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The Watcher, Ryan Murphy e le gioie dell’onanismo

La serie dell'iper prolifico autore americano gioca sul niente: creando un prodotto straordinariamente godibile, e straordinariamente inutile.

di Jacopo Bulgarini d'Elci
14/08/2024
in Articoli, Artwork
Cover di The Watcher per Mondoserie
763
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The Watcher (di cui è stata annunciata una misteriosa stagione 2) è uscita a fine 2022. Scalzando subito tra le serie più viste di Netflix, per un diabolico cortocircuito, Dahmer (di cui abbiamo parlato qui). In una sorta di beffardo derby tutto interno alla più premiata ditta della serialità contemporanea: Ryan Murphy. 

Dell’autore americano – cui abbiamo dedicato questa puntata del podcast – ormai non si sa più che dire. Più che altro: non gli si sta dietro. Ci mettiamo più tempo noi a guardare e raccontare una sua nuova serie che lui a sfornarne un’altra. Solo per restare ad anni recenti, dal 2018 appunto a fine 2022 Murphy ha firmato (come creatore, o regista, o sceneggiatore, o produttore) ben nove show (ripeto: 9). Oltre a quello di cui parliamo qui, Pose, The Politician, 9-1-1: Lone Star, Hollywood, Ratched, Halston, American Horror Stories, Monster (di cui la già citata Dahmer è il primo capitolo). Sto parlando di nuovi show, ma in mezzo ci sono anche le ulteriori stagioni di vecchi cavalli battaglia, come American Horror Story o American Crime Story. E ha in uscita prossimamente 4 nuove serie, di cui 2 come autore e 2 “solo” come produttore. 

Le 7 puntate di The Watcher sono, in un certo senso, una summa perfetta della sua poetica. Parliamo di una serie straordinariamente ben fatta. E, insieme, totalmente inutile. Un prodotto che è forse impossibile smettere di guardare. E che tuttavia non ti porta letteralmente da nessuna parte. Ma neppure dal punto di vista narrativo. Un puro, purissimo, magistrale e per certi aspetti sublime esercizio di stile. Un po’ come l’onanismo, insomma: se ti piace, ti piace. Ma di sicuro non ne nasce niente. Un piacere sterile. 

Utile quindi parlare – anche solo per come aiuta a inquadrare il suo iper-prolifico, popolarissimo e furbissimo autore.

Da dove origina e di che parla The Watcher

Facciamola, quindi, breve. Creata da Ryan Murphy e Ian Brennan per Netflix, The Watcher è un thriller mystery. Doveva fermarsi alle 7 puntate uscite nel 2022, ma sull’onda del successo è stata rinnovata per una seconda stagione. Di cui ad oggi non si hanno altre notizie. E che è davvero difficile immaginare dove possa andare a parare. 

Di che parla? Di una famiglia americana (padre, madre, due figli) che si trasferisce nella casa dei suoi sogni, a Westfield, New Jersey. Lui (Bobby Cannavale) è un professionista di successo. Lei (Naomi Watts) un’artista un po’ in crisi. La splendida casa, il cui acquisto li espone a forti tensioni finanziarie, sembra il rifugio tanto cercato alle ansie e alle paure della grande città. Ma qualcosa di sinistro inizia ad accadere. Lettere inquietanti, fin da subito. Scritte a macchina da qualcuno che li spia, e poco a poco minaccia, firmandosi appunto The Watcher, l’osservatore. E poi vicini strani. Sinistre apparizioni. L’idea di un fosco complotto che forse ha a che fare con una setta, e forse invece con interessi immobiliari. La paura monta, il nervoso cresce, il padre di famiglia sbrocca.

Storia di finzione? Niente affatto. La serie è (liberamente) basata su un articolo del 2018 scritto da Reeves Wiedeman per The Cut, testata del New York Magazine: The Haunting of a Dream House. Il pezzo raccontava la spiacevole storia vera di Derek e Maria Broaddus di qualche anno prima, nel 2014, e le crescenti tensioni per via delle minacciose lettere. Gran parte degli elementi deriva esattamente dall’articolo, e dalla storia che Wiedeman aveva raccontato. Uguale è l’indirizzo, il 657 Boulevard a Westfield, New Jersey.  Uguali bene o male le dinamiche, compresa la sottotrama legata al potenziale serial killer. Quasi uguali persino i nomi: in The Watcher i Broaddus diventano Brannock. 

La storia vera dietro la serie, e i suoi misteri

Si diceva che lo show si ispira piuttosto liberamente al racconto giornalistico di un fatto più o meno accaduto. Ma in questo caso, i contorni della stessa realtà raccontata si fanno un po’ incerti. Cosa che giustifica il fatto di parlarne in questo capitolo, senza timore di spoiler eccessivi verso The Watcher. 

Il cambio dei nomi è stato chiesto dai soggetti reali. In un tentativo, plausibilmente non molto di successo, di proteggersi dalla pubblicità. Un’altra differenza è tutt’altro che banale: nella realtà i Broaddus non si trasferirono mai nella nuova casa. La prima lettera arrivò quando ancora stavano facendo dei lavori di rinnovamento. I nostri coinvolsero subito le autorità, piazzarono telecamere e sistemi d’allarme, assoldarono investigatori. Invano. Sei mesi dopo l’inizio delle lettere, i Broaddus decisero di vendere la casa senza averci mai vissuto. Ma ci vollero diversi anni per riuscire a concludere, fino al 2019. Cosa che ha persino fatto sospettare a qualcuno che la storia delle persecuzioni fosse stata inventata per pubblicizzare la vendita di una casa che i nostri non si sarebbero più potuti permettere ma di cui non riuscivano a sbarazzarsi. 

Anche in questo caso, però, nessuna prova conclusiva ha permesso di chiarire i contorni del mistero. Come per tutte le altre piste che sarebbero state battute, in fondo. In rete è facile trovare documentari, approfondimenti, articoli, indagini più o meno serie che speculano sulla reale identità che si sarebbe celata dietro lo pseudonimo del The Watcher, l’Osservatore. 

I nuovi proprietari, a quanto pare, non hanno voluto essere in alcun modo coinvolti nella produzione della serie. Non è difficile immaginare perché. E i misteriosi fenomeni che avevano perseguitato i Broaddus avrebbero cessato di manifestarsi. Forse anche per via del clamore mediatico?

L’irresistibile inutilità di The Watcher 

La premessa di The Watcher può apparire intrigante. Come il tema di fondo: la minaccia che incombe sulla pace domestica. Uno di quei temi che, pur sempre presenti nell’immaginario, sta assumendo un rilievo sempre maggiore negli ultimi decenni di produzioni cine-televisive. Di pari passo alla crescita della percezione di insicurezza. L’incubo della home invasion, la violazione dello spazio sacro domestico. Il terrore di non poter proteggere la propria famiglia. La diffidenza verso quanti ci stanno attorno. La ricerca di quartieri rifugio – che tuttavia non basta. Perché neanche in una comunità patinata e apparentemente luminosa come quella di Westfield, con le sue belle case e i giardini curati, si può veramente stare tranquilli. 

Ci aggiungiamo una confezione – come sempre con Murphy – di gran classe. Rafforzata da attori magnifici: Naomi Watts nei panni della moglie sospesa tra famiglia ed emancipazione; un grande Bobby Cannavale (Mr. Robot, Nine perfect strangers) come pater familias in crisi; la fantastica Jennifer Coolidge (The White Lotus) come agente immobiliare e potenziale antagonista; e in ruoli di contorno gli inquietanti Richard Kind e Mia Farrow.

Ma per tutta la tensione costruita, per la sua abilità nel creare suspence basandosi su elementi marginali, per l’efficacia della messa in scena, lo show gira completamente a vuoto. Non porta da nessuna parte. Non soddisfa alcuna attesa. E se ne frega di affrontare sul serio il tema che sembrava animarlo, quello della paranoia casalinga in un mondo sempre più minaccioso. 

Neppure l’interrogativo base – chi è l’Osservatore? – interessa davvero a Murphy. O a noi, dopo diverse ore di visione. La domanda vera, alla fine, è un’altra: The Watcher è inutilmente irresistibile o irresistibilmente inutile? Sempre, poi, che ci sia differenza. 

Ascolta il podcast che abbiamo dedicato a Ryan Murphy

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Jacopo Bulgarini d'Elci

Jacopo Bulgarini d'Elci

Fondatore e direttore del progetto MONDOSERIE, prende le serie terribilmente sul serio. In una vita precedente è stato assessore alla cultura della città di Vicenza. In altre e non meno reali esistenze, si è perso sull’isola di Lost, ha affrontato i propri gemelli oscuri in Twin Peaks, ha avuto il cuore spezzato da Breaking Bad. Autore e critico tv, scrive interventi sulle trasformazioni dell’immaginario pop (Doppiozero), tiene conferenze, coordina e realizza pubblicazioni. Soprattutto, guarda e riguarda show da quasi 30 anni.

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