Ottimi attori con performance assai intense bastano a tenere in piedi un prodotto medio, spesso zoppicante? Io non lo so, o meglio non credo esista una risposta unica. Diciamo che la vostra risposta a questa domanda è una ragionevole bussola per decidere se guardare o meno Nine Perfect Strangers. Nata nel 2021 come miniserie drama / thriller / mystery in 8 puntate, nel 2025 è tornata con una seconda stagione (9 puntate) che ha, come vedremo, un rapporto forte e insieme labile con la prima. Produce Hulu, in Italia è su Prime Video.
Ideata da David E. Kelley con John Henry Butterworth e ispirata al romanzo di Liane Moriarty, la serie continua a esplorare la fascinazione contemporanea per il wellness, la terapia alternativa e il mistero, aggiungendo ora nuove sfumature europee. La sua protagonista, la guru Masha interpretata da Nicole Kidman, è sempre più al centro di una storia che si muove tra spa ultralussuose e paesaggi sospesi. Portando a galla le fragilità, i traumi e le illusioni di un gruppo di sconosciuti in cerca di salvezza. Eppure, al di là della confezione e delle performance, la serie mostra ancora una volta i suoi limiti strutturali: nonostante il grande potenziale, le stagioni sembrano promettere molto più di quanto riescano effettivamente a mantenere.
Tornando alla domanda di partenza. Se amate le grandi prove d’attore, e non vi spiace neppure un po’ di gigionismo, tuffatevi pure: in Nine Perfect Strangers ne troverete, se non 9, almeno 4-5. In ogni stagione. Se invece prima di impegnare il vostro tempo avete bisogno di qualcosa di più, leggete quanto segue.
Le radici della serie: un successo tra bestseller e star
Il progetto Nine Perfect Strangers nasce da ingredienti ormai classici per il successo seriale contemporaneo: una fonte letteraria popolare, uno showrunner di peso come David E. Kelley, un cast di grandi nomi guidato dalla star Nicole Kidman.
David E. Kelley è uno degli autori / produttori più prolifici e di successo degli ultimi decenni: Chicago Hope, The Practice, Ally McBeal, Boston Public, Boston Legal, Goliath, Mr. Mercedes, Big Sky. Ma anche e soprattutto Big Little Lies e The Undoing, due belle serie con un’ambientazione non lontana da questa e la stessa protagonista, Nicole Kidman. La notevole Big Little Lies condivide con Nine Perfect Strangers anche l’autrice del romanzo di partenza, l’australiana Liane Moriarty.
La prima stagione, lanciata nell’agosto 2021, si svolge in un lussuoso e misterioso resort della California, Tranquillum House. Dove nove sconosciuti – ognuno con i propri dolori e le proprie ossessioni – cercano di rinascere sotto la guida della carismatica e inquietante Masha. La serie miscela thriller, dramma psicologico e atmosfere da mistery, puntando molto sul fascino dei suoi personaggi e sulla forza degli interpreti: accanto a Kidman, brillano Melissa McCarthy, Michael Shannon, Bobby Cannavale, Luke Evans e Regina Hall, tra gli altri.
L’interesse della serie non è tanto nella suspense (che spesso si affloscia), quanto nell’esplorazione dei meccanismi del benessere contemporaneo, delle nuove psicoterapie e, soprattutto, nella relazione tra trauma e guarigione. Una riflessione che la seconda stagione riporta, con nuove variazioni, su scala europea.
La stagione 1 di Nine Perfect Strangers: il fascino di un resort tra sogni e illusioni
La prima stagione di Nine Perfect Strangers si caratterizza per una premessa intrigante e una resa per troppi aspetti fragile. Il punto di partenza come si diceva è promettente: portare nove persone profondamente ferite dalla vita a confrontarsi con se stesse, con gli altri e con un’inedita forma di terapia psichedelica. A base di psilocibina, la sostanza dei funghi allucinogeni. Masha, la direttrice russa del resort, è insieme materna e manipolatrice, ispiratrice e minacciosa. Il gruppo eterogeneo – tra cui una scrittrice in crisi, una famiglia devastata da un lutto, un ex campione sportivo distrutto dagli oppiacei – accetta di sottoporsi a pratiche non convenzionali, spesso ignaro della reale portata dei trattamenti.
La serie ha l’ambizione di toccare temi forti: dalla rinascita personale all’elaborazione del dolore, dalla dipendenza alla ricerca di senso in un’epoca ossessionata dall’auto-miglioramento. Tuttavia, le intenzioni alte si scontrano spesso con una scrittura traballante. L’intreccio si aggroviglia, le soluzioni narrative si fanno frettolose, la gestione dei temi scientifici (come l’uso delle sostanze psichedeliche) resta superficiale.
A salvare la stagione sono le prove d’attore, in particolare Michael Shannon e Bobby Cannavale, e la capacità della Kidman di rendere Masha un personaggio magnetico e ambiguo. Il finale però non scioglie granché, e anzi lascia un senso di incompiutezza. Che non faceva presagire, e neppure particolarmente desiderare, una stagione 2.
Dalla California alle Alpi: la svolta europea della stagione 2 di Nine Perfect Strangers
La seconda stagione di Nine Perfect Strangers segna una svolta geografica e narrativa, spostando l’azione da una spa californiana alle montagne svizzere (Zauberwald), in una struttura avvolta dalla neve e dalla nebbia.
Il cambiamento di ambientazione non è solo estetico: la serie sfrutta il fascino dell’Europa, con i suoi paesaggi alpini, i riferimenti al passato (Germania e Austria sono coinvolte anche come co-produttrici) e una dimensione più internazionale del benessere psicologico. Masha, nuovamente interpretata da una Nicole Kidman di magnetismo persino accresciuto, affronta qui nuove sfide: la sua figura di guru è ora più controversa, segnata da indagini federali, visioni del passato e un legame tormentato con la propria storia personale.
Il resort diventa il luogo di incontro di un nuovo gruppo di “perfetti sconosciuti”, ciascuno portatore di traumi e nodi irrisolti. Se l’inizio della stagione fatica a trovare il ritmo, col procedere degli episodi la narrazione si fa più avvincente. Fino a un finale che purtroppo, e di nuovo, conferma i limiti già visti col primo capitolo: linee narrative lasciate sospese, e una risoluzione che sembra più un compromesso che una vera conclusione.
Nuovi personaggi, nuovi temi: il laboratorio delle relazioni umane
La stagione 2 si arricchisce però di nuovi volti e nuove sfumature. Tra i personaggi più riusciti spicca Murray Bartlett, amatissimo dal pubblico di The White Lotus, che lo rivelò al mondo nella folgorante stagione 1, e poi indimenticabile anche nel controverso episodio 3 della stagione 1 di The Las of Us. Bartlett è qui nei panni di un ex burattinaio segnato dal trauma e da un vergognoso collasso pubblico, e il suo è il personaggio migliore.
Accanto a lui, Mark Strong dà spessore a un miliardario spietato, Annie Murphy offre una convincente interpretazione di una giovane donna alle prese con il rapporto tossico con la madre (Victoria, interpretata da Dolly de Leon, altra presenza notevole), mentre la coppia di musicisti Tina e Wolfie e la ex suora Agnes aggiungono ulteriori livelli di complessità.
L’interesse della stagione sta soprattutto nella rappresentazione del nuovo “paziente globale”, soprattutto nel mondo dei privilegiati. Ognuno con la propria ferita, ognuno alla ricerca di una soluzione – farmacologica, psicologica, mistica. La sceneggiatura si diverte a mescolare generi e cliché, ma paga ancora una volta il prezzo di una costruzione troppo affollata e diseguale: non tutti i personaggi hanno lo spazio e la profondità che meriterebbero, e la sensazione di deja-vu si fa a tratti opprimente. Tuttavia, la coralità resta uno degli aspetti più affascinanti della serie, e le performance di Kidman, Bartlett e Strong portano in salvo molti passaggi che sulla carta rischiavano il naufragio.
Nine Perfect Strangers NON è Dieci piccoli indiani!
Non è una provocazione: per la trama e per il titolo (nove estranei che si trovano chiusi in un luogo isolato e misterioso), Nine Perfect Strangers era stato avvicinato al gran classico di Agatha Christie. Questo appena la serie iniziò, nel 2021. Come il prosieguo ha dimostrato, le due storie non c’entrano un fico secco l’una con l’altra.
Lo show di Kelley non è neanche The White Lotus, altra miniserie cui era stata accostata. Anche lì, un gruppo di ospiti arriva in un resort, in questo caso alle Hawaii e puramente vacanziero. Ma le analogie si fermano qua: The White Lotus, di cui abbiamo parlato ampiamente qui, è una fantastica e impeccabile satira sociale e filosofica, superbamente scritta e perfettamente calibrata.
Mentre Nine Perfect Strangers, esattamente, che cos’è? Bella domanda. A tratti potrebbe sembrare satirica, ma poi viene il dubbio che certi elementi di comicità non siano del tutto volontari. L’aspetto mystery regge fino a che non finisce per diventare, da enigmatico, semplicemente nebbioso. Il thriller… il thriller arranca faticosamente fino quasi alla fine, per poi sfaldarsi pure quello nell’irrilevanza della soluzione.
Alla fine, il problema è proprio questo: l’operazione riuscita in Big Little Lies (stessa terna di creatore – autrice – attrice protagonista) qua non funziona. L’esplorazione dei problemi di un microcosmo privilegiato e assai ombelicale, che là sapeva farsi ossessiva e inquietante, qui fatica ad appassionare.
Se ci importa dei personaggi, delle loro storie, delle loro motivazioni, è merito del carisma degli attori. Non dell’abilità discontinua degli scrittori, o di una regia anzi confusionaria. Cosa che diventa adamantina proprio mentre ci rendiamo conto dell’opacità che ammanta il cuore narrativo dello show. E cioè la riflessione sulla sperimentazione “controllata” di droghe psicotrope come strumento per guarire le ferite dell’anima.
Gli effetti psichedelici della psilocibina: pericolo o speranza?
Il tema era ghiotto. Riflettere, nel contesto di una serie drammatica, sul possibile utilizzo di sostanze psicotrope – in questo caso, psichedeliche – a scopo terapeutico. E, in particolare, sulla psilocibina, di cui si è tornati a parlare negli ultimi anni, e su cui nuove sperimentazioni sono in corso.
La sostanza ha una lunga storia: derivata dai soliti funghi allucinogeni, fu usata per secoli dalle civiltà pre-colombiane, con scopi rituali e sciamanici. “Scoperta” dall’Occidente negli anni ‘60, messa al bando assieme all’LSD, è oggi oggetto di un ritorno di interesse. Con studi clinici che stanno testando i suoi potenziali effetti benefici nel trattamento di fobie, traumi, stati di ansia acuta, depressione. Assieme, naturalmente, ai potenziali effetti collaterali o di alterazione della personalità.
La cosa è così seria che c’è chi, come questo articolo di TeenVogue, si è affrettato a protestare per un trattamento da parte dello show che “farebbe deragliare i progressi della ricerca sugli usi terapeutici delle sostanze psichedeliche”, sciorinando studi e studiosi.
A noi interessa di più come il tema viene gestito nel racconto. E, anche in questo caso, siamo di fronte a un’opportunità sprecata. L’idea di portare in isolamento coatto una serie di personaggi “rotti”, gravemente feriti dalla vita, e vedere come avrebbero reagito a un mix di stimoli sensoriali, ambientali, psicologici ma anche – a loro insaputa – neurofarmacologici era interessante. Dalla famiglia distrutta dal suicidio di uno dei figli alla scrittrice in crisi esistenziale e creativa, passando per l’ex campione sportivo a pezzi nel fisico come nella psiche. O ancora, nella stagione 2 di Nine Perfect Strangers, l’ex suora che ha conosciuto gli orrori della violenza. Il miliardario in cerca forse di significato. Ex artisti che si trovano bloccati.
Ma, anche in questo caso, la resa lascia a desiderare.
Nine Perfect Strangers: uno specchio delle nostre ossessioni
Al cuore di Nine Perfect Strangers resta la riflessione – quanto mai attuale – sul benessere come ossessione contemporanea, e sulla crescente attrazione per pratiche non convenzionali, dalla psichedelia terapeutica alla medicina alternativa. Ma lo show si muove in un terreno scivoloso: da un lato sfrutta il fascino del mistero e l’ambiguità della “cura”, dall’altro evita di prendere una posizione chiara, rischiando di banalizzare questioni complesse.
Il riferimento alla psilocibina e alle nuove tecniche di stimolazione della memoria (come nella stagione 2) rispecchia i dibattiti reali in corso tra ricerca scientifica, medicina e società civile. Eppure, la narrazione preferisce spesso la scorciatoia del colpo di scena o della confessione sentimentale, senza approfondire davvero le implicazioni etiche e scientifiche delle terapie proposte. Al di là del fascino dei setting e delle performance, la serie è più efficace nel fotografare un’epoca inquieta che nel raccontarne la complessità.
Insomma: Nine Perfect Strangers resta una serie che vale più per i temi che solleva che per la qualità della sua scrittura o la tenuta della trama. Offre uno sguardo a tratti acuto sul nostro rapporto con il benessere, la terapia e la ricerca di senso. Ma i limiti narrativi e la confusione strutturale, accentuati nella seconda stagione, le impediscono di essere davvero all’altezza delle sue premesse.
Per cui, come avevamo detto all’inizio, la scelta sta a voi. Se puntate a una storia ben articolata e sapientemente sviluppata, guardate altrove. Se invece cedete al fascino di interpretazioni così forti da far sembrare i personaggi migliori di come sono stati scritti, Nine Perfect Strangers resta un bel giro di giostra.
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