Bad Boy (HOT, 2024) è una miniserie drammatica israeliana in 8 episodi dalla durata media di 40 minuti. Disponibile dallo scorso anno su Netflix – e distribuita in ben 190 paesi nel mondo – la serie è stata co-creata da Ron Leshem (autore nel 2019 della serie originale Euphoria, che ha generato l’omonima versione americana HBO) e dalla cineasta Hagar Ben-Asher (The Slut, Dead Women Walking). che ne ha anche curato la regia.
Bad Boy è ispirata alla vera storia del terzo suo co-creatore nonché protagonista – il noto stand up comedian Daniel Chen -, e alle sue esperienze all’interno del sistema carcerario minorile israeliano. Questa miniserie, dopo l’eclatante anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, ha trionfato agli Awards of the Israeli Television Academy 2025, aggiudicandosi ben sette premi (tra cui l’ambito Best Drama Series).
Il fatto che Daniel Chen – sulla cui adolescenza, come abbiamo detto, si basa questa storia – sia co-sceneggiatore e protagonista, nel ruolo della versione adulta di se stesso, infonde a Bad Boy una potente aura di autenticità. Il progetto si è concretizzato attraverso il suo incontro con Ron Leshem, ex giornalista investigativo, da tempo interessato alle esperienze carcerarie vissute in giovane età. Quando si può avere la sensazione di non avere più “la possibilità di un destino alternativo”.
Sangue, lacrime e risate – senza soluzione di continuità
Daniel Chen interpreta il trentenne Dean Sheyman, comico di successo, che vediamo per lo più nelle sue esibizioni on stage. Nel suo show il tema portante, trattato con sprezzante e maliziosa leggerezza, riguarda il tempo da lui trascorso all’interno di un carcere minorile. In cui entra a soli 13 anni.
I suoi racconti – ricordi – flashback sono la sostanza e la parte preponderante di tutti gli episodi, a cui l’adulto stand up comedian fa qua e là da introduzione, commento e contrappunto. Il 13enne Dean è magistralmente interpretato da Guy Manster: un ragazzino che riesce in modo disarmante e in egual misura ad esprimere cattiveria e a suscitare tenerezza. Che riesce ad essere furioso, impaurito, fragile, sbruffone, umano disperatamente umano…
Del resto sono proprio i contrasti ad essere uno dei punti di forza di questa pregevole miniserie, che alterna senza soluzione di continuità sangue, lacrime e risate. Senza soluzione di continuità, esattamente come viene vissuta l’umana esistenza. Soprattutto a quell’età. Soprattutto in un carcere minorile, cercando di sopravvivere per anni soltanto grazie alle proprie capacità. Grazie alla capacità di far ridere con intelligenza le persone che ti circondano. Adulti compresi.
La veridicità dell’esperienza vissuta in prima persona da Daniel / Dean – che pare abbia trascorso in diverse prigioni israeliane un periodo compreso tra i 4 e i 6 anni – è garanzia di una scrittura e di un’interpretazione emotivamente intense e coinvolgenti. Le circostanze che lo hanno portato per diversi anni dentro e fuori le istituzioni delinquenziali minorili israeliane sono ben mostrate da Bad Boy. L’assenza di una figura paterna e la madre schizofrenica: in sostanza l’assenza di una qualsiasi autorità. A cui va aggiunta l’iperattività con disturbo dell’attenzione… (e un po’ di droga, che non in questi casi non guasta mai).
Bad Boy: un ragazzino dietro le sbarre
Ma la storia non è sul perché un ragazzo finisca in prigione, in un posto che “mette alla prova i tuoi limiti”. Proprio in prigione Daniel / Dean scopre infatti non solo il proprio talento comico, e con questo la scrittura e la recitazione, ma anche la possibilità di una vera connessione con gli altri ragazzi. In particolare con un ragazzo, quanto lui improbabile e disadattato: il suo compagno di cella.
Questa connessione e gli altri legami allacciati dietro le sbarre sono totalmente disinteressati. Non sono cioè funzionali ad un qualsiasi tornaconto, come invece Dean vive abitualmente le sue relazioni fuori dal carcere, nella vita in strada con gli altri ragazzi. Ragazzi solitamente più grandi (vedi Sunny). Di cui Dean cerca l’accettazione, l’approvazione e la protezione.
Ma non così in galera, dove il 13enne Dean capisce che deve diventare immediatamente adulto. Perché non ci sarà la problematica madre (Neta Plotnik) – per cui nutre sentimenti contrastanti – ad occuparsi di lui. Paradossalmente nemmeno la direttrice dell’istituto (Liraz Chamami) può fare più di tanto.
Le prove e le insidie che lo aspettano in quel luogo sono molte. Scoprirà però presto che avere la mente arguta e brillante e la battuta facile potrà spesso trarlo d’impaccio. Potrà aiutarlo, ma non a sentirsi meno diverso. Meno solo. Ecco allora il bellissimo e toccante rapporto che stringe con il compagno di cella Zion Zoro (Havtamo Farda), adolescente etiope-israeliano condannato per omicidio e da tutti gli altri tenuto a distanza. Tra il misterioso e silenzioso Zoro e il vivace e ciarliero Dean si instaura una relazione talmente forte da sostenere entrambi nei momenti bui della detenzione. E da segnare irrimediabilmente il destino di quello che uscirà per primo…
Umorismo come arma a doppio taglio
Anche se il giovane Dean impara molto presto che il suo senso dell’umorismo è un’arma a doppio taglio, e che può diventare anche fonte di potenziale conflitto, a conti fatti trova molta più accettazione all’interno del carcere minorile che fuori. Tra i compagni di prigionia che tra gli amici. Idolatrato dagli altri giovani prigionieri per il suo indomito spirito pagliaccesco, apprezzato financo dalle stesse guardie carcerarie, il ragazzino sembra ad un tratto confuso su dove sia meglio vivere. Se dentro o fuori…
Se a questo si aggiunge il corso di recitazione tenuto, sempre dietro le sbarre, da Keren (Bat-Chen Sabag), giovane e sensibile insegnante, come dargli torto? Per tacere del suo confuso sentimento (quanto confuso non è dato qui sapere) per Zoro…
Eppure Dean, come anche lo stesso Zoro sa bene, non appartiene a quel posto. A differenza degli altri ospiti, lui ha davanti a sé un futuro. Non importa quanto grande o radioso. La maggior parte dei giovani carcerati non può nemmeno dire di averlo, un futuro davanti…
Ma sarà invece proprio dietro, nel dietro le quinte del suo show – 20 anni dopo – che l’adulto Dean si troverà a fare i conti con il suo passato carcerario. A fare i conti con i compagni di allora, quelli che forse un futuro nemmeno ce l’avevano. Ma che forse invece alla fine l’hanno trovato… Tutti conti lasciati, per così dire, in sospeso. Si è soliti ridere alle battute da stand up di Dean / Daniel on stage. Ad un tratto però, passando nel backstage, non si ride più.
Bad Boy: Adolescence, Mare Fuori …e Baby Reindeer
Per quanto riesca a svelare, per mezzo della sua comicità, diversi importanti capitoli della sua detenzione giovanile, è come se il trentenne Dean continuasse a custodire gelosamente un qualche segreto in essa contenuto. Da questo scaturisce la tensione che minaccia il precario equilibrio esistenziale che ha pazientemente raggiunto e meticolosamente costruito.
Certo, talvolta è strano ridere durante gli episodi, assieme al pubblico in teatro, alle battute sulla sua stessa carcerazione. Strano perché alcune di queste sono davvero agghiaccianti. Ed è solo vedendo il corrispettivo fattuale nei flashback che possiamo riuscire a prenderle con leggerezza… Anche se dovrebbero farci accapponare la pelle. In questo, l’originale e contraddittoria formula di Bad Boy ha non poco coraggio. E riesce a colpire nel segno.
I critici nostrani hanno parlato di Adolescence e dell’altrettanto nostrana Mare Fuori. Ovviamente per l’arresto di un minore nella prima e per la visione del carcere minorile nella seconda. Eppure, forse stranamente, se non a sproposito, a me viene in mente tutt’altra serie. Che lo so, in apparenza sembra non c’entrare alcunché. Si tratta di Baby Reindeer, a questo mi riferisco. Immagino sia per la natura da stand up comedian del protagonista adulto. Per il rapporto tra presente e passato. Tra autore e attore. Tra trauma e liberazione… (sì, ovviamente fatte le debitissime differenze).
Tornando comunque a Bad Boy. È degno di nota che molti membri del cast, soprattutto i più giovani (come Manster e Farda) ma non solo (vedi Neta Plotnik), non siano professionisti e che compaiano per la prima volta sullo schermo. Credo anche questo contribuisca a quell’aura di autenticità e veridicità di cui tutta la serie è ammantata.
La paura si evolve in risata
Come in Euphoria, in questa miniserie non ci sono grandi morali né moralismi spiccioli. Vi è piuttosto una visione maledettamente complessa di una realtà altrettanto maledettamente complessa. Perché è una storia vera, in cui uno stand up comedian di reale successo rivede se stesso in flashback oscuri e continui. Nei quali c’è un ragazzino perduto tra un entusiasmo vitale e una sniffata di colla, che rubando cose finisce dietro le sbarre e sopravvive imparando a non rinunciare al suo lato più profondo. E c’è un uomo nel presente, che ha trasformato le sue cicatrici in monologhi che ripropongono la crudezza del carcere, riscrivendo il suo stesso vissuto.
La paura si evolve in risata. Strano ma vero: questa volta le ali della libertà sono dannatamente comiche. Come dice Ron Leshem: “c’è qualcosa di geniale nel raccontare la storia di qualcuno che ha una vita di merda ma vede tutto attraverso l’umorismo”. E l’idea che l’umorismo possa essere un’arma di sopravvivenza è la radice biografica di Daniel Chen, comico israeliano che da quel carcere è uscito realmente. E che oggi, attraverso il palcoscenico come usato un confessionale, svela la propria adolescenza carceraria.
Una confessione – a tratti metanarrativa – la sua che, per quanto possa servirsi dell’ironia, non si rifugia mai in essa. Anche se la salvezza di Dean Sheyman si trova nelle risate altrui, la sua storia non fa ridere, anzi. Portato via quando era ragazzino, ancora in mutande, in una prigione in cui la violenza è la regola e l’umiliazione la quotidianità, tra vittime e carnefici, tra abisso e allucinazione, coraggio e disperazione… Perché la realtà è sempre più feroce di qualsiasi immaginazione.
Eppure l’immaginazione, codificata e stilizzata come lo è in Bad Boy, può riportarci a quella animalesca, feroce e buia realtà. E, chissà, forse alle scintille di umana tenerezza che lì dentro ancora timidamente riluce… chissà.
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