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Black Rabbit e la difficile arte dello spettatore

La miniserie con Jude Law e Jason Bateman è un classico crime noir a fosche tinte familiari

di Livio Pacella
22/11/2025
in Articoli
Cover di Black Rabbit per Mondoserie
131
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Black Rabbit (Netflix, 2025) è una miniserie crime noir statunitense, in 8 puntate di lunghezza variabile – dai 45 ai 70 minuti circa. Ideata e sceneggiata da Zach Baylin e Kate Susman, marito e moglie oltre che soci nella loro casa di produzione Youngblood Pictures, la serie ha come eccezionali protagonisti Jude Law (The Young Pope) e Jason Bateman (Arrested Development). Quest’ultimo è anche regista dei primi due episodi e, proprio come in Ozark, dietro la macchina da presa di Black Rabbit troviamo anche Laura Linney (che di Ozark è protagonista femminile).

Diversi critici hanno visto una connessione tra la serie con Bateman attore, produttore e regista, in 4 stagioni con 45 nomination agli Emmy, e Black Rabbit. A parte l’ovvia presenza del protagonista, la matrice narrativa crime thriller a tensione familiare e, soprattutto, la comune appartenenza al catalogo Netflix… Un confronto tra le due sarebbe chiaramente a discapito della miniserie. Uhm. Questo è solo uno degli argomenti con cui Black Rabbit è stato generalmente – e secondo noi ingiustamente – massacrato dalla critica. Di professione o amatoriale che fosse. 

Ma andiamo con ordine. E, com’è larga consuetudine crime, cominciamo dalla fine. Ovvero: la scena d’apertura – in furiosas medias res – è una rapina in atto all’interno di un ristorante cool di New York, nel bel mezzo di una festa piena di gente. Dove, lo sa dio il perché, sta anche avendo luogo una parata di gioielli di lusso. Stop. Scena 2. One Month Earlier (un mese prima): ora ha davvero inizio la nostra storia.  

Jake e Vince

Il Black Rabbit è ristorante e nightclub di tendenza – e di successo – in quel di Manhattan. Posto su più piani, arredamento curatissimo, luci rigorosamente basse e soffuse, menù che va dallo champagne all’hamburger (a 40$ l’uno!), è tra i locali più rinomati del momento. Un covo bohémien nel notturno cuore di New York. A gestirlo, il fascinoso Jake Friedken (Jude Law) e il suo staff, tra cui la giovane e brillante chef Roxie (Amaka Okafor – Bodies).

La vita di Jake, separato e con un figlio adolescente, co-proprietario del ristorante assieme al rapper stilista Wes (Sope Dirisu – Gangs of London) e ad un altro socio, è semplicemente frenetica. Le prime scene richiamano molto, secondo noi non a caso, l’ultra premiata The Bear, con tutto il suo assurdo e caotico dietro le quinte. E mentre Jake aspetta impaziente l’arrivo del critico del The New York Times, dopo diversi anni di silenzio si rifà vivo suo fratello Vince (Jason Bateman), la pecora nera della famiglia. Vince era finito per imboscarsi dalle parti di Reno, Nevada, per un ottimo motivo: un debito di oltre 100.000 dollari con i Mancuso, pericolosa famiglia criminale con al comando il temibile patriarca sordomuto Joe Mancuso (grandiosamente interpretato dal premio Oscar Troy Kotsur, attore realmente sordomuto).

Il ritorno di Vince a New York non passa certo inosservato allo sconsiderato Junior (Forrest Weber – The Blacklist), l’inetto figlio di Mancuso, e al suo guardaspalle Babbitt (Chris Coy – Banshee). Così i problemi di Vince sono ora anche problemi di Jake. Tra i due fratelli si innesca una spirale negativa crescente, che rischia ad ogni momento di far crollare tutto ciò che Jake ha faticosamente costruito. 

Apparenza e norme comportamentali in Black Rabbit

Nemmeno Jake è però quel che si dice un santo. Il debito con la malavita non è infatti l’unico motore di questa dinamica di continua emergenza, che si ripete senza soluzione di continuità per tutti gli episodi. L’insabbiamento di aggressioni sessuali, la contabilità fraudolenta, il tradimento del migliore amico: l’elenco è sorprendentemente lungo. 

Mentre Vince è per lo più sfatto e trasandato, capelli lunghi e barba incolta, Jake appare come persona curata, elegante e di successo. Appare. Nella sua prima scena lo vediamo cambiarsi una maglietta – qualcuno gli ha fatto notare che non profumava – senza minimamente lavarsi: gesto simbolico molto significativo. Sempre stando all’apparenza, è l’irresponsabile e autodistruttivo Vince a trascinare giù con sé chiunque gli stia vicino e innanzitutto suo fratello. Eppure Jake non ha mai avuto bisogno del fratello maggiore per compiere le sue scelte moralmente, per così dire, discutibili.

Nonostante il commovente legame tra i due fratelli, il mentire spudoratamente e l’agire alle spalle altrui sembra ad un certo punto essere la loro norma comportamentale, nonché quella di buona parte dei personaggi di Black Rabbit. Dobbiamo qui concordare con la maggior parte delle recensioni, quando affermano che le diverse sottotrame che si affastellano durante gli episodi sono per lo più superflue. Narrativamente inutili. La trama principale corre come un treno, pur talvolta rallentando insensatamente, a prescindere da queste, verso il gran finale. Gli ultimi due episodi sono mozzafiato: una corsa disperata attraverso Brooklyn, finalmente alla luce del giorno – l’illuminazione bassa e soffusa e la quasi oscurità della notte sono la cifra stilistica della serie – andando incontro ad un tragico e necessario destino.

Un dramma criminal-familiare a tinte fosche (anzi melò)

Mano a mano che la vicenda si inabissa in una vertiginosa sequenza di passi falsi e di situazioni sempre più pericolose, dalle quali sembra sempre più improbabile uscire incolumi, viene alla luce il passato dei due fratelli. E la radice del loro morboso attaccamento, che sembra addirittura di codipendenza. E che sembra talvolta sfociare in un’inedita bromance fraterna.

Diversi flashback ci riportano a quando i due non erano che ragazzi. Due ragazzi segnati dalla prematura morte del padre. Un incidente mai del tutto chiarito, dove avrebbe avuto un ruolo persino lo stesso Joe Mancuso. Due ragazzi che di lì a breve avrebbero fondato una band musicale – i Black Rabbit – con modesto successo. Almeno prima che la tossicodipendenza di Vince mandasse tutto a puttane. E prima che a uno dei due venisse l’idea originaria dell’omonimo ristorante nightclub…

Due facce della stessa strana medaglia. Due parti complementari che non si incastrano fino in fondo. E che però non riescono mai a rinnegarsi completamente. Il legame di sangue si rivela ogni volta più forte di qualsiasi recriminazione o gelosia. Un dramma criminal-familiare, insomma. A tinte fosche, talvolta melò. Che non ha convinto la critica. Anzi, che è stato fatto a pezzi dagli spettatori. Gli argomenti? L’eccessiva durata, la trama scontata, l’inutilità narrativa dei comprimari, la coerenza altalenante, la mancanza di visione autoriale, la banalità di un caos culinario che avrebbe voluto essere alla The Bear ecc… 

Black Rabbit: sintonizzazione e seduzione

Per alcuni la colpa è della committenza, che impone cifra stilistica e durata, spesso forzando in malo modo lo sviluppo della storia. Può essere. Ed è vero che Black Rabbit non propone niente di nuovo sul piano tematico: trauma da scavare, continua escalation di violenza e catarsi finale. Sono le portate principali di un classico menù crime.

Vero anche che lo spessore dell’antieroica immoralità dei fratelli Friedkin non è minimamente comparabile a quello di Tony Soprano o a quello di Walter White, per citare le due serie che hanno definitivamente consacrato la figura dell’antieroe. Come è vero che l’estetica di questa miniserie – fotografia cupa, grana sporca e luci basse – rimane molto in superficie, senza diventare mai contenuto. Per finire, la ripetitività dei conflitti in atto tra Vince e Jake, il loro perenne oscillare tra lealtà e tradimento, a lungo andare potrebbe risultare snervante, visto che non sembra andare da nessuna parte.

Eppure, nonostante tutto ciò, Black Rabbit riesce a suo modo a sedurci. Trascinandoci, di episodio in episodio, verso la risoluzione tragica del finale. Tutto sta nel come ci si pone, da spettatori, di fronte ad una serie. Vi è chi – e sono molti – sente la necessità di improvvisarsi critico cinematografico, sottolineando scelte sbagliate e punti deboli. E immaginando, va da sé, una sorta di regia alternativa, un come avrebbe dovuto essere l’opera in questione. E vi è chi invece cerca di coltivare, per dirla pomposamente, la difficile arte dello spettatore. Che consiste nel riuscire a sintonizzarsi con la serie di turno. Emotivamente ed esteticamente. Riuscendo a trovarne il senso, il punto focale che possa giustificarne, per l’appunto, la visione.  

Sprofondando nella superficie…

Nel caso di Black Rabbit questo punto focale, a nostro parere, sta tutto nell’atmosfera. La trama è quasi solo pretestuosamente pennellata attorno alla cupa e claustrofobica relazione tra i due fratelli. Che, non a caso, viene alla luce – letteralmente alla luce, come abbiamo detto prima – soltanto negli ultimi due episodi.

Dovranno percorrere tutta l’oscura odissea di errori e fatali conseguenze di questo loro ultimo incontro, prima di potersi finalmente sedere, uno di fronte all’altro, all’interno del ristorante dei loro sogni. E fare i conti con ciò che sono. Con un improbabile, se non impossibile, futuro. Con le condanne e il perdono propri del passato. Al pathos di questa aristotelica catarsi finale, non ci si può arrivare razionalmente. Ci si arriva per un irrazionale accumulo di tensione. Accumulo di scene, dialoghi, situazioni, flashback, sottotrame…

Tutto mirato a creare un’atmosfera, che permane fino all’ultimo in maniera quasi intollerabile, e che solo in questo finale ritrova pienamente senso. A patto che, come spettatori, ci si sia lasciati sprofondare nella superficie di questa atmosfera. Senza perderci in insulse considerazioni di altro tipo. Black Rabbit, in conclusione, è un classico crime noir a fosche tinte familiari. In cui smarrire piacevolmente la propria visione. Sprofondando, per così dire, in superficie…

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Tags: crimefamigliaNew Yorknoir
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