoff più riusciti e spassosi del franchise. Se negli ultimi anni The Walking Dead aveva virato verso non dico l’introspezione ma una sorta di epica survivalista di stampo hobbesiano, qui si torna a una narrazione più serrata, cupa, senza troppi compromessi. Che non dimentica però la dimensione morale dello show: si sopravvive insieme, o si soccombe da soli.
Il risultato è un prodotto di intrattenimento solido e, sorprendentemente, meno stanco di altri recenti tentativi. Siamo tornati al piacere brutale dell’horror, ma senza dimenticare cosa rende intrigante la saga: il conflitto umano, sotto una superficie abitata dai mostri.
Dead City: un ritorno alle origini “hardcore”
Dead City nasce come primo spinoff/sequel ad essere prodotto dopo la fine della serie madre (conclusasi nel 2022 dopo 11 stagioni). Ma arriva per ultimo in Italia, nel luglio 2025, su Sky e NOW, completando una trilogia di rilancio che include anche The Ones Who Live e Daryl Dixon. La serie aveva debuttato negli USA su AMC nel giugno 2023 (sei episodi per la prima stagione, otto per la seconda).
AMC, consapevole della forza dei suoi personaggi iconici, affida il progetto a Eli Jorné come showrunner e a Lauren Cohan e Jeffrey Dean Morgan come produttori e protagonisti. La trama è semplice, lineare, quasi da action movie: Maggie, la guerriera superstite, deve salvare suo figlio Hershel, rapito da un nuovo villain – il sadico Croato – e l’unico che possa aiutarla è proprio Negan, il carnefice di suo marito Glenn. Il viaggio li conduce in una Manhattan trasformata in prigione a cielo aperto. Isolata dal resto del mondo dopo la distruzione dei ponti (fatti saltare dall’esercito all’inizio dell’epidemia in un tentativo di contenimento). E popolata da bande criminali, sopravvissuti feroci e zombie che ormai sono parte del paesaggio più che un’eccezione. Il cuore della serie è tutto qui: un’alleanza forzata, una missione impossibile, e un mondo in cui la città è diventata l’incubo definitivo.
La produzione punta su un’estetica dark, realistica, spesso claustrofobica, con sequenze che sfruttano al massimo la verticalità e il senso di “labirinto urbano” di Manhattan. Il cast si arricchisce di volti intensi e credibili, tra cui Gaius Charles, Željko Ivanek e la piccola Mahina Napoleon. Il racconto, dunque, torna ad essere compatto, serrato, focalizzato su una missione che è anche viaggio nelle ombre della colpa e della memoria.
Maggie & Negan: archetipi dell’ambiguità e della redenzione
Tra i tanti fili tematici che attraversano il franchise, pochi sono forti e dolorosi come quello che lega Maggie a Negan. La morte di Glenn, uno dei momenti più sconvolgenti e iconici di tutta la serie madre, è il trauma che nessuno spettatore – e nessun personaggio – potrà mai dimenticare. Maggie, rimasta vedova in modo atroce, ha costruito la propria leadership sull’odio e sulla volontà di resistere. Negan, l’ex villain carismatico e spietato, ha attraversato un lungo arco di redenzione, passando dall’essere carnefice a protettore, da leader spietato a figura ambivalente in cerca di riscatto.
L’ultima stagione di The Walking Dead aveva avviato una difficile riconciliazione, ma qui la tensione torna centrale. All’inizio di Dead City Maggie “arruola” Negan perché ne ha bisogno: ma la fiducia è minima, e la sete di vendetta mai del tutto sopita. La forza di questo spinoff sta nell’usare questo rapporto irrisolto come motore narrativo. Negan è cambiato, cerca redenzione (e qui si prende cura della piccola Ginny, altro personaggio notevole). Maggie oscilla tra odio e necessità di andare avanti. Entrambi sono “sopravvissuti” non solo all’apocalisse, ma alle proprie scelte e ai propri errori. È chiaro, mi riferisco in particolare alla stagione 1 dello show: della seconda parleremo meglio più avanti, quando finisce la sua messa in onda italiana.
Il fascino di Dead City sta qui: nella consapevolezza – già evocata a piene mani dalla serie madre, come abbiamo discusso nel podcast – che non esistono più buoni o cattivi assoluti, e che la lotta vera è contro i propri fantasmi, non solo contro i morti viventi.
Il ritorno dello zombie di massa: la paura del numero
Uno dei motivi di fascino di Dead City è il ritorno prepotente dello zombie come protagonista vero e proprio. E, ancora di più, nella sua dimensione primaria: il terrore per la massa indistinta, invasiva, spaventosa. Nella lunga evoluzione del franchise, il non-morto aveva rischiato di diventare solo sfondo, routine, quasi “rumore bianco” rispetto ai conflitti umani. Qui, invece, Manhattan è infestata da non morti in quantità soverchiante: sono ovunque, si muovono tra i grattacieli in rovina, piovono letteralmente dai palazzi quando sentono la presenza di umani, si infiltrano in ogni anfratto della città. La città stessa è diventata una trappola naturale, con i suoi tunnel, le sue fogne e le sue infinite stanze abbandonate.
Come avevo scritto parlando di The Walking Dead, “Se il vampiro era il non-morto di una società aristocratica, lo zombi è il mostro non-morto per la società democratica, globalizzata, massmediatica. Lo zombi è il non-individuo, che ha dalla sua la forza soverchiante del numero”.
Con Dead City, gli autori recuperano così il significato originario dello zombie come allegoria della “paura della moltitudine”: la minaccia non è il singolo mostro, ma la massa inarrestabile, la perdita di controllo, l’assedio perpetuo. In questo senso, la serie recupera anche una dimensione più politica, romeriana: la folla, la massa, il pericolo che deriva dall’anonimato e dalla sovrappopolazione. Simbolicamente, nella Manhattan di Dead City vediamo il trionfo della forza del numero sull’individuo, la nemesi definitiva della civiltà urbana.
La città mostruosa: Manhattan come prigione e palcoscenico
L’altro grande elemento di novità di Dead City è infatti l’ambientazione tutta urbana, radicale e inedita per il franchise nella dimensione della megalopoli. Se la serie madre, dopo gli indimenticati episodi della prima breve stagione ad Atlanta, si era spostata presto in ambienti rurali o comunità recintate, e gli altri spinoff avevano scelto paesaggi atipici (la Francia post-apocalittica di Daryl Dixon, la città-fortezza del CRM in The Ones Who Live), qui Manhattan diventa una vera protagonista. Un’isola tagliata fuori dal mondo, con i ponti e i tunnel distrutti per isolare il contagio. Un labirinto di rovine, simboli capovolti, strade deserte ma ancora piene di fantasmi.
La Manhattan raccontata dalla serie non è solo spazio di sopravvivenza, ma campo di battaglia morale. Qui l’essere umano è costretto a confrontarsi col fallimento delle sue stesse creazioni, con la fragilità del proprio dominio sulla natura e sul tempo. L’urbanità è narrata come luogo del massimo anonimato e della massima concentrazione del mostro: ciò che nella società pre-apocalittica era il centro della vita ora è il cuore della morte. Dead City, in questo, si avvicina alle grandi allegorie urbane dell’horror moderno.
L’effetto è potente: la città non è più solo uno sfondo, ma un mostro in sé, una giungla verticale e inospitale che mette in crisi ogni tentativo di comunità. I landmark – la skyline, Central Park, le stazioni della metro – sono svuotati di senso, diventano teatro di assedi, fughe e violenza. In questa città sfigurata, la lotta per la sopravvivenza si fa ancora più feroce: non esiste sicurezza, non c’è più la protezione delle mura o dei confini. E la metropoli, icona della modernità americana, si trasforma nella sua negazione: il luogo dove il futuro appare impossibile da ricostruire.
Dead City, uno spinoff che convince
Alla fine della prima stagione, Dead City si afferma come uno degli spinoff più riusciti e potenti della saga. Certo, non mancano i difetti ormai consueti del franchise: forzature narrative, l’occasionale abuso della “sospensione dell’incredulità” (pur meno estremo che in Daryl Dixon), o villain un po’ caricaturali nel loro delirio paranoico-dittatoriale. Ma nel complesso la serie centra il bersaglio, regalando ai fan uno dei migliori prodotti recenti dell’universo The Walking Dead. Il merito sta soprattutto nella capacità di scegliere una direzione precisa: il ritorno all’horror puro (e urbano), la centralità del conflitto morale tra ex nemici, la riscoperta dello zombie come metafora della paura collettiva.
Forse più ancora dei suoi predecessori, Dead City riesce a riattivare quella “cupa moralità” che aveva fatto grande (nei suoi momento migliori) The Walking Dead. La domanda assillante su cosa resti dell’umano dopo la catastrofe. Su come si costruisce (o si fallisce) una nuova società. Su quali compromessi siamo disposti ad accettare per sopravvivere.
Nel commentare il finale della serie madre, scrivevo che “il messaggio del franchise è ostinato e in fondo ottimista: la vita continua”. Ecco, nel cuore di Manhattan, tra le orde dei non-morti e i fantasmi del passato, respiriamo un odore diverso. Il futuro sembra davvero finito. La ricostruzione dell’ordine può sfociare solo nella parodia. Il sovrappopolamento contemporaneo torna a far paura nella dimensione terrificante della folla che sciama, che occupa ogni spazio.
In fondo, parafrasando l’Elias Canetti di Massa e potere, “la massa è in primo luogo quella sterminata dei morti”.
Leggi il nostro articolo su The Walking Dead
Abbiamo parlato di The Ones Who Live
E pure di Daryl Dixon

















