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The Great, una risata contro le efferatezze della storia

Spassosa serie storica in tre stagioni sull'ascesa dell'imperatrice Caterina II di Russia, è anche una riflessione sul confine tra realtà e finzione

di Francesca Sarah Toich
08/12/2025
in Articoli
Cover di The Great per Mondoserie
7.4k
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No, i russi non esclamano mai “Huzzah!” Anzi, è un termine tutto inglese che secondo il dizionario di Oxford deriva dal semplice “hourra”. Nella brillante serie inglese The Great (2020-2023, 3 stagioni, 30 episodi, oggi in Italia su Netflix), scritta da Tony McNamara, l’esclamazione ritorna in quasi tutte le scene. Ritmando una commedia storica divertente, pungente e, a detta dell’autore, “occasionalmente vera”.

Se pensate che le ambientazioni storiche televisive siano lente e soporifere, eccone la prova contraria. The Great fa piazza pulita del linguaggio polveroso e altisonante che spesso si associa alle serie in costume. Tanto per darvi un esempio, l’imperatore Pietro III è incapace di articolare una frase senza l’ausilio del musicalissimo termine “fuck”, delineando fin da subito un personaggio rozzo e irruente, abilmente interpretato da Nicholas Hoult, che rivela qui tutto il suo talento comico. 

La serie è un adattamento della pièce teatrale del 2008 di McNamara, acclamato co-sceneggiatore di The Favorite, film biografia della regina Anna vincitore di numerosi premi.

La storia di The Great: una sedicenne che diventa imperatrice

The Great narra l’ascesa al trono di Caterina II, che vede nel ruolo un’eccellente Elle Fanning. Arrivata sedicenne dalla Prussia, Sophie Augusta d’Anhalt-Zerbst, che poi diventerà Caterina la Grande, subisce uno shock culturale. Dopo un incontro con il capo dei preti ortodossi che non le rivolge la parola ma in compenso le infila due dita nella vagina per constatarne la verginità, rimane attonita di fronte al marito alcolizzato e violento e ad una corte ignorante, frivola e perversa. 

Le donne (anche nobili) non hanno alcuna educazione, i servi vengono fustigati senza pietà e gli uomini bevono e si picchiano dalla mattina alla sera. L’imperatore poi incarna in modo esilarante e incosciente la famigerata crudeltà russa, alla quale lei è incapace di adattarsi.

Particolarmente divertenti sono le scene ambientate durante le cene dove a suon di bicchieri rotti e huzzah! Pietro regala alla sua sposa un orso (per poi sparargli dopo qualche giorno), picchia a destra e a manca i suoi collaboratori e al momento del dessert fa servire ad ogni commensale un piatto con la testa mozzata di un nemico, a fianco del gelato. Tutti mangiano senza battere ciglio, sotto gli sguardi macabramente fissi delle teste. Momento cardine della scena è quando Pietro, con un inaspettato gesto di cortesia nei confronti di Caterina, propone di scambiare le due teste, offrendo alla sua sposa quella di un nemico biondo, come lei. 

Nel corso delle tre stagioni, raramente ci si annoia. La coppia Fanning – Hoult è irresistibile e la scrittura dei loro dialoghi cattura inevitabilmente la simpatia dello spettatore, esilarato dalla ‘malvagità russa’.

Pietro III, un “cattivo” con cui si simpatizza.

Nonostante Pietro inizialmente picchi Caterina, la stupri e la cornifichi, non riesce a risultarci odioso. Tutt’altro: lo spettatore attende con gioia qualche nuova trovata dell’Imperatore, che, tra il suo complesso di Edipo e qualche ordine di tortura, dona un ritmo incalzante ad una corte altrimenti spenta e senza iniziative. 

Dopo aver visto il trailer di The Great, Carol Leonard, docente emerito del St. Antony’s College di Oxford e specialista di Pietro III, ha detto: «Non ditemi che quel bell’uomo è Pietro». In generale, però, lo storico ha apprezzato l’approccio creativo: «Le biografie hanno già fatto ciò che volevano con la storia», ha detto, «quindi perché mettere dei limiti?».

Questo approccio si riflette anche nei costumi della serie. Pietro è violento e ignorante, ma lo spettatore deve comunque provare simpatia per lui, nonostante il suo comportamento terribile. Così Emma Fryer, la costumista, ha modellato il suo stile ispirandosi alle rockstar ribelli: l’imperatore indossa pantaloni di pelle o velluto e scarpe leopardate scintillanti. Gira per il palazzo con un grande crocifisso d’oro che oscilla visibilmente sotto la camicia sbottonata.

Serie come questa confermano la speranza che la storia possa essere trasmessa in modo ironico e coinvolgente. Aprendo inoltre le porte ad analisi diverse di personaggi “negativi” come Pietro III: trasformati in caratteri se non vincenti senz’altro interessanti e sfaccettati. 

Il vero Pietro

Carlo Pietro Ulrico di Holstein-Gottorp, successivamente Pietro III, ricevette un’educazione talmente dura da renderlo presto demente e incline all’alcool. Nelle sue memorie Caterina dice di averlo visto già ubriaco al loro primo incontro, quando Pietro aveva appena undici anni. Sembra che i suoi tutori lo lasciassero in ginocchio sui ceci così tante ore da danneggiarne per anni il modo di camminare e che lo privassero dei pasti, costringendolo a guardar mangiare i suoi servi. 

Una volta adulto è noto si divertisse a torturare cani e gatti e certamente non risparmiava gli uomini.

Sarebbe stato facile farne un personaggio di secondo piano, bruttarello, magari deforme e sadico. Invece nella serie, verso la fine della prima stagione, quando la sua detronizzazione è oramai imminente, quasi ci dispiace.  Arriveremo ad amarlo nella terza stagione, seguendone il cambiamento folgorante che solo il cinema (o la tv) poteva inventare. Allo stesso modo Caterina non è mostrata come una fulgida perfetta eroina inflessibile come ce l’hanno trasmessa i libri di storia ma appare spesso debole, ingenua e tormentata dalla propria bontà.

Ritratto di Pietro III di Lucas Conrad Pfandzelt (circa 1761)

Veleno, malattie, rimedi brutali

Quando la prima stagione uscì nel 2020 (in pieno covid) ci fu un episodio particolarmente interessante, che portò gli spettatori attenti a riflettere. Ad un certo punto Pietro viene avvelenato. Lo vediamo a letto in fin di vita, delirante. I due medici, uno vestito addirittura da dottore della peste, con tanto di maschera nera a becco d’uccello, erroneamente diagnosticano vaiolo. Gli appendono un topo morto al collo per “scacciare la malattia dal suo corpo”, gli ordinano di evitare qualsiasi “cibo blu” e lo rassicurano: prepareranno un decotto di aceto ed arsenico in grado di rimetterlo in piedi. Pietro poi guarisce, non certo grazie al decotto ma probabilmente per la bassa dose di veleno ingerito. 

Ma questa breve scena non è la solita estemporanea citazione sui dottori ciarlatani dell’epoca, per farci due risate. Il vaiolo, nel caso di Pietro solo evocato, poco dopo scoppia davvero. L’epidemia serpeggia veloce nei piani inferiori del palazzo, i più sporchi e affollati, dove naturalmente vive la servitù. Val la pena riportare qui il dialogo tra Pietro e Caterina.

Foto: scene di caccia in The Great
Vita di corte: il sovrano conduce tutti in una battuta di caccia

Lei entra trafelata nella stanza dove gozzovigliano al solito l’imperatore e la sua combriccola di nobili, e, preoccupata per il destino dei servi che stanno morendo a mucchi, annuncia il contagio:

Caterina: “Devo parlarvi. Nelle stanze della servitù è esplosa un’epidemia di vaiolo”

Pietro: “Non preoccuparti. Isoleremo i servi e daremo loro fuoco per eliminare il morbo”

Caterina: “Ma non moriranno tutti!”

Pietro: “In genere si, basta appiccare un fuoco bello grande”

Caterina: “Intendo, la malattia non ucciderà tutti, potremmo isolarli e tentare di curarli…”.

A quel punto interviene il medico (lo stesso del decotto all’arsenico) che prende in giro le idee rivoluzionarie dell’Imperatrice secondo cui tutti, servi e aristocratici, dovrebbero ricevere la stessa cura. La tavolata dei nobili scoppia a ridere e il seguito è tutto da scoprire. Basti sapere che il racconto si basa su un fatto realmente accaduto. 

The Great tra finzione e realtà: l’epidemia di vaiolo del 1767.

Nel 1767 un’epidemia di vaiolo cominciò a mietere in Russia, in particolare in Siberia, decine di migliaia di vittime. Caterina, da sempre interessata ai progressi della medicina e della scienza, fece chiamare a corte il medico inglese Thomas Dimsdale, celebre per le sue pionieristiche sperimentazioni sui vaccini. Nel diciottesimo secolo la vaccinazione (chiamata inoculazione) era ben più spaventevole di oggi: consisteva nel fare un taglio nel braccio del paziente per inserirvi una pustola di pus di vaiolo. 

Il pus era stato precedentemente prelevato da una persona che aveva contratto la malattia in forma benigna, nella speranza che il ricevente venisse infettato nello stesso modo, ottenendo così un effetto immunizzante. Il rischio di morte era tuttavia elevato e Caterina, che oltre a sé fece inoculare anche il figlio, dimostrò un grande coraggio. Fortunatamente l’inoculazione funzionò (si narra che il medico avesse fatto preparare dei cavalli sellati fuori dal palazzo per darsi alla fuga, se le cose fossero andate diversamente).

In seguito non solo tutta la corte venne vaccinata ma vi fu un programma di immunizzazione di massa, che permise di vaccinare milioni di russi alla fine del secolo. Come dichiarerà più tardi l’Imperatrice: “Con il mio esempio, ho voluto evitare la morte di numerosi miei sudditi che, spaventati e ignari del vero interesse di questo procedimento medico, sarebbero stati abbandonati a se stessi”. Caterina era talmente a favore dell’immunizzazione da aver definito in una lettera personale gli “anti-vax” come dei veri imbecilli, ignoranti o semplicemente cattivi.

Caterina di Russia, ritratta da Fedor Rokotov (1763, galleria Tretyakov)

Una despota amante della filosofia illuminista.

Il suo pensiero era rivoluzionario: seguace di Voltaire, Diderot e dell’Illuminismo francese, fu una dei primi monarchi a concepire (e in parte a mettere in pratica) l’idea di uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Se per noi oggi l’idea di bruciare vivo un centinaio di servi per bloccare il contagio appare raccapricciante, all’epoca non lo era affatto. Raccapriccianti se mai, per molti, erano le idee di Caterina e dei filosofi francesi che frequentò e protesse a lungo.

Nel decimo episodio della prima stagione, Pietro, che nel frattempo si è innamorato di lei, vuole farle una sorpresa. Coglie l’occasione del suo ventesimo compleanno per far venire espressamente dalla Francia Voltaire. Quale miglior regalo per una fanatica di questa nuova moda europea: la filosofia.  Lei, incredula e felice, si siede al tavolo con entrambi. V’è un ridicolissimo dialogo a tre, dove Voltaire e l’Imperatrice conversano tra loro di noti argomenti mentre il nostro Pietro si arrabatta tra vari huzzah! e brindisi in lode al nuovo amico “Volti”. 

Nei suoi anni di regno Caterina II fu sempre attenta alle idee filosofiche emergenti, al punto da attuare una radicale riforma scolastica, che prevedeva scuole pubbliche in tutto il paese con libri a portata di ogni studente. Sistema che venne assai criticato.

Nella realtà storica Caterina e Voltaire non si incontreranno mai. Ma saranno corrispondenti fedelissimi per molti anni, sostenendo a vicenda le proprie idee fino al 1778, anno della morte del filosofo.

Foto: Voltaire in The Great
Voltaire arriva alla corte degli zar russi, in The Great

The Great e le serie in costume oggi

In un’intervista al NY Times McNamara rivela che per lui l’accuratezza storica è sempre stata secondaria rispetto ai personaggi e al tono. “Mentre gli sceneggiatori sviluppavano la serie, inventavamo dei fatti”, ha detto. “Poi ci chiedevamo: che cosa è successo davvero? E tornavamo a fare un po’ di ricerca. Per noi però “ricerca” non significava dedicare tanto tempo alla storia politica quanto ai dettagli della vita di Caterina. Gli sceneggiatori annotavano curiosità interessanti su una lavagna e poi sceglievano quelle che risultavano adeguate dal punto di vista del tono e della nostra narrazione”. 

Ma allora perché realizzare un’opera in costume, se poi ci si discosta così tanto dai fatti?

“E’ utile guardare alla storia e allo stesso tempo porsi delle questioni contemporanee. La nostra domanda iniziale è stata: cosa significherebbe per una ventenne trovarsi intrappolata in un matrimonio terribile dal quale non può uscire?”.

Prendere dei fatti storici e costruirne serie a cavallo tra finzione e realtà biografiche è una tendenza che in questi anni ha dato vita a molte opere in costume di grande interesse da un punto di vista creativo e stilistico. Se le magnifiche tre stagioni di The Great vi hanno stimolato ad altri tuffi in un passato rivisitato e rock and roll ecco i consigli di Mondoserie: Dickinson, Gentleman Jack, Versailles, The Knick.

Inoltre vi invitiamo ad ascoltare il nostro podcast sulle serie in costume, interamente dedicato all’ affascinante disputa: le serie in costume, noia o spasso? 

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Francesca Sarah Toich

Francesca Sarah Toich

Francesca Sarah Toich è un’artista che vive e lavora a Parigi, dove ha una compagnia di teatro e magie nouvelle. Scrittrice, autrice, attrice, ha vinto il primo premio nel concorso internazionale di scrittura per lo spettacolo “Premio Goldoni Opera Prima” con la tragedia intitolata “Diotallevi” e ha pubblicato due romanzi fantasy per ragazzi. Ha prestato la sua voce a numerosi film, documentari, installazioni artistiche e radiodrammi (in particolare per RAI radio Italia). Specializzata in Commedia dell’Arte e letteratura italiana è stata premiata come migliore giovane interprete della Divina Commedia, vincendo per due volte il Lauro Dantesco a Ravenna. Insegna e recita in italiano, inglese e francese in numerose compagnie di teatro e ricerca, ed ha portato le sue performance in prestigiosi teatri e gallerie d’arte in varie parti del mondo tra cui recentemente a New York, Mosca e Tokyo.

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