Per fortuna noi amiamo Barry. Intensamente, da quando l’abbiamo scoperta fino ad ora che l’abbiamo potuta finire. Fosse stato per la distribuzione italiana, sarebbe stato difficile – forse impossibile – riuscire a rimanere fedeli alla pluripremiata e magistrale dark comedy HBO con Bill Hader come creatore e protagonista. Che racconta in quattro indimenticabili stagioni e 32 episodi la parabola di un ex soldato, reduce traumatizzato, reinventatosi come sicario, che si imbatte per caso nella scena teatrale off si Los Angeles. E cerca nella recitazione una possibile via d’uscita alla propria infernale coazione a ripetere la violenza che lo ha segnato.
Il debutto americano di Barry era stato nel 2018: trionfo immediato. Seguito dalla conferma della stagione 2, l’anno dopo. In Italia (Sky, NOW) però si era dovuto attendere fino al 2021 per poterle vedere. Odissea finita? Neanche per sbaglio. Causa Covid, le stagioni 3 e 4 si erano fatte attendere anche negli States: 2022, 2023. A quel punto però, visto che in Italia ci eravamo già (tardivamente) agganciati, ne approfitteremo, no? No. Si è dovuti arrivare fino all’estate del 2025 per poter completare il racconto.
Ma per fortuna, come si diceva, quello con Barry è un rapporto d’amore. E l’amore è paziente, come scriveva San Paolo in una delle sue lettere ai Corinzi. E quindi abbiamo continuato a nutrire il nostro amore di attesa e desiderio. Così, quando il distributore italiano si è deciso a completare il cerchio, siamo anche stati saggi abbastanza da guardarci le residue 16 puntate delle due ultime stagioni un po’ alla volta. Assaporandone la profondità. Meditando uno a uno gli episodi – attorno ai 30 minuti, a metà strada tra lo standard della commedia e quello del dramma, come è in fondo appropriato per questo stranissimo show.
A cui abbiamo dedicato anche una puntata del podcast.
Di cosa parla Barry, inatteso grande successo
Barry è stata creata da Alec Berg (già scrittore per Seinfeld, co-sceneggiatore de Il Dittatore, poi produttore e tra i registi di Curb Your Enthusiasm) con Bill Hader. Che ne è anche la star, oltre ad aver scritto e diretto numerosi episodi dello show in prima persona.
Il Barry del titolo è un assassino professionista, ex marine e reduce ancora traumatizzato dall’Afghanistan. In trasferta da Cleveland a Los Angeles per un omicidio commissionato dalla mafia cecena, irrompe per caso in un teatrino off e nel corso di recitazione tenuto da Gene Cousineau (l’Henry Winkler che tutti ancora oggi ricordano come il Fonzie di Happy Days). Ed è quasi un doppio colpo di fulmine: per il palcoscenico, e per l’aspirante attrice Sally (Sarah Goldberg).
Questi nuovi interessi sapranno colmare il vuoto che Barry avverte al centro della propria esistenza? E, soprattutto, saranno abbastanza forti da permettergli di cambiare vita, uscendo dall’orbita di figure criminali come il vecchio amico di famiglia Monroe Fuches (Stephen Root), che ne gestisce le attività di sicario, e la nuova conoscenza NoHo Hank (Anthony Carrigan), pittoresco gangster ceceno?
La commistione di elementi comici e drammatici, di serio e faceto, evidente anche dalla trama, è il primo grande punto di forza dello show. Accolto trionfalmente dal pubblico americano come dalla critica. Tra i molti premi, le 44 nomination agli Emmy (tra cui 4 volte come miglior commedia): per Hader doppia vittoria come protagonista nelle prime due annate, per Winkler meritata statuetta da non protagonista per la prima. Premi cospicui – ma Barry avrebbe meritato anche di più.
Ma perché da noi è meno conosciuta? E chi è Bill Hader?
Le due domande sono strettamente intrecciate. A parte la sua anomalia di genere, a metà tra commedia e dramma e non solo, che può aver reso più tiepidi gli ancora conservatori distributori italiani, il limite è stato forse proprio nella figura del suo creatore e protagonista. In Italia Bill Hader era e ancora rimane largamente sconosciuto al grande pubblico, ma in America era già una star ben prima di Barry, in particolare per la sua lunga presenza (2005-2013) nel leggendario show Saturday Night Live.
I suoi personaggi e le sue imitazioni gli sono valsi un Peabody Award e 4 nomination agli Emmy: ma soprattutto una popolarità che lo ha portato a partecipare a un numero crescente di film, e a potersi cimentare con altre esperienze, dalla sceneggiatura alla regia, alla produzione di South Park (altro Emmy vinto), fino a incursioni nel genere drammatico e persino nell’horror (IT – capitolo due).
Ma sono soprattutto le imitazioni, e il talento comico, ad averne fatto la fortuna, dal cast di Saturday Night Live ai tantissimi late night show di cui è stato ospite negli anni. E in effetti le sue capacità mimetiche sono impressionanti. Al punto tale che proprio a partire da una sua riuscita imitazione (di Tom Cruise) qualcuno realizzò pochi anni fa il primo video di deepfake a diventare virale, e a mostrare al mondo le potenzialità e i pericoli di tecnologie capaci di trasformare o ricreare il volto di chiunque.
Con il personaggio di Barry, il suo creatore condivide anche la propensione all’ansia: vittima costante di emicranie, Hader ha sofferto di attacchi di panico persino durante le performance del SNL (che, come dice il nome, sono dal vivo e in diretta, non pre-registrate).
Le stagioni 3 e 4 di Barry
L’enfasi sul background comico del protagonista e co-creatore, nonché sceneggiatore e regista di molte puntate, Bill Hader, non deve trarre in inganno. Barry parte come una commedia (certo dark, violenta) ma non si ferma lì. Non è che smetta di essere a tratti esilarante. Ma più va avanti, più è chiaro che lo sprofondo dell’ex soldato non è né episodico né solo un punto di partenza verso qualche percorso catartico o di redenzione. Il tempo passa, nella serie e fuori, ma le cose non migliorano. Non possono migliorare: troppo avvelenato è il terreno in cui ha radici questa pianta contorta e spettrale che è il nostro protagonista.
La stagione 3 di Barry vede le storie avvitarsi in spirali inevitabilmente distruttive. Il rapporto con Cousineau può essere ormai solo la parodia di quello tra un mentore il suo pupillo. Quello con Sally rivela l’impossibilità di una quiete domestica: sia nel momento del successo di lei, sia nella sua crisi. Persino quello coi criminali (Fuches, NoHo) smarrisce i connotati di quella minima umanità che il traumatizzato Barry Berkman continua confusamente a cercare – senza rendersi conto di essere così ferito che, anche quando la trova, non può che rovinarla e perderla.
Nella sua ultima stagione, la 4, Barry spinge se possibile ancora di più sull’acceleratore. Lontana è l’atmosfera dei primi episodi, in cui si poteva ridere sentendosi solo moderatamente in colpa. L’aria si è fatta davvero irrespirabile. Dopo una parentesi carceraria, un sempre più abbrutito Barry cerca una improbabile – ma ossessivamente determinata – redenzione che ha tratti religiosi. Mette su famiglia nei deserti dell’America più aliena. E poi però, più forte di lui, deve tornare. A Los Angeles. Ai conti in sospeso. Alle persone, e alle storie, che conosce. Gene. Hank. Monroe. Al destino.
“Oh, wow!”. Il finale di Barry (SPOILER)
Lo ribadiamo, nel caso non abbiate letto il titolo di questo capitolo o abbiate problemi con la memoria a breve termine. Qui parliamo del finale della serie. Ci saranno quindi spoiler. Saltate al prossimo capitolo, se la cosa vi turba (a ben pensarci, se avete problemi di memoria a breve termine non è neanche necessario saltare al prossimo capitolo). Che poi, è particolarmente stupido farsi problemi con le risoluzioni narrative di Barry. Ma questi sono i tempi demenziali che viviamo. Come se ci fosse stato un diverso percorso possibile. Come se non potesse che finire così – o da queste parti.
Sono passati 8 anni. Dopo aver vissuto l’esperienza del carcere, della fuga, della costruzione di un nucleo familiare che definire così atomico da essere psicotico è poco (lui, lei, il figlio, in una casetta prefabbricata piazzata in mezzo al deserto, lontano da tutto e da tutti, senza relazioni con niente e con nessuno), Barry torna a Los Angeles. Ci torna perché ha letto che si sta per produrre un film sulla sua storia. Che coinvolgerà, è inevitabile, il vecchio maestro / complice / vittima, Gene Cousineau. Il film riaccenderebbe i riflettori su di lui. Barry lo vuole impedire. Barry vuole scomparire, vuole che il mondo si dimentichi di lui, dei suoi delitti. Della sua scia di sangue e follia. Della sua storia.
Ma Hollywood, il sistema produttivo, la televisione, non dimenticano. E soprattutto non lasciano andare una buona storia. Una storia da cui si possa guadagnare. Finirà, per dirla con Tom Stoppard, solo quando tutti i personaggi destinati a morire muoiono. Sarà il redivivo Gene Cousineau, riemerso dal kibbutz israeliano in cui si è nascosto per tutti gli ultimi anni (!), a porre fine alla parabola impossibile e necessaria di Barry. Che non ha mai realmente potuto essere una storia di redenzione.
“Oh, wow!”. Sono le ultime parole del protagonista, un attimo prima di essere fatto fuori – sul divano, lui killer mostruosamente efficace e inarrestabile. “Oh, wow”. Un finale che è un fantastico anti-climax, per una serie genialmente anti-retorica. “Oh, wow”. Solo un altro accadimento – neppure così eccezionale – di una vita eterodiretta, fatta di accumuli di casualità, di scelte senza libertà (Barry Berkman campione di tutte le nostre vite, vissute nell’illusione di una cosa chiamata libero arbitrio?).
Ma non è, questo, il finale, come pure avrebbe potuto essere. C’è una coda. Sublime, perfetta. Un altro po’ di tempo è passato. John, il figlio di Barry, guarda finalmente il film sulla vita di suo padre. È una stupida versione hollywoodiana, che assolve l’eroico soldato con la faccia da bravo ragazzo, vittima delle circostanze – e attribuisce ogni colpa a un diabolico (e non a caso inglese!) Gene Cousineau. Nella versione romanzata della sua vita, Barry si sacrifica per salvare moglie e figlio. John, che pure dovrebbe conoscere la verità – che pure la sa più lunga – guarda il racconto della vita di suo padre. E sorride.
Nel suo finale, Barry porta a compimento uno dei grandi temi delle stagioni 3 e 4. La critica radicale alla società dello spettacolo. Alla Hollywood che mastica vite e sogni e li trasforma in narrazioni con un pubblico, un mercato. Alla stessa serialità televisiva, e ai suoi meccanismi di scelta / conferma / successo & insuccesso.
Il PTSD trattato in commedia: il precedente di Carlin
Ma non si può capire Barry se non si ricorda il suo assunto centrale: trattare in toni da commedia (seppure da black comedy, a volte dramedy, a volte persino tragicommedia) un tema reale e serissimo come il PTSD. Cioè il disturbo da stress post-traumatico (l’inglese Post-Traumatic Stress Disorder): in psicologia, l’insieme delle acute sofferenze psicologiche che conseguono a un evento traumatico, catastrofico o violento subito.
Un disturbo assai diffuso specie nella violenta società statunitense, e che è stato più volte messo in scena in ambito pop. A volte raccontandoci le conseguenze di traumi sessuali dell’infanzia, come in Mystic River. Ma più spesso mettendo al centro veterani di guerra: da Il cacciatore ad American Sniper a The Hurt Locker.
Perché naturalmente il più frequente ambito di applicazione del PTSD è quello bellico: venendo diagnosticato a soldati esposti ad accadimenti disumani per intensità e ferocia. Chi soffre di questa condizione può esperire incubi, flashback e un profondo disagio psichico di fronte a eventi o persone che gli ricordano l’evento traumatico. Persino allucinazioni, fino a non riuscire più a distinguere la realtà.
Ed è proprio il caso del protagonista della serie, Barry Berkman. In Afghanistan ha vissuto esperienze indicibili, che ne hanno messo in profonda crisi l’identità e l’auto-rappresentazione: e tornato dalla guerra si è riciclato nell’unica attività che si è convinto di saper fare. E cioè uccidere, anche se è proprio da lì che derivano il suo trauma e il suo costante disagio esistenziale. Frequentemente, Barry sovrappone le esperienze di guerra a ciò che gli accade nel presente: la nevrosi riaffiora, la violenza sembra poter prendere il sopravvento. Che sia sulle tavole del teatro o nel rapporto con un’altra persona.
La puntata finale (la 8) della seconda stagione mette in scena una vera e propria esplosione di violenza, senza sosta, inarrestabile, psicotica, magistralmente resa e centrata. Nel finale della stagione 3, l’inatteso incontro con un ex commilitone apre a un raro momento di pietas e umanità. Quasi, per un attimo, di speranza: forse anche per Barry una redenzione è possibile…
Una curiosità. Sullo stesso tema il leggendario comico americano George Carlin costruì uno dei suoi sketch più geniali: raccontando la trasformazione del nome del disturbo, in pochi decenni, dal più brutale e diretto shell shock alla più difficile e indefinibile forma attuale. Una feroce satira del soft language e degli eufemismi, che Carlin denuncia come modi efficacissimi di controllare la società, disumanizzandone e rendendone sempre più astratte le paure, le ansie, le necessità.
Perché guardare Barry: comica, dark, surreale, precisa
I motivi tematici per correre a recuperare le 32 brevi puntate di questa serie dovrebbero a questo punto essere chiari. Ne aggiungiamo altri.
Il cast. Bill Hader offre una prova matura, complessa, sfaccettata, davvero impressionante. La sua figura da spilungone imbranato e la comica plasticità facciale possono in un secondo mutarsi in minaccia, in violenza repressa, in psiche traumatizzata, in smarrimento assoluto. Henry Winkler trova finalmente, dopo infinite parti più ridotte, un ruolo che ne valorizza le qualità recitative. I “cattivi” sono memorabili, da Stephen Root a Glenn Fleshler. Fino all’incredibile e a tratti entusiasmante Anthony Carrigan (mafioso ceceno follemente geloso dei suoi rapporti criminali e omoerotici).
La scrittura alterna con sapienza e un equilibrio quasi sempre perfetti i diversi registri scelti dallo show. Quando vuole esserlo, Barry sa come essere divertente, e parecchio. Ma un attimo dopo può essere malinconica. Ora fa ridere; e ora si rivela sanguinosa, violenta, anche cupissima, persino disturbante. Tratti che vanno accentuandosi come abbiamo visto nell’arco delle 4 stagioni di quella che parte come una commedia dark e diventa un dramma di cui è impossibile immaginare un lieto fine.
Come il suo protagonista: il sicario divenuto aspirante attore di Hader, reinvenzioni autobiografiche a parte, non è un personaggio né accomodante né positivo. Paradossalmente, e pur nei tratti di una comedy molto molto dark, è un personaggio tragico. Un uomo che ha visto frantumarsi un’identità che era già incerta, in balia degli eventi e del caso. Costantemente risucchiato in una spirale di violenza che non sembra mai in grado di allontanare definitivamente da sé. Un grande psicopatico, senza bussola e senza redenzione – perfetto interprete dei nostri tempi confusi.
Ascolta anche il podcast su Barry
Barry: dark comedy perfetta tra omicidi, gang, teatro | PODCAST
Un’altra dark comedy che potrebbe piacerti: Russian Doll.

















