Pazienza se facciamo arrabbiare più di qualcuno: It – Welcome to Derry ci ha lasciato addosso una tristezza infinita. Non è solo per una serie riuscita male. È per il modo in cui, sempre più spesso, confondiamo la complessità narrativa con la complessità umana. E ci accontentiamo del “collegamento”, della spunta sul checklist, dell’ovazione infantile quando riconosciamo un nome, un luogo, un oggetto. Come se bastasse quello a produrre senso.
Il titolo dell’articolo non è una cosa buona: è un problema. Gli adulti dovrebbero essere tali. Amare cose da adulti. Fare gli adulti. “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino”, ci ricordava San Paolo. E invece, da anni, assistiamo a un regresso: un ritorno all’infanzia non come nostalgia consapevole, ma come rifugio permanente. La cultura pop – soprattutto quando diventa culto – è il luogo perfetto in cui questo slittamento si legittima. Non più storie che ci aiutano a crescere, ma storie che ci accarezzano la testa perché riconosciamo un dettaglio, una citazione, un “collegamento”.
Il romanzo It di Stephen King era una storia per adulti scritta da un adulto. Metteva al centro i bambini per parlare, in realtà, dell’orrore della crescita, del trauma, della memoria e dell’oblio. It – Welcome to Derry scambia il rimando per il significato, la backstory per la profondità. Per chi non ha letto il romanzo – o conosce solo i film – è un intrattenimento horror grossolano ma a tratti efficace, grandguignolesco, con un Pennywise assai disturbante.
Per chi invece ha presente la potenza emotiva e morale di It, è un’esperienza irritante. Un’opera che guarda a King con l’avidità di chi vuole estrarre “lore”, non con l’umiltà di chi prova a tradurne la complessità.
E il problema non è solo la serie. È anche il pubblico.
Cos’è It – Welcome to Derry e da dove viene
Chiariamo le coordinate. It – Welcome to Derry è un prequel televisivo dei film It (2017) e It – Capitolo due (2019), sviluppato da Andy Muschietti, Barbara Muschietti e Jason Fuchs. Cioè lo stesso perimetro creativo e produttivo che ha guidato i due capitoli cinematografici. La prima stagione (otto episodi) è ambientata nel 1962 e segue l’arrivo a Derry di una famiglia afroamericana, in un momento in cui la città è già attraversata da sparizioni e da un’aria di violenza sotterranea. Prodotta e promossa in grande stile da HBO, arriva in Italia in parallelo su Sky Atlantic e NOW dal 27 ottobre 2025. Con tutte le caratteristiche di una serie pensata come evento, come “nuovo grande tassello” dell’immaginario pop contemporaneo.
Il volto più riconoscibile è ancora Bill Skarsgård, che riprende il ruolo di Pennywise, e lo fa portando avanti la stessa qualità aliena e psicotica che aveva reso il clown dei film la cosa migliore del pacchetto. Qui, anzi, il contrasto è ancora più netto, perché la sua presenza sembra appartenere a un’altra serie: più sinistra, più ambigua, più disturbante. Accanto a lui un cast corale (Taylour Paige, Jovan Adepo, Chris Chalk, James Remar, Stephen Rider e altri) chiamato a reggere una storia che vorrebbe essere “mitologia” e “affresco”.
Il piano dichiarato è ambizioso: tre stagioni, raccontate a ritroso (1962, poi 1935, poi 1908), per risalire alle origini del “male” e della città “maledetta”. Sperando che poi ci si fermi e non si scelga di inseguire le apparizioni di Pennywise fino all’alba dell’umanità. Ma il punto non è quanto indietro si va. È cosa ci si porta dietro, oltre la trama.
It – Welcome to Derry incrocia infiniti rimandi al “multiverso” di King (la serie della Torre nera) e ad altre opere (la presenza per esempio di un giovane Dick Hallorann, futuro cuoco sensitivo di Shining). Ma scivola in una meccanica da franchising.
La trama: orientarsi a Derry, dal romanzo alla serie
In It (1986) Stephen King costruisce una storia “a due tempi” che alterna, in modo non lineare, l’infanzia e l’età adulta. Tutto comincia a Derry, nel Maine, quando il piccolo Georgie scompare in modo atroce dopo aver incontrato, in un tombino, un clown che si presenta come Pennywise. Da lì si apre il primo movimento del racconto: alla fine degli anni ’50 un gruppo di ragazzini emarginati – i “Perdenti” – si ritrova a fare i conti con un male che abita la città e che cambia forma, nutrendosi soprattutto di paure infantili. Svegliandosi ogni 27 anni per nutrirsi. È un orrore che si insinua nei luoghi quotidiani, ma anche nei rapporti tra coetanei, nella violenza degli adulti, nel rancore che Derry sembra coltivare come un’atmosfera.
Il secondo movimento arriva appunto ventisette anni dopo: nuovi episodi di violenza risvegliano i ricordi rimossi, e Mike – l’unico rimasto a Derry – richiama gli altri, ormai adulti e lontani, per rispettare una promessa fatta da ragazzi. Sconfiggere, una volta per tutte, il mostro.
I film di Muschietti avevano spostato avanti nel tempo la storia, per avvicinarla al nostro gusto: fine anni ‘80 la parte infantile, 2016 quella adulta. Coerentemente (visto che si tratta di un prequel ai film) in It – Welcome to Derry siamo nel 1962, nella solita cittadina apparentemente ordinaria ma “malata” sotto la superficie. La prima stagione costruisce l’innesco su due linee che si intrecciano. Da un lato un gruppo di ragazzini che comincia a fiutare che a Derry sta succedendo qualcosa di profondamente sbagliato. Dall’altro l’arrivo del maggiore Leroy Hanlon (afroamericano), trasferito nella vicina base militare per contribuire a un progetto segretissimo. E cioè, reggetevi forte, trovare It, catturarlo e usarlo come arma contro i sovietici (siamo in piena Guerra fredda). Mah!
It – Welcome to Derry: dal romanzo allo “sfondo ingrandito”
Nel romanzo It, la città di Derry è un organismo malato. La violenza non è un incidente: è un ritmo, un ciclo. King dissemina il racconto di episodi che non sono “spin-off”: sono prove dell’idea centrale, cioè che il male torna, periodicamente, e che la comunità – per paura, convenienza, ottusità – sceglie ogni volta di non vedere.
It – Welcome to Derry prende quell’intuizione e la traduce in un meccanismo opposto, per così dire ingrandendo lo sfondo. Il rischio è evidente. Si prendono elementi che nel romanzo erano cornice, interludi, storia laterale e li si trasforma in architravi. Normalizzandoli. Nella prima stagione, per esempio, il materiale legato al Black Spot e ai cicli di violenza di Derry diventa il cuore di un racconto che vorrebbe spiegare “come funziona” l’incubo. Ancora più rivelatore (e ridicolo) è l’uso di un immaginario pseudo-rituale legato alla cultura dei nativi americani: oggetti, pietre, “pilastri” che dovrebbero confinare o respingere It. Non è tanto una questione di verosimiglianza (in un horror, figurarsi). È la qualità dell’invenzione. Qui sembra tutto pensato per fornire strumenti narrativi facili, come se il male avesse bisogno di un manuale di istruzioni.
Il risultato è una serie in cui il piano narrativo – la trama come successione di eventi – diventa sostitutivo di quello psicologico, filosofico, morale. E siccome la serie è ossessionata dal dover “spiegare”, finisce per perdere ciò che dovrebbe fare paura davvero: l’opacità del male; la sua banalità quotidiana e, più raramente, la sua eccezionalità; la sua seduzione. A quel punto, l’horror si riduce a effetti: spaventi, sangue, mostri. Che va benissimo, se stai facendo una giostra.
Ma It non era una giostra. Era un romanzo in cui l’orrore più grande è crescere.
Un immenso romanzo di formazione travestito da horror
It è un romanzo horror, sì. Pubblicato nel 1986, lunghissimo, corale, e strutturato su due linee temporali alternate: i protagonisti da bambini e poi da adulti, richiamati a Derry dopo ventisette anni. Ma definirlo “un libro su un clown mostruoso” è come definire Moby Dick “un libro su una balena”. Il mostro è un dispositivo. Il vero nucleo è un’altra cosa: la memoria e il suo fallimento, l’infanzia come luogo fondativo e l’età adulta come amputazione e (dolorosa) ricostruzione.
King, in quel romanzo, costruisce un’idea crudele e bellissima: la crescita come perdita. Non solo perdita di innocenza, che è una formula facile, ma perdita di possibilità. Di amicizia assoluta. Di immaginazione non ancora addomesticata. E insieme, però, anche la crescita come condizione necessaria per guardare in faccia ciò che ci ha feriti. It è un romanzo in cui il male non è soltanto Pennywise: è la violenza domestica, il razzismo, il sadismo dei ragazzi, la complicità della comunità, il “non voler sapere” degli adulti.
C’è un indizio prezioso nella dedica originale del libro – e non è un dettaglio ornamentale, è il manifesto emotivo del racconto. King dedica It ai figli e scrive: «Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste». Dentro quelle parole c’è il senso poetico e morale dell’opera: la finzione non come evasione, ma come forma possibile di verità.
E la verità di It non sta nella mitologia cosmica (che pure c’è). Sta nel rapporto tra chi eravamo e chi siamo diventati. Questo è il motivo per cui la struttura a incastro dei due tempi – continuamente alternati – non è un vezzo tecnico: è l’emozione stessa del libro.
Muschietti e l’errore strutturale di It (e di Welcome to Derry)
Qui il confronto con i film – e quindi con la serie – è inevitabile. Andy Muschietti ha fatto una scelta netta: dividere le due età dei protagonisti in due opere separate. It (2017) racconta essenzialmente la parte “da ragazzi”, mentre It: Chapter Two (2019) si concentra sulla parte “da adulti”. È una soluzione apparentemente logica, ma emotivamente disastrosa.
Perché in It, il romanzo, non esistono due storie. Esiste una sola storia, vista in due momenti, e l’alternanza è ciò che la rende commovente. La nostalgia non è un colore: è una ferita. La paura è il ritorno a casa. King alterna continuamente, intreccia, fa risuonare un ricordo nell’oggi, e un gesto dell’oggi nel passato. È lì che nasce l’emozione: l’orrore non è solo “il mostro”, è l’attrito fra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. Quando separi i piani, elimini il circuito emotivo. Trasformi l’infanzia in un film “di avventura horror” e l’età adulta in un seguito più stanco e spiegato. E soprattutto perdi il senso: che l’adulto è fatto del bambino che è stato, e che quell’origine non si può archiviare. Un errore che la miniserie televisiva del 1990 (quella col grande Tim Curry, un Pennywise seducente), pur con molti limiti, non commetteva.
It – Welcome to Derry eredita e amplifica questa impostazione. Sceglie l’espansione all’indietro. Accumula antefatti. È un modo per non affrontare il cuore del problema. E infatti la serie sembra ossessionata dalla “spiegazione” di ogni cosa: origini, legami, genealogie, connessioni. Nell’equivoco che “spiegare” equivalga a “capire”. Mentre spiegare è spesso il modo più rapido per uccidere un mistero.
In fondo, la domanda che It poneva non era: “Da dove viene il clown?”. Era: “Da dove vieni tu? Cosa ricordi? Perché hai dimenticato?”.
King sullo schermo: tante cadute, poche eccezioni
C’è anche un tema più ampio, che It – Welcome to Derry riporta in primo piano. Stephen King è un gigante della cultura popolare e, quando vuole, un grande scrittore. Ma la sua scrittura letteraria – fatta di digressioni, di minuzie, di costruzioni lente, di voci interiori – traduce male sullo schermo. Non perché il cinema e la televisione siano inferiori, ma perché sono linguaggi diversi. E se non trovi una forma equivalente, il rischio è trasformare un’esperienza complessa in una sequenza di eventi. Per questo, spesso, gli adattamenti delle sue opere sono stati deludenti.
E non è un caso che i migliori siano quelli in cui la sceneggiatura è stata riscritta con mano autonoma. Cercando di reinventare invece che di illustrare. Shining è un capolavoro di Kubrick, non di King. Misery (del compianto Rob Reiner) funziona perché traduce la claustrofobia al cinema. Stand by Me (ancora Reiner) trasforma un racconto di formazione in memoria pura. Frank Darabont, con Le ali della libertà e The Mist, dimostra che si può restare fedeli allo spirito anche cambiando la lettera. O ancora La zona morta di Cronenberg e la versione de L’allievo di Singer.
E poi ci sono operazioni “libere” che, riescono a essere più kinghiane di molte trasposizioni dirette. Su tutte Castle Rock che – pur giocando a sua volta con rimandi e incastri – non si limitava a distribuire citazioni come caramelle: costruiva un modo di abitare la provincia americana che faceva davvero paura. Il parallelo è calzante: Castle Rock (che peraltro vede tra i protagonisti Bill Skarsgård) usa l’universo di King come lessico e non come checklist. Lì i rimandi esistono, ma non sono il fine: sono la grammatica di un racconto nuovo. In It – Welcome to Derry invece i rimandi sono l’intero contenuto.
La luna e il dito: la religione dei collegamenti
E arriviamo al punto che, per me, è il più deprimente. Non tanto che la serie sia grossolana o superficiale. Ma che sembri pensata – e venga amata – come se la profondità coincidesse con la densità di connessioni. Il culto online che circonda It – Welcome to Derry (commenti esaltati, teorie, “easter egg” scandagliati come reliquie) non è solo fandom: è un sintomo di regresso culturale. È l’idea che la trama sia l’unica cosa che conta. Che la “verità” di un racconto sia nella sua spiegazione, nell’ennesimo retroscena che finalmente “chiarisce”.
Per carità: è divertente. È umano. Il cervello ama chiudere forme, trovare pattern, collegare puntini. Ma quando questa gratificazione diventa la misura del valore, scambiamo la luna per il dito. Diventiamo detective dilettanti, Poirot de noantri, mendicanti del significato: sempre in cerca dell’indizio che “dimostra” qualcosa. La serie stessa spinge in quella direzione. I post-credits, i legami generazionali, le rivelazioni che “chiudono il cerchio”.
Ma It non funzionava perché “spiegava” Pennywise, o perché ti dava l’albero genealogico del male. Funzionava perché ti metteva davanti alla ferita del tempo: all’adulto che ha tradito il bambino; al bambino che ha visto troppo; alla comunità che ha scelto di non vedere. Conflitto morale, non connessione narrativa. E invece It – Welcome to Derry spesso si concentra su un altro tipo di piacere: l’ossessione per il rimando. Più che evocare, elenca. Più che suggerire, mostra. E più che creare ambiguità, compila.
E allora sì: in un’epoca di istupidimento generale, questa serie diventa quasi un manifesto involontario. Non perché sia “per bambini” nel senso innocente del termine, ma perché parla a un pubblico che accetta di essere trattato come tale.
It – Welcome to Derry: crescete, bambini!
E allora chiudiamo come si deve: crescete, bambini! L’infanzia è bellissima, certo. Ma ritornarci da adulti non è tenero: è patologico. Ci sono sempre state storie per adulti e storie per bambini. It era una storia per adulti, raccontata da un adulto, con al centro i bambini e il loro crescere. Era un romanzo sulla memoria e sull’oblio, sul trauma e sul prezzo della rimozione, sull’amicizia come forma rara di salvezza.
It – Welcome to Derry tratta quell’universo come un parco giochi: ti dà un po’ di sangue, un po’ di spaventi, e soprattutto una quantità industriale di “connessioni” per farti sentire competente. È la serialità come gratificazione, non come sfida. E infatti, quando la serie prova a inventare davvero, scivola spesso nel ridicolo: genealogie improbabili, mitologie “magiche” semplificate, ritorni e twist che sembrano progettati più per far esplodere i social che per toccare l’anima. La “figlia di Pennywise”. L’intervento finale in stile deus ex machina di Rich Santos (per quanto sia adorabile il suo giovane interprete, Arian S. Cartaya). Dick Halloran prima di Shining. La trama “indiana”, con i nativi americani che combattono It da secoli e lo confinano con le pietre magiche.
Bambinate. E ci vuole un pubblico adulto per non essere trattati da bambini. Bambini che giocano a fare gli investigatori, felici quando riconoscono un indizio. Ma la magia, quella vera, è un’altra cosa. È, come ci ricordava King, “la verità dentro la bugia”.
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