Sneaky Pete (Amazon Prime Video, 2015-19) è una serie statunitense creata da David Shore (Dr. House) e Bryan Cranston, e sceneggiata da Graham Yost (Justified). Composto da 3 stagioni per un totale di 30 episodi da 50 minuti circa, lo show è ora visibile su Netflix oltre che su Prime. Tra crime, heist e dark comedy, la storia ruota attorno al brillante truffatore Marius Josipovic (Giovanni Ribisi – My Name Is Earl). Che, appena uscito dal carcere in libertà vigilata, decide di assumere l’identità del suo compagno di cella, Peter Murphy (Ethan Embry – Grace and Frankie). Per sfuggire alla vendetta di Vince Lonigan (Bryan Cranston – Breaking Bad), un gangster che aveva inutilmente cercato di truffare tre anni prima.
Lo spietato Vince gestisce una bisca clandestina a New York: con l’ex partner di Pete. E con suo fratello. A cui minaccia di amputare le dita, se non riavrà i 100.000 dollari di cui Marius gli è debitore. Soldi che Marius, d’ora in avanti Pete o Sneaky P. – la sua nuova identità – deve trovare il modo di racimolare in pochissimo tempo.
Sneaky ha la duplice accezione di astuto, furbo – e di subdolo, viscido. Pete decide quindi di presentarsi ai nonni e ai cugini del suo compagno di reclusione – il vero Peter Murphy, che deve farsi ancora 20 anni. Una famiglia che non lo vede da quando era poco più che un bambino. E che accetta il figliol prodigo senza battere ciglio. Prima sospensione dell’incredulità.
Inganni, denaro e buone intenzioni
Bussando alla loro porta dopo più di 20 anni, a Bridgeport – un piccolo paese del Connecticut, poco distante dalla Grande Mela -, il protagonista riesce dunque a farsi accogliere calorosamente dai nonni Bernhardt. Che sono Audrey (Margo Martindale – The Americans) e Otto (Peter Gerety – Ray Donovan). Gestiscono una piccola agenzia nel settore delle cauzioni. E dai cugini Bowman, rimasti orfani: Julia (Marin Ireland – Homeland), che lavora con loro nell’agenzia, Taylor (Shane McRaee – The Following), diventato poliziotto, e l’irrequieta adolescente Carly (Libe Barer – Parenthood).
La prima regola di un truffatore, secondo il vangelo di Marius, è di non affezionarsi mai. A nessuno, vittima o complice che sia. Ogni persona incrociata durante il raggiro è sempre e solo un mezzo per arrivare ad un fine. Il fine di ogni imbroglione essendo un guadagno. I soldi. Ma in questa romantica finzione il fine è, come dire, di tipo affettivo sentimentale. Sneaky P., lungi dal riuscire ad intascarsi alcunché, si mette ogni volta (quindi ad ogni stagione) in testa di dover salvare qualcuno. Con una spruzzatina di sana vendetta, che – rivolta contro un villain – male non fa mai (vedi ad esempio Kaleidoscope).
Nella prima stagione, si tratta allora di salvare il fratello Eddie (Michael Drayer – Mr. Robot) e di farla pagare a Vince. Il bastardo che tiene in ostaggio Eddie, facendolo lavorare come croupier (finché ha ancora tutte le dita, of course). Per non parlare dell’affascinante ex socia di Marius, ora costretta ad essere la compagna di Vince. Last but not least, è a causa di quest’ultimo che Marius ha dovuto trascorrere tre anni in galera. Servirebbero quindi urgentemente 100.000 dollari. Guardacaso, pare tale somma si trovi custodita – in via del tutto eccezionale – nella cassaforte dell’agenzia di cauzioni. Della ‘nuova’ famiglia, ovviamente.
La disfunzionale famiglia adottiva di Sneaky Pete
Sneaky P. dovrà mentire continuamente ai suoi nuovi nonni e cugini. Ad esempio, condividendo ricordi che non ha. Per non far sorgere dubbi sulla sua fasulla identità. Affrontando in parallelo contrattempi d’ogni sorta, dato che in questa nuova famiglia, ritrovata e acquisita al contempo, Pete non è l’unico a non dire la verità e ad avere segreti.
Così facendo, però, Pete non potrà che andare sempre più trasgredendo la sua stessa prima regola. Facendo, come dire, equilibrismo acrobatico su una corda già maledettamente tesa. Puntata dopo puntata, Sneaky P. si sente sempre più partecipe delle situazioni e dei problemi dei suoi ‘nuovi’ congiunti. Sembrando sempre più appartenere a questa disastrata e disfunzionale (va sans dire) famiglia. I guai nella piccola cittadina di provincia, che di certo non mancano, si intrecciano inevitabilmente con quelli di New York. Costringendo il nostro ambiguo protagonista a destreggiarsi, di volta in volta, improvvisando in modo magistrale, e dando il meglio di sé. Riuscendo a districarsi da intrecci e nodi gordiani. Talmente gordiani da apparire non solo impossibili da sciogliere, ma, talvolta, anche da recidere… Seconda sospensione dell’incredulità.
Fortunatamente Pete, bugiardo fuoriclasse – come si diceva – non è l’unico a mentire. Tutti mentono in questa folle famiglia. E tutti animati dalle migliori intenzioni, ci mancherebbe… Ma nessuno può competere con la maestria di Sneaky P. Anch’egli, in fondo, agisce animato da nobili sentimenti. Talmente nobili da giustificare moralmente qualsiasi sua trovata teatrale… Uhm, probabile terza sospensione dell’incredulità.
Il punto è: Marius è dipendente dall’adrenalina del truffare. Dalla messinscena come opera d’arte. Dal senso di onnipotenza che consegue dal manipolare tutto e tutti intorno a lui. Come fosse uno strano direttore d’orchestra, un colto e consumato istrione punk. Sotto questo aspetto, la recitazione nervosa, a tratti sublimemente nevrotica, di Giovanni Ribisi – è perfetta.
Il perfetto manipolatore
Accade spesso qui il protagonista si trovi a dover elaborare in un istante un nuovo piano, quello precedente essendo appena andato a monte. In questi folgoranti istanti di intensa espressività, la mimica facciale di Ribisi è impressionante. Il suo personaggio, che indossa sempre la stessa sobria e grigia mise, non ha bisogno di costumi per interpretare una parte (sospensione numero quattro?). Non gli servono ‘trucco e parrucco’. Addirittura, espressività e gestualità sono sempre le stesse. Salvo rare e significative eccezioni.
Quello che invece si modifica, a seconda della situazione, è il discorso con cui riesce ad incantare le sue vittime. Sneaky P. è fondamentalmente un affabulatore: uno che sa indovinare cosa dire a chi, nel posto e al momento giusto, per ottenere ciò che vuole. Naturalmente non mancano i frangenti in cui dimostra le sue incredibili abilità di manipolatore. O meglio, di prestidigitatore. Riuscendo – per capirci – ad impossessarsi degli effetti personali (cellulare portafogli ecc.) del malcapitato di turno, senza nemmeno sfiorarlo. Quinta sospensione dell’incredulità.
L’idea di un incantatore, la cui arma principale siano le parole, in un certo senso giustifica ulteriormente tutto il suo truffaldino agire. Come se la vittima avesse la sua dose di responsabilità. Per aver voluto credere ad una fiaba (discorso che ritroviamo, in tutt’altro ambito, nel documentario Wanna, su Wanna Marchi). Se poi la vittima è anche vittima della propria avidità, come non stare dalla parte del truffatore? E se, infine, la vittima fosse un criminale senza scrupoli – in una retorica narrativa beatamente spudorata – Sneaky P. non potrebbe che uscirne come una figura sì antieroica, ma anche dannatamente positiva. Un bugiardo bellamente sfacciato. Ma, in fondo, a fin di bene…
Sneaky Pete: siamo tutti (truffati e) truffatori
Tutti noi siamo truffati e truffatori. Diciamo spesso quello che gli altri vogliono sentirsi dire. E altrettanto spesso sentiamo solo quello che vorremmo sentirci dire. Segno dei tempi? Non credo. Più semplicemente, umano troppo umano. I pilastri della serialità americana (da I Soprano a Breaking Bad) ripongono nella ‘famiglia’ – orizzonte affettivo vincolato (sempre meno) dal sangue – la stessa ragione di vita di un individuo. La difesa della famiglia è tutto. Negli ultimi anni, abbiamo visto questa istituzione evolversi e assumere strane e inedite forme. Dal rapporto tra genitori e figli alla sacralità del vincolo criminale di stampo mafioso. Fino alla comunità di sopravvissuti in un mondo di morti viventi, e altro ancora… Un concetto elastico, quello di famiglia.
Senza troppe pretese, in Sneaky Pete vige il paradosso di un’iniziale tentativo di truffa che diventa, episodio dopo episodio, e stagione dopo stagione, una famiglia vera e propria. Il truffatore un tempo noto come Marius Josipovic, alla fine si identifica quasi completamente con Peter Murphy. Scegliendo di prendersi cura di una famiglia che in realtà non sarebbe la sua. Ma che, poco a poco, lo è diventata…
Inutile allora aggiungere che, quando nella seconda stagione entrerà in scena la vera madre di Pete (Jane Adams – Hacks), anch’essa una truffatrice in grossi guai che sceglie istintivamente di stare al gioco di Marius, le cose inizieranno a prendere una piega sempre più surreale. E quando, poco dopo, giungerà lo stesso Peter Murphy – quello vero questa volta, fatto all’occasione evadere di prigione – la surrealtà della piega diverrà letteralmente irresistibile. Data la situazione, il vero Pete è costretto a non poter rivelare la sua vera identità… Facendo così della sospensione dell’incredulità la struttura portante di quest’ultima parte.
Sneaky Pete è infatti, innanzitutto, uno show – al suo tempo il più visto negli USA tra quelli proposti da Prime Video – strapieno di colpi di scena e di esilaranti imprevisti. Con doppio gioco di prestigio, se non triplo, e sempre senza perdere la tensione di fondo… Non manca nemmeno la classica componente del genere Heist: In ogni finale di stagione, relativamente alle prime due, ognuna di loro prevedendo un confronto diretto con il villain di turno – nella seconda è il sadico Luka Delchev (John Ales – Black Rabbit) – avviene un grande colpo (heist). Truffaldino, of course. E, ogni volta, verrà coinvolta una straordinaria banda di storici collaboratori di Marius Josipovic / Sneaky P. Rock n roll!
La (mezza) verità delle maschere
Non è allora difficile intuire come, nella terza e ultima stagione, ci debba essere una sorta di inevitabile resa dei conti per Marius. L’uomo dai mille brillanti sotterfugi. Il truffatore dai nobili intenti. Colui che sogna di diventare una volta per tutte Peter Murphy. Peccato che, per quanto questo desiderio si possa abilmente e continuativamente fingere, alla fine non si possa del tutto realizzare. Per quanto il funambolismo di Marius sia eccelso, tra inganni e mezze verità, giochi di prestigio e decisioni avventate se non spericolate; per quanto si trovi, decisamente, ad un livello superiore da qualsiasi altro truffatore, paradossalmente, è proprio il sincero affetto che ha imparato a provare per questa famiglia che gli impedisce di ingannarne i membri fino in fondo.
In più, in ogni relazione che nonni e nipoti intrattengono con Sneaky P., vi è sempre un fondo di latente non detto. Come se tutti loro, a partire dalla sagace e sospettosa nonna, sapessero – in fondo, molto in fondo – lui non essere chi dice di essere. Ma, proprio perché ognuno di loro si nasconde dietro maschere e finzioni, è come se tutti vedessero – dietro o al di là dell’estrema e sublime finzione di Marius – un lasciapassare speciale per i loro segreti, per le loro menzogne, per le loro finzioni…
Così, in questa casa di provincia, l’arrivo di questo finto cugino nipote, che non si vedeva da venti anni, è stato allo stesso tempo una benedizione e una maledizione. Una maledizione, perché ha messo in moto un’allucinante e sconvolgente catena di sanguinosi e dolorosi eventi. Ma anche una benedizione, perché ha costretto Audrey, Otto, Julia, Taylor e Carly – tutti – a fare i conti. Tra loro. Con il loro passato, futuro e presente.
Strano come da un professionista – anzi, come da un fuoriclasse della menzogna – queste persone, in apparenza così oneste e sincere, abbiano imparato che le bugie richieste ad ogni essere umano per avere a che fare con gli altri, pensando alle suddette sfide temporali (scheletri nell’armadio, progetti e speranze, adrenalinico carpe diem), vadano necessariamente formulate con astuzia e furbizia. Senza mai dimenticare come, all’occorrenza, si debba sapere anche essere subdoli e viscidi. ma sempre senza dimenticare il nobile motivo che ci spinge a mentire. I soldi? Ma no, chi ne ha più parlato! No, l’unica ragione per continuare a mentire è sempre e solo l’avere a che fare con tutti gli altri. Esseri umani. Troppo umani.
Inganno e maschere (all’ennesima potenza) anche in Imposters

















