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The Bear: alta cucina, traumi familiari, nevrosi contemporanee

La pluripremiata serie con ​​Jeremy Allen White è uno specchio eccezionale del nostro tempo: mescolando generi e ossessioni culturali, vita e lavoro, sublime ed esasperazione

di Jacopo Bulgarini d'Elci
26/07/2026
in Articoli
Cover di The Bear per Mondoserie
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Se vi dico che, a poche ore di distanza dalla visione, già non mi ricordo più come finisce The Bear, non la sto insultando. Avremo modo di parlarne meglio dopo, ma intanto: in un certo senso il finale di questa straordinaria, esasperante, premiatissima serie ne riflette in toto il meglio e il peggio. I pregi e i difetti.

Ci sono show che diventano specchio immediato del tempo in cui nascono, intercettandone umori e ossessioni. The Bear è così: un racconto sulla cucina che si fa parabola della società contemporanea, sempre più schiacciata da ansia, perfezionismo e relazioni irrisolte. 

Creata nel 2022 da Christopher Storer per FX on Hulu e distribuita in Italia su Disney+, la serie segue Carmen “Carmy” Berzatto, interpretato da un formidabile Jeremy Allen White, chef di successo costretto a tornare nella sua Chicago per occuparsi della paninoteca di famiglia dopo il suicidio del fratello. In quell’angusto spazio affollato di debiti e rancori si apre una riflessione più ampia: il lavoro come terapia, la famiglia come ferita insanabile, la cucina come luogo di ossessione e redenzione. 

Arrivata a metà 2026 alla fine della sua quinta e ultima stagione, il bilancio resta duplice. Da un lato, momenti di televisione sublime, con punte che sono capolavori assoluti, e una valanga di premi. Dall’altro, la sensazione di un percorso che a tratti si arena – simile a un pranzo d’alta cucina consumato in un caldissimo agosto e con troppi abbinamenti di vini: dopo molte portate, lascia un senso di sazietà. Persino di nausea. 

Nei suoi 46 episodi (+ 1 speciale) The Bear è serie straordinaria ma psicologicamente pesantissima. Non sempre facile da amare. Ora commovente, ora persino esasperante. In fondo, come la vita – e in effetti forse proprio per questo così vicina alla nostra esperienza da essere a tratti quasi respingente.

Produzione, cast e genesi di The Bear

Quando nel giugno 2022 The Bear debutta su Hulu, pochi immaginano il fenomeno che diventerà. O il bottino mostruoso di premi che raccoglierà specie nelle prime stagioni. Christopher Storer (regista / sceneggiatore della maggior parte degli episodi) costruisce una serie che combina il realismo nervoso delle cucine professionali con il dramma psicologico di una famiglia segnata dal lutto. 

La forza del progetto è anche nel cast: accanto a White (già tra i protagonisti di Shameless, e che qui vincerà tre Golden Globe consecutivi e due Emmy), ci sono Ebon Moss-Bachrach (Andor) come l’amico e “cugino” Richie, Ayo Edebiri come Sydney, sous-chef giovane e idealista, Lionel Boyce (Marcus, pasticcere in cerca di una propria identità), Liza Colón-Zayas (Tina, la cuoca di lungo corso), e Abby Elliott (Natalie, la sorella). Quasi tutti premiati. 

A completare il quadro, una schiera di comprimari e guest star straordinarie: Jon Bernthal (The Walking Dead) è il fratello suicida Michael, la cui ombra ossessiona tutto il gruppo, la mitica Jamie Lee Curtis la madre distruttiva, Oliver Platt (The West Wing) lo “zio” e finanziatore Cicero, fino a Bob Odenkirk (Better Call Saul), Sarah Paulson (American Horror Story), John Mulaney, Olivia Colman (The Crown, Landscapers), Josh Hartnett, Gillian Jacobs, Joel McHale (gli ultimi due già protagonisti della nostra amata Community). Non mancano cameo di grandi chef reali, da René Redzepi a Grant Achatz e Thomas Keller. 

La qualità produttiva – fotografia vibrante, primi piani nervosi, montaggio serrato, sceneggiature millimetriche – ha portato la serie a dominare premi e classifiche, con 21 Emmy, 5 Golden Globe e record di nomination. Pur generando controversie sulla classificazione come “commedia”, come discuteremo meglio dopo. Un’etichetta riduttiva, ma che racconta anche l’impossibilità di imbrigliare un’opera capace di oscillare tra tragedia e ironia.

Da The Beef a The Bear

La prima stagione di The Bear introduce la vicenda di Carmen “Carmy” Berzatto, enfant prodige della cucina mondiale, premiato nei ristoranti stellati. Improvvisamente catapultato nel degrado del locale di famiglia a Chicago dopo il suicidio del fratello Mikey.  Un luogo in cui il disordine non è solo fisico ma anche emotivo, segnato da un’eredità piena di debiti e conflitti irrisolti. L’obiettivo di trasformare “The Beef” in un ristorante di successo diventa metafora di una lotta interiore per la redenzione e la riconciliazione con il passato.

La seconda stagione segna una svolta: il ristorante si evolve in “The Bear”, un progetto ambizioso che rappresenta l’aspirazione alla perfezione culinaria. Qui, la serie raggiunge il suo apice narrativo. Episodi come Fishes mettono a nudo le dinamiche familiari, svelando ferite profonde e motivazioni nascoste. Ogni personaggio si trova ad affrontare le proprie sfide, dal perfezionismo di Carmy alle ambizioni di Sydney, mentre il team lotta per trasformare il sogno in realtà.

La terza stagione segna un cambio di passo: meno eventi, più nevrosi. È un “piatto” lasciato a sobbollire, denso e complesso, ma a tratti statico, che rallenta il ritmo a favore dell’introspezione psicologica. I personaggi sembrano intrappolati in una spirale di insicurezze e autodistruzione.

La quarta stagione, invece, riporta un po’ di tensione: cambi in cucina, investitori da convincere, crisi familiari che esplodono nuovamente. E un nuovo gioiello: l’episodio Bears. 

Della quinta stagione – che chiude la vicenda raccontando per gran parte degli episodi un’unica estenuante tesissima e decisiva giornata – diremo meglio dopo, con un capitolo a parte.

Complessivamente The Bear racconta un paradosso: un uomo che cerca di costruire perfezione in cucina mentre la sua vita personale resta un campo di macerie. Tra controllo e caos, tra sogno e rovina, tra ordine maniacale e instabilità emotiva.

Fishes: Natale con i Berzatto

Tra i momenti che hanno consacrato The Bear, l’episodio Fishes (stagione 2, episodio 6) resta probabilmente il più potente e memorabile. Ambientato cinque anni prima degli eventi della serie, durante la cena di Natale della famiglia Berzatto, l’episodio ci mostra un giovane Carmy appena rientrato da Copenaghen, costretto a fare i conti con il caos emotivo della propria famiglia. 

A dominare la scena è Donna, madre alcolizzata e imprevedibile, interpretata da una straordinaria Jamie Lee Curtis: figura fragile e devastante, capace di terrorizzare e commuovere nello stesso tempo. Attorno a lei si muovono i fratelli: Mikey (Jon Bernthal), destinato a diventare un fantasma tragico, e Natalie (Abby Elliott), già impegnata a reggere il peso dei silenzi. Attorno al tavolo compaiono anche i cugini e gli amici, impersonati da guest star d’eccezione: Sarah Paulson, John Mulaney, Bob Odenkirk. Le tensioni esplodono in un crescendo claustrofobico di rancori, sarcasmo, accuse e confessioni, che culmina con l’implosione emotiva della madre, che schianta l’auto sulla casa. 

Fishes è stato accolto come un capolavoro di scrittura e messa in scena: una sorta di pièce teatrale filmata, capace di condensare in poco più di un’ora il cuore della serie. Ovvero l’impossibilità di separare i traumi personali dai desideri e persino dall’ambizione professionale. Agli Emmy del 2024, già segnati da premi importanti per The Bear, l’episodio ha raccolto nove nomination e quattro vittorie. Tra cui i migliori guest Jamie Lee Curtis e Jon Bernthal. Un trionfo che conferma Fishes non solo come l’apice di The Bear, ma come uno dei vertici della televisione contemporanea.

Bears: un matrimonio come resa dei conti

Se Fishes ha rappresentato l’apice della stagione 2, e forse di The Bear in generale, la quarta ha trovato un nuovo momento di grazia nell’episodio Bears (4×07). E meno male, perché dopo una terza stagione deludente e faticosa, i pur convinti tentativi di rilancio del quarto capitolo abbisognavano di un qualche momento culminante.

Qui non c’è una tavola natalizia, ma un matrimonio: quello di Tiff, ex moglie di Richie. L’evento riunisce ancora una volta la famiglia Berzatto e i suoi satelliti in un microcosmo che mescola tensioni, nostalgia e improvvise riconciliazioni. I “Bears”, appunto, con un gioco sul cognome di chiara matrice italiana (i Bears sono la squadra di football americano di Chicago). 

Richie porta con sé Sydney come supporto, mentre Carmy entra in crisi all’apparire della madre Donna. In parallelo, incontra Claire e prova a ricucire il rapporto con lei. Sotto il tavolo della sala, intanto, la figlia di Tiff e Richie si rifugia per non esibirsi in un ballo: a poco a poco vi si infilano Richie, Claire, lo sposo Frank (Josh Hartnett) e poi altri parenti, fino a trasformare quel piccolo spazio in un confessionale collettivo. Le paure e le fragilità emergono una a una, in un’atmosfera intima e corale. 

Attorno a questo nucleo emotivo gravitano guest star di lusso: oltre a Hartnett, troviamo Brie Larson (Francie Fak), Sarah Paulson, John Mulaney e Bob Odenkirk, già visti in Fishes. Il risultato è un episodio che, pur meno “esplosivo” del predecessore, riesce a toccare corde simili: il matrimonio diventa un palcoscenico universale delle fragilità umane, un rito di passaggio che fonde dramma e ironia. 

Bears conferma la capacità della serie di costruire episodi-evento che sono piccoli film indipendenti dentro la narrazione complessiva, e che resteranno come modelli di televisione d’autore.

La stagione quinta – e ultima – di The Bear (e l’episodio speciale Gary)

La quinta stagione di The Bear segna anche la conclusione dello show. Ed era ora. Dopo una terza stagione deludente (per gli standard) e faticosa, la quarta aveva solo in parte raddrizzato la barca. Per il capitolo finale della serie Storer cerca di recuperare tocco, tono, ritmo delle prime due stagioni, le migliori. E miracolosamente ci riesce, quasi del tutto. A partire da una scelta felice: ambientare sette delle otto puntate in un’unica, infinita, frenetica giornata. 

La stagione inizia poche ore dopo la conclusione della precedente, con i vari personaggi chiamati a fare i conti con l’annuncio di Carmy, che vuole lasciare non solo il ristorante ma la ristorazione. Campo in cui non sente di offrire più – o forse di non aver mai offerto – amore. Ma lo shock è solo il preludio a una sfida costante. Chicago è funestata da una violenta tempesta. The Bear si trova minacciato dall’acqua, con gli impianti compromessi. Persino il cibo è ridotto per le forniture interrotte. Sul ristorante incombe pure lo spettro della chiusura – avendo finito i soldi, quella sera potrebbe vedere l’ultimo servizio. Pur avendo il pienone assoluto. E, forse, tra i clienti, “l’uomo delle stelle”: il critico che potrebbe far guadagnare al locale la sospirata stella Michelin…

Il crescendo nel corso di sette episodi è formidabile. È The Bear al suo meglio. L’episodio finale, però, a me ha lasciato l’amaro in bocca. Ma non un amaro buono, da soddisfazione di fine pasto. Senza dire esattamente che succede, dirò solo che non succede molto. E infatti, appunto, già quasi non me lo ricordo, da tanto evanescente mi è parso. E che quel che succede porta a compimento la dinamica per me più insoddisfacente dell’intero show: una sorta di “punizione” del protagonista, che lo showrunner non deve amare particolarmente; e la parallela glorificazione di Sidney (il personaggio che, anche a causa del ricorso costante della sua interprete a smorfie che nessuna persona normale mai si sognerebbe di fare con quella frequenza, ho faticato di più a trovare digeribile). 

Meglio, molto meglio, concedersi come dessert l’episodio speciale Gary, pubblicato a sorpresa e senza annunci poco prima della diffusione della stagione 5. Una puntata quasi standalone, non inserita nella cronologia primaria del racconto. Perché consiste nel lungo flashback con cui Richie ricorda la volta in cui, molti anni prima, andò con Mikey a fare una commissione per zio Cicero appunto a Gary, Indiana. Elegiaco, quasi un surreale western, a tratti toccante, l’episodio apre una finestra sul rapporto di amicizia fraterno tra il “fantasma” Mikey e il personaggio migliore dello show, Richie. E che hanno scritto i due interpreti: Jon Bernthal ed Ebon Moss-Bachrach. 

Chicago, cucina e cultura contemporanea in The Bear

Chicago è molto più che ambientazione: è il cuore pulsante della serie, incarnazione di un’America popolare e insieme sofisticata, dura e stratificata. La città, con la sua vibrante scena culinaria, offre un contesto unico che arricchisce la narrazione. Dai mercati affollati ai vicoli silenziosi, ogni angolo di Chicago sembra riflettere le sfide e le speranze dei personaggi. The Bear cattura non solo l’energia della città, ma anche le sue contraddizioni, rendendola un elemento fondamentale per comprendere il viaggio emotivo e professionale di Carmy e del suo team. La colonna sonora, arricchita da brani dei Wilco (nati proprio a Chicago) e poi di R.E.M., Radiohead, Refused, Smashing Pumpkins, Pearl Jam, aggiunge un ulteriore strato di autenticità e connessione.

Ma la vera forza di The Bear è il modo in cui intercetta l’ossessione contemporanea per il cibo. Viviamo in un’epoca in cui programmi come Chef’s Table, MasterChef, Hell’s Kitchen, Ugly Delicious hanno trasformato la cucina in spettacolo globale. Gli chef sono diventati rockstar, i ristoranti teatri di esperienza estetica e identitaria. La serie riflette e amplifica questa dinamica: il dettaglio culinario diventa ossessione, ogni piatto metafora di un rapporto umano. Non a caso, nelle stagioni compaiono cameo di celebri cuochi reali – René Redzepi, Thomas Keller, Grant Achatz, Christina Tosi, Kevin Boehm, Wylie Dufresne, Will Guidara, Genie Kwon, Anna Posey, Rosio Sanchez – che interpretano se stessi. Intrecciando finzione e realtà. 

Così The Bear racconta la cucina come nuovo termometro della cultura popolare: non più focolare e desco familiare ma palcoscenico di ansie, ambizioni e traumi.

La cucina: dal calore domestico al gelo della competizione permanente

Pensiamoci. Per secoli e secoli, anzi per millenni, la cucina è stata il cuore della vita familiare e comunitaria. In molte culture, il momento del pasto rappresentava un rito quotidiano che univa le persone, offrendo uno spazio di dialogo, condivisione e ristoro. L’antropologia e la letteratura ci offrono innumerevoli testimonianze di come il cibo sia stato celebrato non solo come sostentamento fisico, ma come elemento culturale e spirituale.

Pensiamo ai poemi omerici, dove gli eroi cucinano e dividono il pasto. Alle raffigurazioni della cucina nei dipinti rinascimentali, che esaltano l’abbondanza e la convivialità. Ai pasti descritti in ogni epoca e contesto, dai Vangeli a Tolkien. Simboli di condivisione, legame, comunità.

Questa tradizione contrasta profondamente con la visione moderna della cucina, dominata dall’ossessione per la perfezione estetica e tecnica. Oggi, programmi come MasterChef o Chef’s Table enfatizzano la cucina come performance. Un terreno di competizione dove ogni dettaglio è scrutinato e giudicato. L’idea di cucinare come atto d’amore è stata così sostituita dalla necessità di impressionare, di raggiungere standard sempre più elevati. Un passaggio che forse riflette un cambiamento più ampio nella società: dal senso della comunità all’enfasi su individualismo e successo personale.

La nevrosi che è al centro di The Bear si innesta esattamente su questo collasso ossessivo e performativo tutto contemporaneo. Indagandolo, scavandolo. Non a caso, nella stagione 4, due momenti segneranno la crescita di Carmy: il pollo che prepara alla madre con gli avanzi del frigo della casa in cui non metteva piede da anni; la scelta di uscire dalla ristorazione come business. E di lasciare il suo ristorante.

Premi, controversie e un’identità difficile da definire

Il successo di The Bear è stato sancito da un palmarès imponente. La serie ha vinto 21 Emmy e 5 Golden Globe in tre anni. Jeremy Allen White ha conquistato tre Golden Globe consecutivi (2023, 2024, 2025) e due Emmy come miglior attore. Altri Emmy come non protagonisti sono andati a Ebon Moss-Bachrach (2), Ayo Edebiri (1), Liza Colón-Zayas (1), mentre lo showrunner Christopher Storer è stato premiato ben 4 volte per regia e sceneggiatura. Lo show si è aggiudicato i premi maggiori come miglior “commedia”. 

Alla 76ª edizione degli Emmy, The Bear ha superato il record storico di nomination per una “commedia” (23, più di 30 Rock nel 2009), e di nuovo lo scrivo tra virgolette. Perché è proprio questa etichetta ad aver scatenato polemiche: può un racconto cupo di traumi familiari, ansie nevrotiche e suicidio essere considerato commedia? Molti hanno visto in questa classificazione una forzatura, altri l’hanno difesa come una forma radicale di “dark comedy”, dove il caos stesso genera ironia. La controversia è diventata materia critica, tanto che la sconfitta agli Emmy 2024 come miglior commedia – a favore della più “normale” Hacks – è stata letta da alcuni come reazione polemica dei votanti.

Ma la verità è che The Bear sfugge a qualsiasi categoria: è dramma e commedia, ironia e disperazione, riflessione filosofica e caos quotidiano. Un’opera ibrida che testimonia da un lato la maturità della televisione contemporanea, capace di superare le vecchie gabbie di genere. Dall’altro, forse, la confusione del nostro tempo, in cui i confini identitari svaniscono e tutto si mescola, piuttosto caoticamente – come un piatto a volte con troppi ingredienti. 

Sul tema delle ibridazioni tra generi e dell’abbattimento delle barriere abbiamo riflettuto di recente scrivendo di Alias, show che in qualche modo ne fu antesignano. 

The Bear: un banchetto sontuoso, non sempre digeribile

Veniamo al dunque. In cinque stagioni The Bear si è imposta come una delle serie cardine del nostro tempo (ma diciamo: ci era riuscita già con le sue prime due annate). Non solo per la qualità tecnica – scrittura, regia, recitazione – ma per la capacità di riflettere su ossessioni e fragilità che definiscono la contemporaneità. 

La cucina diventa allegoria della vita: luogo di stress estremo, di ricerca di perfezione, di ineludibile fallibilità. La famiglia resta ferita che non guarisce mai, trauma che riaffiora a ogni tentativo di andare avanti. Nel bilancio finale, la serie alterna vertici di assoluto splendore – Fishes, Bears, ma anche episodi toccanti e più intimi sulla crescita di personaggi come Marcus, Tina, Richie – a momenti di stasi e ripetizione. Che però rispecchiano la verità di esistenze spesso circolari, dove la guarigione non è mai definitiva. 

Guardare The Bear è davvero, lo dicevamo in apertura, come partecipare a un pranzo sontuoso in un caldissimo giorno d’estate: straordinario nei singoli bocconi, ma capace anche di lasciare sazietà – persino fatica, a volte molta fatica. Eppure, nei suoi picchi, la serie consegna alla televisione contemporanea alcune delle sequenze più memorabili e umane degli ultimi anni.

Certo, dopo tante giuste fatiche avremmo voluto – e ci saremmo attesi – un finale più soddisfacente. Ce lo meritavamo, ecco. E avremmo guardato con più benevolenza alle stagioni un po’ incespicanti che sono la 3 e la 4 (pur con le loro vette). Pazienza.  

Difficile da classificare – commedia? dramma? dark comedy? – o da amare senza riserve, The Bear è uno show comunque necessario: una riflessione profonda sul caos che abitiamo e sulla bellezza che, nonostante tutto, riusciamo a trovare. 

A tavola come nella vita.

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Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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