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Euphoria: la fine del buio

La serie HBO di Sam Levinson, conclusa dopo tre stagioni, ha ridefinito il teen drama contemporaneo tra droga, sesso, social, dolore e oppioidi. Un viaggio estremo nell’euforia come desiderio di fuga, fino alla resa dei conti finale.

di Francesca Sarah Toich
08/08/2026
in Articoli
Cover di Euphoria per Mondoserie
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Euphoria è la serie cult creata da Sam Levinson per HBO che, tra il 2019 e il 2026, ha ridefinito il genere teen drama attraverso un’estetica cruda e visionaria. Distribuita in tre stagioni e due episodi speciali nell’arco di sette anni, la serie ha lanciato numerose giovani star. E consacrato Zendaya come icona globale, facendole vincere due premi Emmy per il ruolo di Rue Bennett. 

Nata come adattamento di un format israeliano, la produzione ha attraversato lunghi periodi di pausa dovuti alla pandemia, agli scioperi del settore e alla tragica scomparsa dell’attore Angus Cloud.

Giungendo a metà 2026 a una conclusione definitiva che ha trasformato il racconto di una provincia americana “glitterata” in una brutale testimonianza sulla crisi degli oppioidi.

Fin dalla prima stagione, come abbiamo raccontato in questa puntata del podcast, l’intento evidente del creatore era di affondare a capofitto in due macrotemi: la dipendenza da droghe e il sesso. Quest’ultimo a volte traslato in amore tossico.

E nonostante nel corso delle tre stagioni i personaggi siano cresciuti e le atmosfere radicalmente cambiate, soprattutto nella terza, dove la scuola è stata sostituita da bordelli e case dei pusher, i macrotemi rimangono solidi. E sempre più brutali e disarmanti nella loro potenza distruttiva.

Euphoria, prima stagione: gli abissi del vuoto

Nella prima stagione nuotiamo in “un’età dell’innocenza” sordida e drogata, violenta e allettante. L’adolescenza è terribilmente crudele e dolcemente incosciente. Se c’è una cosa che Euphoria ha capito perfettamente è proprio questa. Fin dall’inizio veniamo catapultati in un universo buio. Quello degli adolescenti di una sonnolenta provincia americana, che più che vivere sembrano trascinare i loro corpi in un incubo distorto.

Durante il primo episodio, bagnata da una luce liquida blu e asfissiante, simile a quella dei club dove si entra sotto ketamina, la protagonista Rue ci racconta l’overdose che le ha rovinato l’estate.

Rue, un’adolescente nata nei giorni del crollo delle Torri Gemelle, ha finora condotto una vita priva di speranze. Diagnosticata maniaco-depressiva fin da bambina, come succede ormai a molti ragazzini americani, ha assistito alla lunga agonia domestica del padre, costretto a letto da un cancro. È così che Rue ha cominciato a drogarsi verso i 12 anni: assumendo di nascosto le pillole antidolorifiche del genitore incosciente. Forse dovremmo chiamarla eroina in pillole, dato che l’ossicodone è sicuramente più potente della morfina.

Dopo la morte del padre, Rue ha cominciato a farsi ancora più pesantemente. A diciassette anni è già uscita da una comunità di recupero e si appresta a cominciare un nuovo anno di scuola.

Rue, Jules e una provincia oscena

Eppure quest’anno una novità irrompe nei suoi incubi quotidiani: una giovane donna trans arriva in città. Nella prima scena di Euphoria vediamo Jules (Hunter Schafer) seminuda piantarsi con mano esperta una siringa di ormoni nella natica. Poi la seguiamo in un motel dove viene sodomizzata da un uomo che potrebbe essere suo padre (scopriremo essere invece il padre di un suo compagno di classe).

Rue e Jules si incontrano poco dopo a una festa dove conosciamo alcuni degli altri protagonisti. Nate, interpretato da Jacob Elordi, figlio dell’uomo di cui sopra, è un adolescente bello e violento, che ha una relazione tossica con Maddy (Alexa Demie), una ragazza appassionata di video porno. Come tutti gli altri, del resto. Sono adolescenti che conoscono più posizioni di una pornostar a fine carriera, anche se magari non hanno ancora fatto sesso. La loro ‘prima volta’, neanche a dirlo, si consuma in modo violento, imitando quello che vedono su internet. E, soprattutto, va filmata. Col consenso o meno del partner.

Del resto, ci sono abituati. Le loro azioni si traducono quasi subito in immagini Instagram o video YouTube. E praticamente tutti i ragazzi fanno la dolorosa esperienza di vedere una loro immagine o un video privato che circola tra i telefoni della scuola e oltre. Oggi a me, domani a te, sembra essere la dura nuova legge. Non ci stupisce che quasi tutti i personaggi della serie vivano allora una forma di distacco permanente.

Euphoria e l’intimità ai tempi dei social

Euphoria esplora un’intimità fatta di luoghi claustrofobici: i ragazzi si muovono quasi solo in ambienti chiusi. Per loro l’isolamento è uno spazio naturale. Uniche finestre, i social e i reality show. Nel migliore dei casi, qualche serie tv. Ma non riescono più nemmeno a seguire quelle. Troppa attenzione da dedicare. La vera vita è su WhatsApp. Lì si consumano gli amori romantici, non certo nelle tristi e violente prime scopate casuali ad una festa.

Però uno spazio reale esiste: il bagno, i cessi. Luoghi dove si annidano esperienze forti, nuove e a volte persino sincere. Lì ci si rifugia a inviare i messaggi importanti, o a discutere con il partner. I cessi sono i testimoni poi di una tossicodipendenza quotidiana e scolastica. Scuola che sembra essere solo un sottofondo di incontri mirati al sesso o alla droga. Porno online, alcol, fiumi di droghe, trucchi esagerati e musica a tutto volume.

Potrebbe sembrare superficiale e invece Euphoria è una serie profonda, forse persino troppo. Dolorosa perché in parte veritiera nel suo fotogenico nichilismo. Non c’è nessuno sfondo moralistico. I genitori sono spesso peggio dei figli e le esperienze più estreme non hanno alcuna funzione catartica. Le terapie e gli psicologi, da cui quasi tutti finiscono, servono solo a farsi prescrivere farmaci ancora più pesanti.

L’unica speranza sembra essere Narcotici Anonimi, il gruppo di autoaiuto a cui Rue è costretta ad andare. Lì trova un amico, Ali (Colman Domingo), un tossico di crack oramai “pulito” da quasi 20 anni.

Una bellezza malata 

Eppure anche nell’episodio interamente dedicato a uno struggente dialogo tra lei e Ali abbiamo la sensazione che Rue non ci sia. È effettivamente altrove, persa nelle particelle di Oxy che si è appena sniffata.

Zendaya ha vinto due Emmy per le stagioni 1 e 2 di Euphoria. E nel giro di pochi anni si è trasformata in diva del cinema, anche grazie a Dune. Hunter Schafer ha recitato in modo eccellente la sua parte, affermandosi come attrice e artista. 

Eppure, nonostante la profondità, le due protagoniste rimangono intrappolate nella presunta bellezza che le contraddistingue. Anche nella situazione più dolorosa ci sembra di essere in una pubblicità di alta moda, tanto sono belle le luci, loro stesse, i costumi.

Ma non c’è forse la pretesa di essere “realistici”, quanto più appunto di narrare i sentimenti estemporanei e le sensazioni di questi ragazzi intrappolati in sordide province. Vediamo attraverso i loro occhi, sentiamo sulla loro pelle il dolore e il fascino momentaneo di quei due secondi di buio che quasi tutti cercano.

Euphoria, seconda stagione: la piaga segreta

Virtuosistica, brutale e poetica, la seconda stagione di Euphoria ci immerge nuovamente nell’amore tossico tra adolescenti e nella loro sfrenata ricerca dell’attimo che li porterà altrove. Il principio della serie è catturare l’estasi, che sia chimica o sessuale. Ma anche sbatterci elegantemente in faccia questa nostra epoca perversa e claustrofobica.

Siamo di nuovo in compagnia degli stessi personaggi della prima stagione. Rue con problemi di dipendenza che sono saliti alle stelle, il suo amico spacciatore Fezco (Angus Cloud), dal lato inaspettatamente romantico, le rivali Maddy e Cassie, la fantastica Jules e altri nuovi arrivi.

Anche questa volta i protagonisti delle vicende sono imbevuti di adrenalina e disperazione, che trasmettono allo spettatore fin dall’inizio. Come ci racconta la 21enne americana Merna, intervistata dal New York Times: “Si è davvero sul filo del rasoio per tutto l’episodio. Quando stai guardando un film horror o ascoltando qualcosa di super adrenalinico, continui ad ascoltarlo perché vuoi sapere cosa succederà. Non puoi smettere di guardare.”

Milioni di adolescenti in tutto il mondo si sono radunati a ogni episodio per guardare insieme la seconda stagione di Euphoria. “È un’intensa drammatizzazione di cose che tutti sperimentiamo: sono personaggi molto riconoscibili ma quello che attraversano è amplificato a centomila.”

Il sesso, l’estasi e il cervello secondo Euphoria

Adorata dai giovani, amata dagli artisti e dagli intellettuali, Euphoria è stata duramente criticata per l’ipersessualizzazione che la contraddistingue. Nudi maschili e femminili accompagnano le vite estreme di questi ragazzi. Che non trovano nulla di male nel mostrarsi e nel vivere una sessualità sempre più fluida, senza limiti di genere o monogamici. Ma l’ipersessualizzazione non è gratuita, dato che l’adolescenza è ipersessuata. E la poesia fragile e terribilmente estetica della messa in scena trascende la volgarità che potrebbe essere dietro l’angolo in ogni momento.

Sam Levinson non ha mai nascosto la sua ossessione per i comportamenti compulsivi. Euphoria rientra in questa visione del mondo dettata da pulsioni estreme, dove non c’è posto per i rapporti banalmente rassicuranti. L’amore vero deve essere attrazione folle, irresistibile. Le vite costantemente in bilico dei protagonisti sono guidate da impulsi crudi, senza la patina delle convenzioni o del romanticismo.

In una visione quasi atomistica della vita, ogni azione dei ragazzi tende verso una ricerca appunto dell’euforia. Dall’etimo, “che si porta facilmente”: uno stato fisico e mentale di piacere dovuto spesso a forme di intossicazione che alterano la percezione.

Da Lucrezio alle serie tv: l’amore come astinenza

Recenti studi, come ad esempio Why We Love: The Science Behind Our Closest Relationships di Anna Machin, del 2022, hanno elaborato il fenomeno dell’innamoramento a livello scientifico.

“La prima sostanza che inonda il cervello quando siamo in presenza di chi ci attrae è l’ossitocina, anche detta ormone dell’amore. Silenziando l’amigdala, che è il centro cerebrale della paura, l’ossitocina abbassa le nostre inibizioni e facilita i primi approcci con uno sconosciuto. Ogni volta che viene rilasciata l’ossitocina è accompagnata dalla dopamina, ovvero il neurotrasmettitore del piacere. L’evoluzione ci ha donato un insieme di sostanze chimiche che ci motivano a stringere e mantenere rapporti con gli altri.”

Una teoria affatto nuova, dato che ci avevano pensato gli epicurei e soprattutto Lucrezio, nel suo De rerum natura, a dirci che Venere “illude gli amanti con esili simulacri”. L’amore secondo Lucrezio consisterebbe in una serie di particelle che si staccano dai corpi degli amanti illudendoli di potersi possedere a vicenda. “Amore è l’unica cosa nella quale più è grande il possesso, più il cuore arde di un desiderio feroce.”

Attenzione. Secondo Lucrezio non è affatto una bella cosa: per quanto gli amanti si affannino stimolati dagli atomi emanati da entrambi, nulla potranno prendere l’uno dall’altra. Saranno per sempre condannati a soffrire di una piaga segreta, ossia dell’impossibilità, pur desiderandosi, di scambiare realmente qualcosa.

Le teorie moderne sono più positive. Ci sono reazioni chimiche per ogni situazione. “Se una relazione è davvero solida, è grazie alla beta-endorfina, un oppioide naturale prodotto dal nostro cervello come antidolorifico: ecco perché siamo euforici quando stiamo con il partner. E se ci lascia cadiamo in crisi di astinenza.”

Rue, il teatro e la tossicodipendenza domestica

Euphoria indaga tutti questi estremi con profonda capacità di cogliere il dolore, la piaga segreta. E di certo lo spettatore vuole vedere questi personaggi dannati arrivare alla redenzione. Perché sono soggetti a cui ci si affeziona e le loro debolezze ci fanno parteggiare per loro.

Peccato per le ultime due puntate della seconda stagione, ambiziosamente chiamate Il teatro e il suo doppio e Tutta la mia vita, il mio cuore ha desiderato una cosa che non posso nominare. Dove una delle ragazze, Lexi, sorella di Cassie, scrive e mette in scena le loro storie. Gli attori e il pubblico sono naturalmente gli alunni del liceo che tutti frequentano.

Il teatro scolastico come forma di catarsi a quanto pare ultimamente va di moda nelle serie teen drama. Già usato da Sex Education in modo forse più ironico e interessante, in Euphoria risulta poco credibile e fastidiosamente mieloso. Seppur – come sempre – ben realizzato.

Ottima invece la messa in scena della tossicodipendenza di Rue, che è pronta a imbruttirsi e distruggersi di fronte allo spettatore. Il consumo domestico di droghe, la tristezza dello sballo per se stessi, dove l’evento più significativo della giornata consiste nell’aprire il frigorifero per bere un po’ di latte, la violenza dirompente degli spacciatori che è costretta a incontrare, la facilità nel dire ai più cari qualsiasi menzogna.

E poi l’essere scoperta, “tradita” dagli amici che la denunciano alla madre. La fuga da casa per rubacchiare in altre case. L’inseguimento dei poliziotti a cui sfugge claudicante e in piena astinenza fino a bussare alla porta della terribile spacciatrice Laurie.

Le star nate da Euphoria

Laurie è pronta a infilare un ago nel braccio della sua preda, per la prima volta – finora Rue aveva solo sniffato –, imbottendola di morfina. E suggerendole che è fortunata ad essere una tossicodipendente donna: in mancanza di soldi, può sempre prostituirsi.

Euphoria è un calderone di giovani artisti poliedrici. Zendaya è cantante, modella, attrice e produttrice: come Sydney Sweeney, anche grazie a questo show è diventata una star globale. Idem Jacob Elordi. Hunter Schafer è artista, attivista, modella. E così molti altri giovani del cast. Dominic Fike, Elliot nella serie, è un cantautore apprezzatissimo dalle nuove generazioni. E, per chi ama i gossip, ha avuto una relazione con Hunter.

Ma Euphoria non raccoglie solo giovani star: a volte, le crea dal nulla. Il New York Times ha dedicato un articolo alla singolare storia di Angus Cloud, lo spacciatore buono Fezco, amico di Rue. «Nel 2018 Mr Cloud stava camminando in una strada di Greenwich Village quando è stato fermato da Eleonore Hendricks, responsabile del casting di Euphoria. “Stavamo ancora cercando qualcuno per il ruolo di Fezco – racconta Ms Hendricks – e Angus, che all’epoca faceva il cameriere, mi sembrava perfetto. Lui all’inizio non mi credeva, pensava fosse un imbroglio. Ma il suo amico che passeggiava con lui l’ha convinto a seguirmi.”»

La direttrice di casting ci aveva visto lungo: Fezco, secondo la sceneggiatura originale, avrebbe dovuto morire nella prima stagione. Ma Angus funzionava talmente bene che non solo “gli hanno allungato la vita”, ma nella seconda stagione ha un ruolo di grande rilievo.

Euphoria, terza stagione: il morbo datore di morte

Nel luglio 2023, Angus Cloud muore, a soli 25 anni, per un’overdose causata da un mix di fentanyl, cocaina, metanfetamina e benzodiazepine. Questo evento tragico ha toccato molto da vicino Sam Levinson, costringendolo a ripensare tutta la scrittura della terza e ultima stagione, “condannando a morte” Rue per overdose di fentanyl. Come racconta in questa intervista:

“Inizialmente avevo scritto una traiettoria diversa per il personaggio di Rue. Durante lo sciopero degli sceneggiatori, abbiamo ricevuto la notizia della scomparsa di Angus, nel luglio 2023. Sono sempre stato molto preoccupato per la diffusione del fentanyl. È un tema che abbiamo affrontato nel corso delle stagioni e persino nel mio primo film, Another Happy Day (2011). Ma dopo la sua morte ho dovuto rivedere la sceneggiatura e ho pensato che oggi non si può raccontare una storia sulla tossicodipendenza senza mostrarne le conseguenze reali. La maggior parte delle persone non riceve una seconda possibilità. Il fentanyl può semplicemente portarti via in un istante. Non è come quando ero adolescente io; potevi comprare delle pillole per strada e magari avevi un brutto viaggio o qualcosa del genere, ma te la cavavi. Qui si muore all’istante. Questa è una cosa che tocca da vicino moltissime persone in questo Paese.”

Fentanyl, Dopesick e un finale criticato

La terza stagione inizia con Rue costretta a fare da drug mule, cioè da corriere della droga, trasportando fentanyl dal Messico agli Stati Uniti. E finisce con un’overdose pressoché accidentale della nostra eroina a causa di pillole tagliate con l’orrido prodotto.

Molte serie in questi anni hanno trattato la piaga del fentanyl: Dopesick, Painkiller, e ne abbiamo ampiamente parlato anche in alcuni podcast di Mondoserie. Un problema che non si può non vedere: e così Levinson ha fatto la coraggiosa e criticatissima mossa di chiudere Euphoria in un’ode al dolore per tutte le perdite causate da questa sostanza.

La critica dei media non è stata tanto verso il prodotto trattato in Euphoria, quanto verso la visione religiosa e d’amore proposta come soluzione, come “cura” a questo “morbo”. Nel personaggio di Ali, membro attivo di Narcotici Anonimi, si fa passare il famoso “messaggio” di questa confraternita.

Levinson è stato massacrato dalle recensioni del New York Times per questa scelta. 

“La serie si è conclusa sulla nota più strana e meno convincente della stagione: il risveglio religioso sperimentato da Rue dopo un incontro accidentale con una famiglia cristiana nel Texas rurale. I suoi incontri stralunati di questa stagione con la Bibbia e con un albero in fiamme, che lei aveva interpretato come un segno biblico, avevano in sé un certo umorismo. Ma l’immagine finale di una Rue angelica che appare nel posto vuoto lasciato per lei alla tavola della famiglia è sembrata del tutto stonata rispetto al suo personaggio e allo show. Una corsa all’inferno anarchica, durata tre stagioni, ha compiuto un’improvvisa inversione a U verso un’autostrada per il paradiso senza nessuna ironia.”

Euphoria e la cura scandalosa dell’amore

Fin dalla prima stagione la forza di Levinson è stata quella di proporre una soluzione al problema della droga, traslandola in cinema. Mostrare la disperazione e il modo per uscirne. In Rue, in Ali e in tutte le persone che hanno intrapreso un percorso di recupero. Chiaramente per il creatore di Euphoria il fentanyl non è un problema che si può trattare “con ironia” come piacerebbe al cinema d’avanguardia.

Parimenti per quanto riguarda l’altro macrotema di Euphoria, il sesso. La terza stagione ha sostituito i corridoi del liceo e le feste in casa con i sottomondi dei trafficanti di droga neonazisti, lo sfruttamento sessuale negli strip-club e coloro che aspirano alla notorietà con ogni mezzo.

Tutto è amplificato a dismisura. Maddy e Cassie, le nemiche-amiche, hanno costruito un futuro nel settore dell’industria degli influencer, limitrofo alla prostituzione e alla pornografia. Si è detto che l’argomento avrebbe potuto essere trattato in maniera meno violenta. Levinson però si attiene alla realtà dei fatti. Oggi mezzo mondo è attaccato a OnlyFans, chiedendo ad adolescenti di realizzare – dietro compenso – le fantasie più morbose.

OnlyFans e la validazione esterna

Sempre nelle parole di Levinson: “Parliamo di questo mondo di OnlyFans dove le donne vengono pagate per, ad esempio, sussurrare in un microfono a forma di orecchio. C’è un livello di assurdità in tutto ciò e cerchiamo sempre modi per renderlo autentico, umoristico e drammatico. Per quanto riguarda Cassie, sin dal primo giorno di questa serie, tutto ciò che vuole è essere amata. Vuole essere adorata. Mi sembra la naturale progressione dei social media, che si tratti di Instagram o di qualsiasi altra piattaforma: tu sei il prodotto, tu sei il brand. Tutto si basa sulla validazione esterna.”

Ed Euphoria è brutale anche in questo. La validazione esterna a ogni costo: non è l’assillo dei giovani d’oggi sui social media? E dove porta?

La terza stagione ha forse deluso i più. Ma pochissime serie hanno avuto il coraggio di cambiare completamente scenario e quasi stile, attenendosi fedelmente ai temi trattati. Proporre l’amore incondizionato come soluzione, non è forse la chiusa più violenta e inaspettata che potevano sperimentare per Euphoria? 

Senz’altro costringe lo spettatore a porsi delle domande. E Levinson ha lasciato in questa sua opera tutte le chiavi per avere delle vere risposte.

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Francesca Sarah Toich è un’artista che vive e lavora a Parigi, dove ha una compagnia di teatro e magie nouvelle. Scrittrice, autrice, attrice, ha vinto il primo premio nel concorso internazionale di scrittura per lo spettacolo “Premio Goldoni Opera Prima” con la tragedia intitolata “Diotallevi” e ha pubblicato due romanzi fantasy per ragazzi. Ha prestato la sua voce a numerosi film, documentari, installazioni artistiche e radiodrammi (in particolare per RAI radio Italia). Specializzata in Commedia dell’Arte e letteratura italiana è stata premiata come migliore giovane interprete della Divina Commedia, vincendo per due volte il Lauro Dantesco a Ravenna. Insegna e recita in italiano, inglese e francese in numerose compagnie di teatro e ricerca, ed ha portato le sue performance in prestigiosi teatri e gallerie d’arte in varie parti del mondo tra cui recentemente a New York, Mosca e Tokyo.

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