All’inizio di Les Revenants siamo portati in una tranquilla cittadina montana francese, incastonata tra le Alpi e dominata da un’enigmatica diga. In cui il tempo sembra scorrere con la lenta malinconia di un sogno dimenticato.
Un giorno, l’impossibile accade: i morti tornano. Lo fanno in modo discreto, quasi impercettibile. Non come zombi affamati di carne, ma come persone, intatte, vive, ignare del loro destino e del dolore che hanno lasciato dietro di sé. Se ne accorgono, più o meno, solo le persone la cui vita è segnata dalla loro perdita.
Serie francese creata da Fabrice Gobert per Canal+ e trasmessa tra il 2012 e il 2015, Les Revenants oggi è visibile in Italia su Prime Video (ma solo con la prima stagione di 8 episodi: la seconda appare assente).
Lo show non è solo un dramma soprannaturale, ma una meditazione poetica e inquietante sul lutto e l’impossibilità di lasciar andare il passato.
Un racconto ipnotico, musicato dall’allora apprezzatissimo gruppo post-rock Mogwai che vibra come un lamento – più un cast di attori transalpini davvero in gamba capace di rendere ogni silenzio carico di significato. Les Revenants osa tantissimo. E si distingue decisamente come una delle serie più affascinanti e sfuggenti del panorama televisivo moderno.
A volte ritornano
La premessa della serie è tanto semplice quanto destabilizzante: in un piccolo villaggio alpino, i morti iniziano a riapparire. Camille (Yara Pilartz), una quindicenne morta in un incidente d’autobus, torna a casa come se nulla fosse, ignara che sono passati quattro anni. Simon (Pierre Perrier), un giovane che si è tolto la vita prima del suo matrimonio, bussa alla porta della sua ex fidanzata Adèle (Clotilde Hesme). E poi c’è Victor (Swann Nambotin), un bambino silenzioso e inquietante, il cui passato è avvolto nel mistero.
Questi «revenants» (nel folclore europeo, morti che si rianimano per tornare a molestare i vivi) non sono mostri (i vampiri, e quindi gli zombie, che dei vampiri sono un derivato per ammissione di George Romero in persona, sono letteralmente revenants), ma persone. Con desideri, ricordi frammentati e una fame che non sanno spiegare. Sono disorientati, come tutti noi.
La serie si apre con una scena che cattura immediatamente. Camille, con lo zaino in spalla, cammina lungo una strada deserta, mentre la telecamera si sofferma sui paesaggi alpini, tanto belli quanto opprimenti.
La madre Claire (Anne Consigny) la accoglie con un misto di gioia e terrore. Ma sceglie di tacere, soffocando l’incredulità in un gesto quotidiano: spegne le candele di un altare improvvisato e prepara la cena. Come conciliare un cambiamento così sconvolgente con la propria vita quotidiana? È, di fatto, la domanda del lutto, però rovesciata.
Les Revenants – un lento sprofondare nell’angoscia
Les Revenants non è un’opera che dà risposte facili. O che offra una narrazione lineare. La trama si dipana lentamente, come un puzzle i cui pezzi non combaciano mai del tutto. E più manca l’incastro, più sale l’angoscia.
Accanto al ritorno dei morti, emergono fenomeni strani. Il livello dell’acqua nella diga scende inspiegabilmente, animali annegati affiorano, segni misteriosi compaiono sui corpi dei vivi e dei revenants. E poi c’è un assassino seriale, Serge (Guillaume Gouix), che riprende la sua macabra opera. Mentre suo fratello Toni (Grégory Gadebois) lotta con il senso di colpa per averlo fermato anni prima.
Ogni episodio, intitolato con il nome di un personaggio, intreccia storie personali con un crescente senso di minaccia, creando un’atmosfera che sta tra l’intimo e l’horror.
I personaggi sono il cuore pulsante della serie. Camille, tornata a una famiglia distrutta dal suo lutto, si scontra con la sorella gemella Léna (Jenna Thiam), che nel frattempo è cresciuta. Diventando un’adulta segnata dal dolore.
Simon, interpretato da un intenso Pierre Perrier, è un uomo spezzato che cerca di riconquistare Adèle. Mentre lei, ormai legata al capitano di polizia Thomas (Samir Guesmi), lotta con il proprio senso di colpa.
E poi c’è Victor, un bambino che incarna l’inquietudine pura, con i suoi occhi grandi e il silenzio che sembra nascondere segreti antichi e indicibili. La sua relazione con Julie (Céline Sallette), un’infermiera segnata da un trauma, è uno dei momenti più oscuri e toccanti della serie. E un esempio di come Les Revenants trasformi il soprannaturale in un’esplorazione dell’umano.
Incanto e disturbo
La regia di Fabrice Gobert è un trionfo di estetica e atmosfera. Le inquadrature, spesso statiche e composte come dipinti, catturano la bellezza gelida delle Alpi, con la diga che incombe come un simbolo di segreti sepolti. La fotografia, dai toni freddi e nebbiosi, amplifica il senso di alienazione. Mentre la colonna sonora dei Mogwai, con le sue note lunghe e ipnotiche, è giocoforza una delle vene principali della serie.
Ogni episodio gira in un modo in cui il silenzio è più eloquente delle parole e ogni sguardo porta il peso di un’intera storia e del suo enigma. Lo stile è quello di certi film d’essai, ma senza manierismo.
A molti può venire in mente il cineasta armeno-canadese Atom Egoyan, con la serie come eterea versione de Il dolce domani (1997) – più zombie sentimentali.
Les Revenants: horror esistenziale collettivo
Ciò che rende Les Revenants unica è il suo approccio ad un genere, l’horror, che non molti hanno battuto prima in questi termini. Non ci sono creature orrende o jumpscare, ma è palpabile in tutta la serie un terrore sottile. Radicato nell’idea che il ritorno dei propri cari possa essere tanto una benedizione quanto una condanna.
La serie esplora il lutto come una forza gravitazionale, che ci tiene ancorati al passato anche quando vorremmo lasciarlo andare – e quando finisce, lascia forse ancora sconvolti e disorientati. Il ritorno dei revenants non è una fiaba. Porta con sé caos, segreti e una domanda inquietante: cosa significa essere vivi? Il finale della prima stagione, che definire inquietante è dir poco, lo prova in maniera incontrovertibile. Il sovvertimento della legge naturale conduce all’orrore collettivo, alla minaccia di distruzione violenta della comunità.
La serie si distingue anche per il suo rifiuto di conformarsi alle convenzioni del genere zombie. Qui i revenants non sono non-morti putrefatti cannibalistici, ma specchi delle nostre paure e desideri. Alcuni, come Camille, cercano amore e accettazione; altri, come Serge, sono intrappolati nei loro peccati. E Victor, con il suo potere enigmatico, sembra essere la chiave di un mistero più grande, che la serie lascia volutamente irrisolto
Un’opera incompiuta – ma forse va bene così
Les Revenants è in realtà un remake. È tratto da uno strano film francese, omonimo di inizio millennio, debutto alla regia del celebrato Robin Campillo, la prima opera a mostrare orde di zombie (anche qui mai deformi e putrescenti) che vogliono reintegrarsi nella società da cui sono spariti, girato durante la caldissima estate 2003. La serie prende le premesse della pellicola di Campillo e va molto oltre, inserendo il concetto in un affresco etereo quanto complesso.
Nonostante il successo internazionale (la prima stagione ha vinto un International Emmy come miglior serie drammatica nel 2013 – la versione del premio per gli show non americani), Les Revenants non ha avuto il seguito che meritava in Francia. Dove la seconda stagione ha registrato un crollo di ascolti: da 1,4 milioni a 400.000 spettatori. La mancanza di una terza stagione lascia un senso di incompiutezza. Ma forse è proprio questo a rendere la serie così moderna, e potente: come i suoi revenants, ci lascia sospesi. Incapaci di lasciar andare. Afflitti malinconicamente dall’enigma dell’esistenza, della sua caducità, delle emozioni.
La frase «Siamo come voi volete vederci», pronunciata nella seconda stagione, rimane impressa. Un monito sul fatto che il passato è una proiezione dei nostri desideri e delle nostre paure – e noi non possiamo che accettare di essere sospesi in questo limbo che è la vita, e la morte.
Giudizio critico: serie che sfida le aspettative, per un pubblico esteticamente maturo in cerca di introspezione e non di solo intrattenimento. Da vedere.
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