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Dieci anni. È un tempo infinito nel mondo del fumetto, ma è il tempo che Charles Burns ha preteso da se stesso per dare vita a Black Hole. Scritta e disegnata tra il 1995 e il 2005, quest’opera non è solo un libro: è un’autopsia condotta a cuore aperto sulle angosce dei teenager. Inizialmente pubblicata in dodici capitoli e poi raccolta in un volume unico che oggi definiremmo “monolitico”, la serie si è imposta come una delle pietre miliari degli indie comics mondiali.
Un successo che potrebbe moltiplicarsi, se troverà conferma la notizia – datata fine 2025 –
che Netflix ne abbia acquisito i diritti per farne una serie TV.
Leggere Black Hole non è un’esperienza confortevole. È una narrazione che usa la grammatica del fumetto americano classico per portarci altrove. In un territorio dove la nostalgia degli anni ’70 si fonde con l’orrore biologico di Cronenberg e le derive oniriche di David Lynch. È un’opera che ci ricorda una verità brutale: crescere è, di per sé, la prima e più violenta delle mutazioni che l’essere umano sia costretto a subire.
“Fumetto” è il formato del podcast di Mondoserie dedicato al mondo dei fumetti. Dai grandi classici alle opere più recenti. Italiani, orientali, occidentali.
La peste e il limbo
Siamo a Seattle, a metà degli anni Settanta. Un’epoca sospesa tra la fine delle utopie hippy e l’alba di un nichilismo più cupo. Una misteriosa malattia venerea, soprannominata semplicemente “la piaga” (“the Bug”), inizia a diffondersi tra gli adolescenti. Ma non è una malattia comune.
La peste adolescenziale non uccide, o almeno non subito: essa trasforma.
Chi viene colpito sviluppa deformità uniche, quasi personalizzate. C’è chi vede spuntare una seconda bocca sul collo, chi perde la pelle a grandi lembi come un rettile, chi sviluppa code o escrescenze cornee. I contagiati diventano immediatamente dei paria, dei nuovi lebbrosi che vengono emarginati dalla società “sana” degli adulti e dei coetanei fortunati. Questi ragazzi finiscono per rifugiarsi nei boschi, creando accampamenti precari che diventano un vero e proprio limbo esistenziale.
Al centro di questo abisso seguiamo Chris e Keith, due liceali che cercano disperatamente una connessione umana mentre il loro corpo smette di appartenere a una forma riconoscibile.
La straniante chirurgia della pagina di Black Hole
Charles Burns si è formato nell’avanguardia della rivista RAW di Art Spiegelman. Il suo stile è una sintesi miracolosa tra l’estetica dei fumetti horror anni ’50 e una precisione chirurgica da trattato di medicina legale. Burns è un figlio devoto della E.C. Comics, quella di Tales from the Crypt. Quando l’horror era viscerale, grottesco e spietato. Burns ne recupera la cura feticistica per il macabro, togliendone – genialmente – l’ironia. Non c’è più “Zio Tibia” a scherzare con il lettore; resta solo un silenzio asettico.
Mentre l’horror classico punta a farti saltare sulla sedia, Burns lavora sulla rigidità straniante. I suoi personaggi ricordano quelli di Daniel Clowes in Ghost World: sembrano recitare in un acquario. Hanno sguardi fissi, movimenti bloccati, legnosi. Questa staticità è fondamentale: la mutazione avviene su corpi che sembrano già emotivamente spenti, quasi morti. Come in Clowes, la vera mostruosità è l’incapacità di comunicare; la rigidità del tratto è l’armatura psicologica che i ragazzi indossano per sopravvivere alla solitudine della provincia americana.
Se guardiamo a Oriente, è impossibile non scorgere l’ombra di Junji Ito. Come in Uzumaki, dove la spirale infesta corpi e luoghi senza una ragione apparente, in Burns il virus infesta la giovinezza. È un destino inesorabile che trascende la volontà individuale: non puoi combatterlo, puoi solo osservarlo mentre ti consuma.
E poi c’è il tassello europeo: Miguel Ángel Martín. Se Burns è il chirurgo asettico, Martín è lo scienziato amorale. In entrambi troviamo quella “indifferenza grafica” che gela il sangue. Il disegno non urla mai il dolore, si limita a registrarlo. Non c’è enfasi drammatica quando una piaga si apre o un osso muta; c’è solo la cronaca fredda di un fatto biologico. È la negazione del sentimento a favore della pura osservazione della carne.
Tra David Cronenberg e David Lynch
La mutazione in Black Hole è un’escrescenza silenziosa. Pensate all’immagine di Chris con la minuscola fessura sul collo: una seconda bocca che sembra voler sussurrare le verità che la voce principale tiene nascoste. È il segreto che si fa carne, il tradimento del corpo che avviene proprio nel momento in cui cerchi il contatto fisico con l’altro.
Qui la poetica della “Nuova Carne” di David Cronenberg trova il suo bardo ideale. Il tratto di Burns è così pulito e privo di sfumature da ricordare la freddezza clinica di film come Inseparabili o Crimes of the Future. Ma Burns non dimentica la storia del cinema più classico. Il suo debito verso il Freaks di Tod Browning del 1932 è enorme. Come i protagonisti di Browning, i ragazzi di Burns creano una comunità parallela nel bosco. Perché il mostro non è l’aggressore, ma la vittima di una società che non accetta la diversità.
Dal punto di vista della trama, non aspettatevi colpi di scena da thriller. Black Hole procede con un andamento sognante, quasi sonnambolico. La storia si avvolge su se stessa attraverso sequenze oniriche fatte di frammenti di vetro, acqua nera e visioni simboliche. È una marea nera che sale lentamente fino a sommergere tutto.
I protagonisti si muovono in un vuoto pneumatico, orfani di guide adulte. È un nichilismo passivo. Il bosco diventa allora lo spazio liminale, il limbo per i reietti. Qui Burns incrocia David Lynch. Come in Twin Peaks, il bosco è il luogo dove la realtà si sfalda e il rimosso prende forma. Le sequenze oniriche di Burns hanno la stessa grammatica dei sogni lynchiani: parlano direttamente al nostro subconscio, scavando sotto la superficie della provincia americana per trovarvi il marcio.
Black Hole e la voragine della crescita
Black Hole non offre risposte consolatorie. Non ci spiega perché la piaga sia arrivata, né cerca una cura. La narrazione non punta alla scoperta della verità, ma all’osservazione della trasformazione. Attua un profondo processo di catarsi.
Non si raggiunge una rivelazione finale perché la piaga, in fondo, è la vita stessa. Il “buco nero” del titolo è quella voragine che si apre nel momento in cui capiamo che crescere significa essere feriti, mutati, segnati per sempre. La catarsi non arriva dalla guarigione, ma dall’accettazione.
I protagonisti non devono tornare integri per essere “salvi”; semplicemente devono imparare a vivere con le proprie cicatrici, uscendo dal bosco trasformati.
Burns ci lascia con questa sensazione potente: la bellezza non risiede nella perfezione, ma nella capacità di sopravvivere alla propria inevitabile deformazione.
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