Una potente, terribile, istruttiva, atroce vicenda di malagiustizia è al centro di Portobello, nuova miniserie di Marco Bellocchio. Una storia che tutti conosciamo, o crediamo di conoscere. E che proprio per questo sorprende sia ancora così necessario raccontare – e guardare.
È la storia di come Enzo Tortora, nei primi anni Ottanta popolarissimo conduttore televisivo e di fatto uno degli inventori della televisione italiana moderna, si trovi travolto da un’accusa sconcertante e infamante. Essere membro attivo della criminalità organizzata, spacciatore di droga nel bel mondo della tv. La sua via crucis diventa l’ossatura della serie, primo original italiano di HBO Max.
Ma c’è un paradosso, ed è forse il nodo più complesso da sciogliere del lavoro di Bellocchio. Proprio la dimensione assoluta, quasi sacrale, di questa vicenda – divenuta negli anni vero e proprio sinonimo di disastro giudiziario, persecuzione dell’innocente, fallimento dello Stato nel porre un limite responsabile alla propria forza – rappresenta anche un parziale limite della miniserie. Portobello sembra avvertire su di sé il peso monumentale del proprio oggetto. Lo tratta con un rispetto quasi religioso. E forse proprio per questo – per troppo amore, per troppo pudore – può finire per apparire, a noi che la guardiamo a più di 40 anni di distanza da quegli eventi, distaccata. Quasi fredda. Clinica.
È un limite probabilmente impossibile da superare, se l’intenzione era raccontare la vicenda nella sua dimensione più vera, più reale. Senza edulcorarla. Senza farne un racconto consolatorio o moralistico. E senza trasformare Tortora in un santino.
Ci siamo interrogati per cinque episodi su questo. Se cioè una scelta profondamente giusta sul piano etico fosse anche la scelta migliore sotto il profilo artistico. Fino alla puntata finale, che ha – almeno in parte – ricomposto l’apparente frattura. Sciogliendo tanta tensione in una sospiratissima emozione.
Cos’è Portobello: produzione, cast, racconto
Portobello (miniserie in sei episodi) è diretta da Marco Bellocchio e da lui scritta con Stefano Bises (già co-autore di Esterno notte), Giordana Mari e Peppe Fiore. Ha segnato il debutto di HBO Max nella produzione seriale italiana. I primi due episodi sono stati presentati alla Mostra del Cinema di Venezia del settembre 2025; la distribuzione sulla piattaforma è avvenuta tra febbraio e marzo 2026.
Al centro c’è Fabrizio Gifuni, chiamato dopo Aldo Moro in Esterno notte a incarnare un’altra grande figura tragica della storia italiana recente: qui è Enzo Tortora. Attorno a lui si muove un cast molto “bellocchiano” nella qualità e nella precisione del tratteggio. Lino Musella è il pentito Giovanni Pandico, cui fa da degna spalla il Gianni Melluso di Giovanni Busello. Barbora Bobulova interpreta la sorella Anna Tortora. Sul fronte della “giustizia”, Alessandro Preziosi interpreta il giudice istruttore Fontana, mentre Fausto Russo Alesi è l’orribile pubblico ministero Marmo. Li combatte con la dignità della ragione l’avvocato Dall’Ora di Paolo Pierobon. In una sequenza quasi onirica, Valeria Marini appare come Moira Orfei.
E ci sia consentita una menzione per il “nostro” Livio Pacella, che qui su Mondoserie apprezzate in articoli e podcast e che invece in Portobello ci regala un’altra performance intensa (dopo quella recente nel film Ultimo schiaffo, 2025). Il detenuto che, nel carcere bergamasco, recita una poesia in onore del direttore della prigione. Passaggio surreale e simbolico, nello sprofondare di Tortora nel nonsense.
Bellocchio racconta la vicenda come una discesa nell’inferno della follia giudizaria e il parallelo crollo di un uomo pubblico. Non solo la privazione della libertà, ma la demolizione della reputazione, della voce, del ruolo, della sua stessa immagine nel Paese. Dalla luce dello studio televisivo alle ombre del carcere.
Il caso Tortora: la malagiustizia come spettacolo
Per capire Portobello bisogna naturalmente tornare al caso Tortora. Il 17 giugno 1983 il popolarissimo presentatore viene arrestato con accuse gravissime: associazione camorristica e traffico di droga. Alla base ci sono le dichiarazioni di diversi “pentiti” della Nuova Camorra Organizzata – tra cui Giovanni Pandico, Gianni Melluso e Pasquale Barra – poi rivelatesi false o inattendibili. Tortora passa mesi tra carcere e domiciliari, viene trascinato dentro un tritacarne mediatico-giudiziario impressionante. Nel 1985 arriva persino una condanna in primo grado a dieci anni di reclusione.
Ma il punto non è solo l’errore giudiziario. È la forma che quell’errore assume nella sfera pubblica. Tortora viene mostrato ammanettato, esibito, divorato da una macchina che mette insieme giustizia, informazione, moralismo, gusto per la caduta del potente. Si consuma così qualcosa che oggi ci appare perfino profetico: il processo come spettacolo, la colpevolezza come percezione, la gogna come rito collettivo.
Al suo fianco però si levano anche voci importanti (qua Piero Angela). Intellettuali, garantisti, giornalisti, il Partito Radicale che ne sostiene la battaglia, fino alla candidatura e all’elezione al Parlamento europeo nel 1984.
Poi arriva la verità giudiziaria, quasi tardiva. Nel 1986 la Corte d’appello di Napoli assolve con formula piena Tortora; il 13 giugno 1987 la Cassazione conferma definitivamente la sua innocenza. Il 20 febbraio 1987 era già tornato in televisione, riprendendo la sua amata trasmissione, Portobello, con il celebre attacco: «Dunque, dove eravamo rimasti». Ma il ritorno non cancella nulla. Il danno umano, simbolico, fisico è ormai irreparabile. Indebolito, provato, Tortora muore il 18 maggio 1988, meno di un anno dopo l’assoluzione definitiva. Ha solo 59 anni. E anche per questo il caso resta così atroce: perché la giustizia, pure quando arriva, non restituisce la vita che ha devastato.
Bellocchio, Portobello, Esterno notte
Il confronto con Esterno notte, la precedente miniserie del regista (del 2022, e a cui abbiamo dedicato anche un podcast), è inevitabile. Non solo perché anche lì Bellocchio affrontava una pagina complessa e dolorosa del secondo Novecento italiano, il delitto Moro. Ma perché anche in quel caso lo faceva esplorando la linea di confine in cui una vicenda pubblica diventa ferita privata. E in cui lo Stato, le istituzioni, il potere, smettono di essere astrazioni e si imprimono sui corpi, sulle vite, sui destini individuali.
Bellocchio è da decenni uno dei massimi autori del nostro cinema, da I pugni in tasca (1965) a Sbatti il mostro in prima pagina (1972), da L’ora di religione (2002) e Buongiorno, notte (2003) fino al più recente Il traditore (2019): un regista che ha sempre interrogato i rapporti tra storia, violenza, famiglia, colpa, ideologia. In questa traiettoria Portobello si colloca perfettamente, e nuovamente – come appunto per Esterno notte – sfruttando la dilatazione temporale della forma seriale. Ma produce un effetto diverso.
Esterno notte trovava la sua forza in una struttura corale e polifonica, giocata sui diversi punti di vista. In Portobello invece Bellocchio stringe il fuoco. Lì c’era una nazione intera osservata attraverso la moltiplicazione degli sguardi – Moro, la famiglia, il governo, la Chiesa, i brigatisti, il Vaticano. Qui c’è soprattutto un uomo, e attorno a lui il dispositivo persecutorio che lo assedia. Inevitabilmente, siamo quasi sempre schiacciati su Tortora, sulla sua trasformazione in vittima esemplare di un’ingiustizia che si fa sistema.
Dove Esterno notte si faceva tragedia collettiva e quasi mitica, Portobello si fa martirio individuale.
Cosa funziona in Portobello…
Portobello non potrebbe funzionare senza un protagonista eccezionale. Fabrizio Gifuni tratteggia Tortora in modo monumentale. Come già in Esterno notte, dove incarnava Aldo Moro, costruisce una prestazione che tiene insieme mimetismo e profondità. In questo caso impressionante soprattutto nella voce e nei gesti, nelle inflessioni, nell’eloquio, nel modo di stare in scena e di relazionarsi agli altri. Gifuni non cerca mai di rendere Tortora facile da amare. Anzi. Ne restituisce anche la superbia, la spigolosità, un tratto aristocratico, la consapevolezza di appartenere a un mondo – quello dell’intelligenza e della misura – che rifiuta di confondersi con la trivialità del fango in cui viene trascinato.
Funzionano, è chiaro, regia e messinscena, con una menzione particolare per la colonna sonora – bella e intelligente – di Teho Teardo. Funziona la scrittura che Bellocchio condivide con alcuni collaboratori. Funziona la ricostruzione del clima d’epoca: gli interni soffocanti delle carceri italiane, da Roma a Bergamo; gli studi televisivi; gli uffici; gli spazi in cui si consuma la trasformazione di un campione popolare in un mostro pubblico. Funzionano gli attori di contorno. A partire dal Pandico allucinato e perturbante di Lino Musella, un vero mefistofelico sociopatico del nostro tempo, perfettamente a suo agio nella manipolazione della credulità che lo circonda. E nello sfruttamento abile di un sistema mediatico-giudiziario che pende, letteralmente e colpevolmente, dalle sue labbra.
E funziona il modo in cui la serie mette in scena non solo la violenza giudiziaria, ma il piacere sociale della caduta. L’osceno godimento con cui la gente comune assiste alla demolizione di un uomo famoso, che fino a un attimo prima aveva amato, idolatrato. E questo, è bene ricordarlo, prima degli ulteriori baratri spalancati dalla trasformazione del web, grazie ai social media, in gogna permanente e tribunale dell’opinione.
… cosa meno, e la riconciliazione finale
In Portobello vediamo l’ingiustizia che si fa sistema, vediamo con impressionante chiarezza il formarsi dell’opinione pubblica come tribunale. E tuttavia tutto questo, pur essendo intellettualmente fortissimo, arriva meno in profondità sul piano emotivo di quanto Bellocchio fosse riuscito a fare in Esterno notte. Il che può sembrare un paradosso: il dramma di Enzo Tortora, una terribile vicenda di malagiustizia, avrebbe dovuto suonarci più prossimo della tragedia di Aldo Moro, uomo di Stato rapito da un’organizzazione terroristica che voleva processare con lui un intero sistema. E invece non è così.
Anche la scelta di restare fedeli a un Tortora spesso “antipatico” (nella sua superbia in tribunale, nella sua distanza dagli altri) va nella stessa direzione. È una scelta corretta, coerente, persino moralmente necessaria: non imbellettare la vittima, non romanticizzarla, non semplificarla. Ma al contempo chi guarda – soprattutto chi non ha memoria diretta di quella stagione italiana – resta in parte fuori. Gli è più difficile aderire visceralmente al destino tragico dell’uomo. Manca, o arriva solo a tratti, quella immedesimazione profonda che fa della sofferenza altrui un’esperienza quasi propria.
O almeno questo è vero per i primi cinque episodi. Fino alla puntata conclusiva. Che ci riconcilia – amaramente – con gli orrori di cui siamo stati testimoni. Offrendoci finalmente un momento catartico (pur sempre controllatissimo). Mostrandoci un giudice di appello che decide, caparbiamente, di rivedere l’intero processo. Facendo collassare il castello di carte che era stato edificato su un terrificante mix di menzogna, meschinità, incompetenza, vanità.
Giustizia è fatta, dunque? Non proprio. Tortora, come abbiamo visto, morirà poco dopo l’assoluzione definitiva. E il suo ritorno in scena avrà la mestizia di una riparazione fuori tempo massimo. Gifuni e Bellocchio ce lo mostrano in un sottofinale pudico, in levare. “È andata così – confessa sommessamente Tortora alla compagna – Non riesco più a giocare”.
E lasciando, nel finale, la parola al vero Tortora, nella puntata conclusiva della sua “Portobello” televisiva: fuori dallo studio, in piazza, per l’ultima volta cullato dall’abbraccio del suo pubblico.
Bellocchio sul caso Moro: Esterno notte
Abbiamo parlato di Esterno notte anche nel podcast
Esterno notte: tormentato caleidoscopio sul rapimento Moro | PODCAST

















