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Adolescence e il linguaggio segreto della gioventù digitale

La miniserie inglese ha scioccato il mondo e acceso infiniti dibattiti su cosa significhi essere teen nell’epoca dei social, degli smartphone, di nuove paure e antiche violenze

di Francesca Sarah Toich
29/04/2025
in Articoli
Cover di Adolescence per Mondoserie
493
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Uscita nel marzo 2025 su Netflix, la miniserie inglese in 4 episodi Adolescence, scritta da Jack Thorne e Stephen Graham, crea scalpore e fa parlare di sé in tutto il mondo. Il soggetto è senz’altro di vivo interesse politico e morale: un ragazzino di 13 anni, Jamie Miller  (Owen Cooper) viene accusato di aver ucciso a coltellate una sua compagna di scuola, Katie Leonard. Il movente? Una serie di commenti sgradevoli lasciati dalla ragazzina sul suo profilo instagram. 

“Tutti i genitori dovrebbero guardare questa serie” consigliano i giornali inglesi. Addirittura il primo ministro britannico Keir Starmer ha detto di recente nella House of Commons che vedere la serie assieme ai suoi due figli lo ha fatto riflettere sulle fatali conseguenze dei violenti contenuti on line nei confronti dei minori. E ha ipotizzato che venga proiettata nelle scuole. 

Magnificamente scritta, Adolescence ha esattamente questo proposito: attrarre l’attenzione dei politici e legislatori su questa crescente minaccia odierna che spesso sfugge ai genitori e agli adulti. Thorne si dice contento della grande risonanza dei media ma vorrebbe che i politici passassero ai fatti, ovvero creassero una legge che vietasse i social media ai minori di 16 anni, come è già accaduto in Australia. 

Jack Thorne e Stephen Graham cominciarono a lavorare ad Adolescence tre anni fa, entrambi scioccati da una serie di omicidi compiuti dagli adolescenti ‘per colpa’ dei social network. In particolare si ispirarono all’omicidio avvenuto nel 2021 a Liverpool di Ava White, una dodicenne accoltellata a morte da un compagno per un litigio causato da una serie di video su snap-chat. 

Quattro piani sequenza che ci portano – e costringono – “dentro”

La potenza stilistica della serie consiste in un unico piano sequenza di un’ora per ogni episodio. Scelta registica che ha un reale impatto sul nostro spirito di spettatori: la sensazione di trovarci in qualcosa che sta accadendo qui ed ora è inequivocabile. Ci sembra di essere lì, a correre assieme ai poliziotti. O nella scuola a respirare “l’odore di cavolo tipico degli adolecenti’, come dirà un agente di polizia.  

L’episodio terzo, il più amato finora dal pubblico, vede una lunga e ininterrotta conversazione tra Jamie e la psicologa Briony Ariston (Erin Doherty). La ricchezza di sfumature attoriali mostrate dal giovanissimo Owen Cooper in questa scena ha certamente contribuito al grande successo della serie. Molti genitori si sono detti commossi e scioccati dai cambiamenti mostrati dall’adolescente Jamie, in grado di passare da timido ad aggressivo, da agnello a lupo in pochi frammenti di secondi. Cosa fa scattare improvvisamente una tale violenza e rabbia in qualcuno che si è appena affacciato alla vita e al confronto con gli altri? 

Una violenza simile l’abbiamo vista in un’altra grande serie sull’adolescenza, Euphoria. E come in Euphoria, anche in Adolescence ogni avvenimento ‘importante’ per i ragazzi è doppio: avviene nella vita ma soprattutto on line, sui social network, dove, a differenza della vita reale, gli ‘spettatori’ sono molti di più. 

In Euphoria la vergogna provata da una ragazzina per il suo primo rapporto sessuale non è data tanto dal disprezzo provato dal partner occasionale con cui ha condiviso la triste e squallida esperienza, ma soprattutto dal fatto che costui, non contento, ha poi messo il video sui social network, umiliandola con tutti i compagni. 

Adolescence e il linguaggio segreto dell’adolescenza digitale

Questo è il vero guaio. Il pubblico ludibrio. Ed è quello a far scattare negli adolescenti una vergogna seguita da una rabbia e un desiderio di vendetta irrefrenabile. In Adolescence il movente di Jamie all’inizio non è chiaro. La polizia, pur davanti al video delle telecamere di sorveglianza che inquadrano perfettamente la scena di Jamie mentre accoltella la compagna, brancola nel buio alla ricerca di un movente. “Sul suo profilo instagram lei commentava le sue foto con degli emoticon, erano amici a quanto pare.” Si dicono l’un l’altro gli agenti in commissariato. 

Ci vorrà il figlio del detective capo per spiegare agli adulti i codici complessi e criptati che gli adolescenti usano su instagram. Vedendo il padre annaspare alla ricerca di una spiegazione, ovvia invece agli occhi di tutti i suoi compagni di scuola, il figlio lo prende in disparte e comincia a scorrere insieme a lui i commenti che Katie aveva lasciato sul profilo di Jamie nelle settimane prima di morire. 

“La pillola rossa significa “capisco la verità” che combinata all’emoticon seguente della dinamite vuol dire che qualcuno è un incel.” Il padre lo guarda sbigottito. Il figlio continua: “Ogni emoticon per noi ha un significato sottinteso. Prendi i cuori ad esempio. Il rosso significa amore, il viola, eccitazione, il giallo ‘Mi interessi, ti interesso?’, il rosa ‘Mi interessi, ma non per il sesso’, l’arancione ‘Andrà tutto bene’. Tutto ha un significato.”

Insomma, come un nuovo Champollion, l’uomo che decriptò i geroglifici, il figlio spiega al padre poliziotto che gli adolescenti hanno un loro linguaggio, e che in questa neolingua fatta di disegni, colori e simboli, venire tacciato di incel è un’accusa grave. 

Incel, pillola rossa, regola dell’80/20

Incel è la combinazione di due parole, Involuntary Celibate, e si basa sulla teoria che esistono moltissimi uomini che non interessano alle donne. E che potrebbero restare scapoli a vita. La teoria dell’incel sostiene che l’80 per cento delle donne è attratta da solo un 20 per cento degli uomini (una degenerazione del principio di Pareto). Il restante – i maschi beta per capirci – devono trovare altri modi per attrarre le femmine. Altrimenti resteranno degli incel a vita. 

Abbiamo avuto vari omicidi rivendicati dalla cosiddetta “Incel Rebellion” in questi anni. Come racconta questo articolo del New York Times. Tragici atti compiuti da giovanissimi che hanno causato decine di morti. 

Nei suoi commenti criptati Katie Leonard sta dicendo a Jamie ‘sei un incel’. Basta questo insulto, creato dai social media, per rovinare la vita a decine di persone. Quella dei parenti della vittima ma anche la vita dei genitori e della sorella di Jamie, gente normalissima che non si capacita di un simile atto compiuto da un figlio timido e gracile, che a stento riusciva a giocare a calcio. 

“Dove abbiamo sbagliato, cosa abbiamo fatto?”. “Non l’avete fatto voi”, sembrerebbe dire la serie ai genitori disperati di Jamie. “L’hanno fatto i social, la pressione di essere visto umiliato da compagni più grandi, la distrazione degli insegnanti, il bullismo imperante nella scuola.”

Non sono i genitori a creare l’omicida, ma il mondo da cui non possono proteggerlo.

Adolescence, Euphoria, Sex Education. E la società degli smartphone

Se paragoniamo Adolescence e Euphoria ad un’altra serie teen di enorme successo come Sex Education, notiamo una grande differenza. Per quante difficoltà incontrino i protagonisti di quest’ultima, non si raggiungono mai i baratri di afflizione toccati dalle prime due. Certo, Sex Education è una commedia ma è ambientata anche in un mondo non del tutto reale, a metà tra gli anni ‘90 e i giorni nostri. E dove i telefonini esistono ma non hanno molto spazio. L’autrice di Sex Education ci spiega i motivi di questa scelta. “Ho voluto creare un universo che stesse in piedi da sé, senza necessariamente dei riferimenti precisi ai nostri giorni. Oggi la tecnologia è molto, troppo presente. Non volevo escluderla ma creare un mondo dove non fosse predominante.”

In Sex Education i personaggi respirano, si espandono, vivono di vita propria. Li seguiamo evolvere e crescere in un mondo pressoché “normale”. Mentre in Euphoria la presenza dei social network è dominante e capace di disintegrare le vite dei ragazzini. E se non le disintegra, le risucchia, nutrendosi di tutte le loro emozioni, paure, segreti. 

Seguendo l’esempio dell’Australia, sia in Danimarca che in Francia i telefonini cominciano a venire vietati nelle scuole. “Siamo depressi”, “È come se ci mancasse qualcosa”, dicono i ragazzini privati del loro smartphone. 

Eppure gli insegnanti dicono che aver tolto i telefoni costringe i ragazzi ad interagire tra loro. Almeno per qualche ora al giorno… 

Gli adolescenti nell’inferno di Euphoria

Euphoria: una corsa a perdifiato verso il buio

Tags: adolescentifamigliasocial media web e digitaleviolenza
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Francesca Sarah Toich

Francesca Sarah Toich

Francesca Sarah Toich è un’artista che vive e lavora a Parigi, dove ha una compagnia di teatro e magie nouvelle. Scrittrice, autrice, attrice, ha vinto il primo premio nel concorso internazionale di scrittura per lo spettacolo “Premio Goldoni Opera Prima” con la tragedia intitolata “Diotallevi” e ha pubblicato due romanzi fantasy per ragazzi. Ha prestato la sua voce a numerosi film, documentari, installazioni artistiche e radiodrammi (in particolare per RAI radio Italia). Specializzata in Commedia dell’Arte e letteratura italiana è stata premiata come migliore giovane interprete della Divina Commedia, vincendo per due volte il Lauro Dantesco a Ravenna. Insegna e recita in italiano, inglese e francese in numerose compagnie di teatro e ricerca, ed ha portato le sue performance in prestigiosi teatri e gallerie d’arte in varie parti del mondo tra cui recentemente a New York, Mosca e Tokyo.

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