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Dickinson: la poesia è pop, sexy, immortale

Le stagioni 2 e 3 della serie di Apple TV+ non mantengono le promesse della prima, ma lo show ha il grande merito di aiutare a riscoprire gli illuminanti versi di una scrittrice sublime

di Francesca Sarah Toich
12/10/2023
in Articoli, Artwork
Cover di Dickinson per Mondoserie
473
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Ogni puntata di Dickinson (3 stagioni per 30 episodi di formato breve, su Apple TV+, 2019-2021) si intitola come un frammento di una delle poesie di Emily Dickinson, poetessa americana vissuta a metà 1800.

L’eternità è composta di istanti – La speranza è quella cosa con le piume – Ho sentito un funerale nel mio cervello – Io non sono nessuno e tu chi sei…

L’ardito riadattamento di Alena Smith alla vita della Dickinson ha più di qualche lato positivo. Anzitutto il valore che la serie dà alle parole della poetessa. Come si diceva, ogni episodio prende il nome da uno dei suoi frammenti poetici. E cerca di sviluppare, attraverso la bella voce di Hailee Steinfeld (che interpreta Emily), le suggestioni che questa grande pensatrice è riuscita a trasmettere al mondo intero – senza mai uscire dalla sua stanza. 

Sono versi letti in modo naturale ed accompagnati dall’azzeccata musica elettronica composta da Drum & Lace, alias Sofia degli Alessandri-Hultquist, una musicista originaria di Firenze che ora lavora a Los Angeles nel mondo delle soundtrack per film e video installazioni. Inoltre la stessa Hailee Steinfeld  è un’acclamata cantante, e questo forse contribuisce al suo istintivo senso musicale per la poesia, virtù sempre più rara ai nostri giorni.

Dickinson: di cosa parla, e come

La serie non ha la pretesa di essere una ricostruzione fedele della vita della poetessa. Anzi, senza dubbio il suo taglio estremamente moderno ed anacronistico – con musiche pop, movenze e linguaggi contemporanei – non ha nulla di strettamente biografico e polveroso. Ma è un’interessante chiave di lettura per la vita interiore di Emily Dickinson, “la dama in bianco che nutre le api”, come è sempre piaciuto chiamarla alla critica. 

Emily ebbe una vita apparentemente monotona e noiosa: figlia di un importante giurista, raramente lasciò la sua casa. Negli ultimi anni a fatica usciva dalla sua stanza. Sono stati scritti fiumi di inchiostro sulla sua verginità e la sua presunta “paura di vivere”. Emily non si è mai voluta sposare. A parte qualche amico di penna e la moglie di suo fratello, non scambiava parola con nessuno e sembrava più interessata ai fiori e alle api del suo giardino che al resto del mondo. 

Era poi così male? Secondo la serie in questione assolutamente no, e questo è senz’altro il colpo più riuscito di Dickinson. Ci mostra un’Emily adolescente che, d’accordo, non si allontana molto da casa, ma è allegra, indipendente, festosa (in una delle prime puntate arriva a far bere gocce d’oppio a tutti i suoi giovani amici durante una serata) e, sorpresa, lesbica.

Proprio per questo non si è mai voluta sposare? 

In parte certamente la sua passione per Sue, la moglie di suo fratello, riempiva il suo mondo affettivo, secondo la lettura della serie. In tutte e tra le stagioni viene mostrato il loro rapporto complesso e sincero, dove entrambe vivono la loro omosessualità in modo nascosto ma privo di sensi di colpa. (Nella vita reale Emily scriverà che il suo amore per Sue assomiglia a quello di Dante per Beatrice.) 

Un amore proibito nella società puritana dell’epoca

Le due si amano, si sostengono e sono pronte a tutto pur di stare assieme: persino a gabbare il fratello che ad ogni modo, secondo questa chiave di lettura, ne uscirà vittoriosamente moderno. 

In una società stantia e puritana come quella del Massachusetts, che vie di fuga aveva una ragazza per la libertà? Non poteva lavorare, a malapena studiare. Sposarsi era il solo modo di uscire di casa. Per andare dove? Sotto il tetto dei suoceri a pochi metri di distanza e sfornare, se era fortunata, una numerosa prole con un marito scelto dal padre. 

La tesi della serie, che con tutta probabilità rispecchia l’effettiva realtà, è che Emily fece di tutto pur di restare zitella. Era ricca, poteva permetterselo. Permettersi di stare nella sua stanza a scrivere “lettere ad un mondo che non mi risponde”, citando le sue parole. A coltivare, “il vivere nascosto” tanto suggerito dai filosofi antichi. Meglio coltivare se stessi e il proprio orto che i mali del mondo, ci han lasciato detto Orazio e molti altri. 

Ma per tutto questo tempo, forse fino a questa serie, si è pensato che Emily Dickinson fosse una donna fragile e depressa che sfogava su carta la sua solitudine cronica. 

Dickinson è un bello schiaffo a questa vecchia mentalità. La sua vita forse è stata più ricca e vivace di molte altre. E non solo perché aveva un’immaginazione immensa, capace di creare “un’enciclopedia delle emozioni umane”. Ma perché chi ci dice che standosene in casa e frequentando poche persone fosse davvero depressa e infelice? 

Perchè nelle sue poesie si parla sovente di morte, anzi, del morire?

Ho sentito un funerale nel mio cervello

Nella serie Emily adolescente, seguendo ritmi pop, sale spesso sulla carrozza della Morte, una delle sue tante visioni ad occhi aperti. E la Morte è interpretata da un giovane uomo elegante e tatuato (il rapper americano Wiz Khalifa) con il quale lei ha lunghi dialoghi mentre sfrecciano nella notte della quieta cittadina natale di Emily. 

Dickinson ci suggerisce un universo allucinatorio a volte divertente a volte tragico, tutto nella testa della poetessa. (Ho sentito un funerale nel mio cervello, persone andavano e venivano, mentre la mia ragione cadeva a pezzi)

Oggi la Dickinson andrebbe di certo rispolverata per la sua visione della Natura, totalmente in contrapposizione con la mentalità distruttrice dell’epoca che non metteva freni al progresso industriale incalzante. 

La gente costruiva fabbriche e lei parlava agli alberi, il mondo si apriva ai grandi viaggi veloci e lei si chiudeva a chiave nella sua stanza. Questo fanno i poeti: prevedono, a volte, i disastri. 

Forse la sua era una protesta silenziosa, una linea filosofica, una metafisica legata solidamente alla natura e alle sue radici. Forse voleva vivere in pace la sua omosessualità senza dare troppo nell’occhio. O forse voleva vivere in pace e basta. 

Fatto sta che la serie fa rivivere un’Emily Dickinson inattesa. 

Dickinson e la riscoperta della poesia: pop, sexy, immortale

Purtroppo dopo la prima stagione bizzarra, innovativa e sorprendente, si cade nella classica serie tv comica famigliare. I personaggi diventano sempre più stereotipati, scontati, noiosi e i deliri cerebrali della poetessa lasciano il posto a presunti intrecci d’amore di nessun interesse. 

Ma resta senz’altro una serie per adolescenti delicata e fresca, che fa vivere la poesia di questa donna sconosciuta alle nuove generazioni. 

Quando avevo 15 anni mi divertivo a copiare le poesie di Emily sul mio quaderno privato, le poche che conoscevo: mal tradotte in italiano in un’edizione da due soldi che avevo recuperato nella libreria sotto casa.

Dopo aver visto Dickinson sono corsa nella libreria inglese qui a Parigi a comprarmi l’intera Opera della poetessa in lingua originale.

Al di là del più o meno riuscito risultato artistico, la serie ha il dono di svecchiare e dare nuova linfa agli illuminanti versi di Emily Dickinson. 

La poesia è pop. La poesia è sexy. La poesia non morirà mai. 

Leggi anche il nostro articolo su Gentleman Jack!

Gentleman Jack, la prima lesbica moderna

Tags: biografia / biograficoDickinsonin costumeomosessualità
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Francesca Sarah Toich

Francesca Sarah Toich è un’artista che vive e lavora a Parigi, dove ha una compagnia di teatro e magie nouvelle. Scrittrice, autrice, attrice, ha vinto il primo premio nel concorso internazionale di scrittura per lo spettacolo “Premio Goldoni Opera Prima” con la tragedia intitolata “Diotallevi” e ha pubblicato due romanzi fantasy per ragazzi. Ha prestato la sua voce a numerosi film, documentari, installazioni artistiche e radiodrammi (in particolare per RAI radio Italia). Specializzata in Commedia dell’Arte e letteratura italiana è stata premiata come migliore giovane interprete della Divina Commedia, vincendo per due volte il Lauro Dantesco a Ravenna. Insegna e recita in italiano, inglese e francese in numerose compagnie di teatro e ricerca, ed ha portato le sue performance in prestigiosi teatri e gallerie d’arte in varie parti del mondo tra cui recentemente a New York, Mosca e Tokyo.

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