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Banshee, l’iperbolica e iperviolenta città del male

Su HBO max un gioiello per gli amanti dell'intrattenimento visivo estremo: una storia adrenalinica, pulp e brutale

di Livio Pacella
12/04/2026
in Articoli
Artwork di Banshee per MONDOSERIE
3.8k
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Banshee (in it. Banshee – La città del male) è un’adrenalinica serie statunitense creata da David Schickler e Jonathan Tropper, e prodotta dal pluripremiato Alan Ball (Six Feet Under). Trasmessa dal 2013 al 2016 – per un totale di 4 stagioni e 38 episodi – sulla rete televisiva via cavo Cinemax (canale legato alla HBO, con un target di pubblico più adulto e marcatamente maschile). Dopo aver debuttato in Italia su Sky Atlantic, la serie è ora visibile su HBO max.

Banshee: Origins (Cinemax) è invece una webserie che si può trovare sul sito dedicato allo show – WelcometoBanshee.com -. e narra fatti avvenuti prima dell’inizio della trama principale. Ogni webisodio, che ha una durata variabile tra i 2 e i 5 minuti, racconta un fatto antecedente alla storia di Banshee. Sullo stesso sito si trova del curioso materiale sulla serie, ad  esempio quello sulla numerologia in essa contenuta.

Questo show è un vero e proprio gioiello per gli amanti di un intrattenimento visivo estremo, ultrapulp, volutamente privo di spessore narrativo di tipo psicologico. Perché la profondità di quest’opera si trova da tutt’altra parte. Si trova, per così dire, squisitamente in superficie.

Nella città del male la violenza si respira ad ogni angolo e in ogni strada. Tutto è sempre fottutamente minaccioso. E non c’è giorno in cui non accada qualcosa di folle, insensato e crudele. A Banshee ci sono mostri in ogni dove. E, si sa, per sconfiggere i mostri cattivi c’è bisogno di un mostro ancora più cattivo…

Banshee: uno sceriffo ex galeotto tra Amish e indiani 

Banshee è una surreale cittadina immaginaria della Pennsylvania in cui il tempo sembra essersi fermato. In cui convivono due mondi all’apparenza diametralmente opposti: da una parte l’irrequieta comunità indiana, dall’altra la ferrea e intransigente comunità Amish. 

In questo posto paradossale, dimenticato da dio e da qualsiasi altra divinità, arriva – dopo aver scontato quindici anni di prigione per rapina – il protagonista (un irresistibile Antony Starr – The Boys). Di lui non si conoscerà mai il vero nome. Decide però di rubare l’identità del nuovo sceriffo di Banshee, Lucas Hood, appena arrivato in città e da lui ‘accidentalmente’ ucciso in una sparatoria all’interno di un bar. Il retro del bar diventerà la nuova casa dell’ex galeotto, ora sceriffo. E il proprietario del locale, Sugar Bates (Frankie Faison – The Wire), un vecchio ex pugile di colore, uno dei suoi pochissimi nuovi amici. Con cui condividere il segreto della nuova identità. 

Il nuovo sceriffo gestisce le cose in città a modo suo, con metodi non propriamente tradizionali (anzi, spesso completamente al di fuori dal raggio della legalità), tra lo sconcerto e l’ammirazione dei sottoposti. Ha scelto di restare a Banshee per una ragione precisa. Qui infatti è riuscito a rintracciare la sua ex partner di crimini e d’amore – Ana, diminutivo di Anastasia – che nel frattempo è diventata Carrie Hopewell (Ivana Miličević – Gotham). Una donna dal passato immacolato, moglie del procuratore distrettuale locale e madre di due figli.

Uno sceriffo ex criminale, una hacker drag queen, un villain atipico

Mancano giusto un paio di personaggi a completare il quadro introduttivo di questa saga dai ritmi serrati e mozzafiato: Job (un incredibile Hoon Lee – Bosch), geniale hacker, ricercato dalle principali agenzie governative, che ama travestirsi (divinamente) da donna. Una vecchia conoscenza di entrambi (di Lucas e Carrie, per usare i loro nomi fittizi). Job è un carattere straordinario, lontano dallo stereotipo queer, una personalità sarcastica, spietata e maledettamente leale. Tanto da trasferirsi a Banshee per aiutare Lucas e per sfuggire al ‘kalashnikov di Damocle’ che pende sulle loro teste.

Ovvero la vendetta  di Mr. Rabbit (Ben Cross – Pandora), pericolosissimo boss della mafia ucraina e padre di Anastacia, che cerca da 15 anni. Proprio a lui si deve la rapina trappola che ha fatto finire in prigione l’uomo che ora si fa chiamare Lucas, colpevole della più classica delle colpe criminali: fare un ultimo colpo per poi fuggire con la figlia del capo…

Un (ex?) criminale diventa il nuovo sceriffo in città. Una città sui generis, abitata tra gli altri da indiani e Amish. Per inseguire un antico sogno d’amore, diventato ora impossibile. Aiutato da un vecchio ex pugile e da una cinica hacker drag queen. Questo è il ‘semplice’ assunto narrativo di Banshee. Il cui nome viene da una magica creatura femminile della mitologia irlandese, di cui si sa per certo che porta sfortuna. Che porta Male.

Ma il quadro non sarebbe completo senza l’introduzione dell’originale e atipico villain della storia: Kai Proctor (il danese Ulrich Thomsen – The New Pope). Potente gangster che nasconde le proprie losche attività criminali dietro la facciata di rispettabile uomo d’affari. Proctor è forse la figura più contraddittoria e affascinante della serie. Tiene letteralmente in pugno la città (di cui diventerà addirittura sindaco). Il suo passato Amish (scomunicato dalla sua stessa famiglia in giovane età) continua a tormentarlo. La sua ambizione lo spingerà a voler fare di Banshee il principale centro di smistamento di droga nel Nord Est degli Stati Uniti. Tutto concorre a rendere irresistibile il suo controverso rapporto di sfida con Hood. Uomo che odia e ammira allo stesso tempo. Sentimento nobilmente e manescamente ricambiato dallo sceriffo. 

Per tutto il corso delle quattro stagioni, i due saranno alternativamente acerrimi nemici e preziosi alleati, senza soluzione di continuità. Si salvano reciprocamente la vita infinite volte. Ognuno rivelando all’altro e nell’altro riconoscendo l’esistenza di un personalissimo e funzionale codice etico. Un orgoglioso codice criminale che niente ha da spartire con la morale della massa.

Caratteri titanici e scontri all’ultimo sangue nel ring di Banshee

Perché tutte queste parole per presentare i sopracitati personaggi? Perché è proprio su di loro che si basa l’elettrizzante e frenetica saga di Banshee. Questa serie, sempre volutamente sopra le righe, ha molto a che spartire con la logica di certi fumetti e cartoni animati. Anche qui la narrazione è un pretesto per l’azione di questi caratteri principali – per non parlare di quelli minori! – il cui pathos estetico raggiunge vette ineguagliabili nella retorica visiva e dialogica di scene brillanti quanto grottesche.

Con uno stile che dalle tinte pulp arriva ellitticamente alla black comedy. Ambienti, scene, costumi, pose irreali e battute fulminanti: ogni dettaglio risponde a questa perfetta e violenta logica di superficie parossistica e patinata, eccessiva e antipsicologica. E l’apice si raggiunge soprattutto nelle stratosferiche e spaziali coreografie dei combattimenti e delle scene di lotta corpo a corpo, dall’ineguagliabile e surreale potenza visionaria.

L’orizzonte stesso di Banshee, come storia e come città, non è che il ring ideale nel quale inscrivere questi scontri fisici all’ultimo sangue tra caratteri smisurati. Bande cruente o sicari allucinanti che siano. Scontri dalla durata talvolta estenuante ma sempre e comunque sbalorditivi e al cardiopalma. Il sopracitato Mr. Rabbit capomafia ucraino, la gang filonazista, il cartello colombiano, l’ergastolano albino ossessionato dalle fellatio, i satanisti, il sicario vestito sempre all’ultima moda, spacciatori di Philadelfia, pazzi esaltati salvadoregni, un’unità di militari corrotti fino al midollo, l’imbattibile guerriero gigante Chayton l’indiano, e Burton, l’invincibile guardia del corpo di Proctor con l’immancabile papillon… Queste alcune delle mitologiche figure che abitano o arrivano – quasi sempre con un biglietto di sola andata – nella città del male.

Cercando la redenzione dove nessuno può salvarsi 

Banshee sembra dunque attrarre ogni umana sfumatura di malvagità. Lo sceriffo Hood si troverà con (quasi) tutti questi a fare i conti. Se al principio la stella della legge non è per lui che l’ennesima copertura, messa in atto per recuperare il perduto amore, con il passare del tempo la cosa sembra prenderlo più che bene. Si ritrova così ad essere l’uomo giusto nel posto giusto. Premesso che gran parte dei guai in città li attira proprio lui, con la sua sola presenza.

Insomma, nessuno sembra potersi salvare in Banshee, che sia stanziale o di passaggio. Anche se  in fondo (e davvero in fondo) questa è anche la storia di una difficile, forse impossibile, ricerca di redenzione. Da qui l’arrivo, nella terza stagione, di Kurt (Tom Pelphrey – Ozark), con un pesante trascorso neonazi, preso da Hood nella squadra dei tutori dell’ordine. Un uomo oppresso dai sensi di colpa per il suo passato, di cui persino porta il fardello tatuato sulla pelle. E che naturalmente i fanatici ariani non hanno nessuna intenzione di perdonare.

Così come la redenzione dell’uomo che si nasconde dietro Lucas Hood deve passare attraverso l’amaro e consapevole disfacimento del suo sogno – che banalmente è il secondo classico sogno americano dopo quello di arricchirsi a più non posso -, ovvero una vita normale, una famiglia normale, un lavoro normale, una casa normale. E non è forse sempre questo l’impossibile sogno di ogni filmico antieroe yankee che si rispetti?

Banshee: un godimento iperbolico e iperviolento 

Oscuro il suo passato, oscuro il suo avvenire e, nel mezzo, un presente di calci, proiettili e pugni… 

Per concludere: Banshee è un’iperbole assoluta di godimento in materia di iperviolenza seriale. Tutto il resto è un fantastico pretesto per mettere in scena questo straripante e frenetico show fatto di – colpo di scena dopo colpo di scena – sangue, diamanti, sesso ai limiti della pornografia, segreti di famiglia, paradossi, corruzione, servizi segreti, incesto, autodistruzione, religione deviata, alcolici, prostitute, sparatorie a più non posso, morti epiche e strazianti, angoscia morale, razzismo, vendetta, tradimento, torture, confraternite e sette… e sfortuna.

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Tags: crimeUSAviolenza
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Livio Pacella [altrove Al Lecap o liviopacella]. Attore, autore, regista, filosofo ballerino, poeta maledetto, bohemien, da tempo impegnato nella stesura del proprio curriculum, continua a vivere, tra lo stupore generale, al di sopra dei suoi mezzi.

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