The Killing (AMC – Netflix, 2011 – 2014) è una serie crime americana in 4 stagioni e 44 episodi. Ideata da Søren Sveistrup – produttore esecutivo insieme a Piv Bernth e Ingolf Gabold – come l’originale danese Forbrydelsen, di cui le due prime stagioni dello show a stelle e strisce sono il remake. Non quindi una semplice ‘licenza’ rivenduta e reinventata altrove, ma un adattamento seguito a distanza da chi l’opera l’aveva scritta la prima volta. L’intero arco narrativo della versione americana è firmato dalla showrunner Veena Sud (Cold Case).
The Killing (a cui abbiamo dedicato anche questa puntata del podcast) ha avuto una produzione a dir poco tormentata: dopo le prime due ottime stagioni, entrambe di 13 episodi, causa calo d’ascolti viene cancellata da AMC (lo stesso canale via cavo che in quegli stessi anni conteneva Mad Men e Breaking Bad). La terza eccellente stagione (a parte il finale, di cui diremo), di 12 episodi, viene assicurata da un intervento di Netflix. Infine, la piattaforma streaming assicura in toto i sei episodi dell’ultima deludente stagione. Due morti e due resurrezioni, dunque, per uno show attualmente visibile su Disney+.
La trama delle prime due, che a differenza delle successive riprende direttamente quella della prima di tre stagioni dell’originale danese, ruota intorno all’omicidio della diciasettenne Rosie Larsen. Protagonisti delle indagini un’improbabile coppia di detective di Seattle: Sarah Linden (Mireille Enos – The Catch, For All Mankind) e il suo nuovo partner Stephen Holder (Joel Kinnaman – Altered Carbon, Detective Hole). I due, che non potrebbero essere apparentemente più diversi, all’inizio si guardano con grande sospetto. Non sanno ancora che formeranno una delle coppie più affiatate – e narrativamente azzeccate – del crime seriale contemporaneo.
Sarah Linden e Stephen Holder
Linden è una strana e inedita figura di investigatrice: silenziosa, introversa al limite dell’anaffettivo e con un’attenzione quasi patologica al dettaglio. Indossa orrendi maglioni e passa dalle sigarette al consumo compulsivo di caramelle alla nicotina, e viceversa. All’inizio della storia, sta per trasferirsi in un’altra città con il compagno e il figlio Jack, con cui ha un rapporto difficile. Il compagno parte prima; lei e il figlio adolescente non lo raggiungeranno mai. L’indagine è, come ogni indagine, una voragine che finisce con l’assorbire quasi del tutto il suo essere. Il suo è un personaggio costruito in negativo rispetto ai cliché della detective in TV. Niente battute fulminanti o fascino manifesto…
Holder, più giovane, scanzonato e sbarazzino, è un ex agente sotto copertura della Narcotici, ed un ex tossicodipendente. Arrivato per prendere il posto di Linden (che doveva trasferirsi altrove), finirà invece per restare suo partner. Dà l’impressione di non riuscire a stare mai fermo un attimo. Indossa felpe sformate con cappuccio e giacca di pelle. Utilizza un linguaggio tagliente, quando non scurrile. E, con il passare del tempo, rivela sempre più le sue inaspettate e acute doti investigative. L’indagine non sembra inizialmente nemmeno sfiorarlo. Ma la voragine aspetta anche lui…
Premessa che l’alchimia attoriale tra i due è magnifica, entrambe le interpretazioni sono semplicemente magistrali. Mentre Enos opera per sottrazione continua, concentrandosi su movimenti minimi ed essenziali, Kinnaman – che possiede un magnetismo fuori dal comune – lavora per sovrabbondanza di gesti ed espressioni. Così, i silenzi dell’una fanno da ideale contrappunto al concerto linguistico sonoro dell’altro, e viceversa. Entrambi, infine, condividono questa tensione fisica pazzesca. Che in un modo o nell’altro viene costantemente sublimata da parole, sguardi e movimenti…
The Killing: percorsi speculari e abissi di dolore
I due, che alla fine riusciranno a sintonizzarsi e quasi completarsi, imparano per ora a convivere e sostenersi vicendevolmente negli abissi di dolore in cui vengono trascinati da questo e dagli altri casi. Perché The Killing è, a suo modo, una serie sul trauma e sul dolore. Ogni delitto scoperchia un diverso vaso di Pandora di sofferenze. Che lentamente si propaga. Nelle sconvolte e angosciate famiglie delle vittime. Nella comunità in cui l’omicidio è avvenuto, sia essa un’accademia militare (S4), un sottobosco di ragazze ragazzi perduti (S3), oppure addirittura l’intera Seattle (S1 e S2). Infine, nello stesso corpo di polizia e, in particolare, sui nostri due protagonisti. Che escono da questi casi ogni volta meno integri di quando vi sono entrati. Più sofferenti, ma anche più consapevoli. Quasi in un perenne logoramento esistenziale.
Anche se, per altri versi, attraverso questo lungo viaggio, i due compiono un altro tra loro speculare percorso, anche se mai lineare. Perché ogni indagine scava nella realtà corrotta e malvagia di Seattle. Degli USA di quegli anni (poco dopo l’atroce crisi economica del 2008). Portando alla luce misfatti, complotti e malaffare. Economico, politico, civile. Affaristico, amministrativo, giudiziale. Rivelando un invisibile mondo dietro il mondo, o sotto di esso.
Un mondo di cui sarebbe meglio non venire a conoscenza. In cui compaiono preti in fuga, vecchiette che gestiscono traffici di video porno con minorenni, buttafuori di casinò indiani che picchiano tranquillamente a morte un agente di polizia, un generale che spara in testa ai suoi giovanissimi cadetti, e un serial killer nascosto in bella vista tra gli alti papaveri delle forze dell’ordine…
Chi ha ucciso Rosie Larsen?
Il giovane e arrogante Holder di anno in anno sembra crescere e maturare, tra sbagli, schiaffi in faccia e ricadute. Fino a diventare alla fine un responsabile padre separato, che dirige gruppi di supporto per ex tossici. La testarda e fragile Linden viene invece a tal punto sovraccaricata dal lavoro di detective, da arrivare ad implodere. E a sentire la necessità di lasciarsi tutto dietro le spalle (come già tra S2 e S3). Fino allo stucchevole e sorridente epilogo, in un’ultima stagione di cui avremmo forse fatto volentieri a meno.
Il caso di Rosie Larsen si rifà consapevolmente alla prima stagione di Twin Peaks (chi ha ucciso Laura Palmer?): la comunità sconvolta dal lutto collettivo, i poster con la tagline “chi ha ucciso Rosie Larsen?” e la scuola come primo ambiente di sospetti… Il tutto naturalmente senza le atmosfere enigmatiche e soprannaturali del capolavoro di David Lynch (quando da lui firmato).
Perché The Killing cerca di attuare un nuovo modello di realismo. In cui l’assenza di rapidi progressi nelle indagini, l’intraprendere numerose false piste, il tormentato rapporto con la famiglia della vittima e con i media, diventano non solo specchio realistico di un sistema che funziona a metà. Ma anche elementi poetici di una storia che esplora la solitudine come condizione e la colpa come eredità. Che esplora le forme del trauma, del lutto e del dolore. Dove l’esistenza isolata – come quella di Ray Seward, addirittura delle sue guardie del braccio della morte, di Skinner, del colonnello Margaret Rayne (Joan Allen – Zero Day), di Stephen e di Sarah – non è un incidente di percorso ma l’unico modo per restare fedeli a se stessi. Per essere se stessi.
La prima stagione di The Killing (tra depistaggi e paranoia)
Il realismo di The Killing si infrange però – e va bene così – quando ad esempio avalla l’approccio investigativo da lupo solitario di Linden, che sarà poi condiviso dal e con il partner. Nella pratica, quello è un lavoro assolutamente di squadra e sotto stretto controllo gerarchico… Ma queste cose noi già le sappiamo, no? Del resto, questa non è una docuserie su casi di omicidio a cui ha lavorato 15 anni fa o più il Dipartimento di Polizia di Seattle…
Le prime due stagioni di questa serie si muovono comunque tra diversi mondi, che si sfiorano senza mai sovrapporsi del tutto. Da una parte la stessa famiglia della giovane assassinata: il padre Stan (Brent Sexton – Justified, Bosch) e la madre Mitch (Michelle Forbes – 24, Prison Break), con il loro immenso dolore. E con la necessità di riportare alla normalità la vita dei figli più piccoli, pur in mezzo al clamore mediatico suscitato dal caso di Rosie. Dall’altra la campagna elettorale del consigliere comunale Darren Richmond (Billy Campbell – Helix), destinata ad essere travolta da un omicidio che diversi indizi connettono indirettamente e direttamente a lui e al suo entourage.
La trama si sviluppa per successivi depistaggi, avviandosi dagli scantinati della scuola all’interno di un giro di prostituzione in un casinò indiano. E progredendo fino agli uffici del sindaco di Seattle, in un ipnotico crescendo di tensione e paranoia. Fino alla sconvolgente rivelazione finale, ovvero la tanto attesa (26 episodi!) risoluzione del giallo. Whodunnit.
Il tradimento del patto con lo spettatore
The Killing non ha alcuna fretta, in S1 e S2, di soddisfare la propria stessa premessa. Strano ma vero: l’aver dilatato la risoluzione del caso in così tante puntate, è costato a questa serie un sensibile calo di ascolti. Nonostante il debutto da record (sfiorati 5 milioni di spettatori: il secondo episodio pilota più visto sul canale AMC, dopo quello di The Walking Dead). Dopo un finale di stagione, la prima, che ancora non svela chi sia il colpevole, attuando l’ennesimo depistaggio, lo show viene abbandonato dagli spettatori e massacrato dalla critica. Che arriva ad accusarlo di aver messo in atto “quasi un tradimento del patto con lo spettatore”.
Esattamente come accadde a Twin Peaks. Una sensibilità narrativa, quella della lentezza strutturale delle indagini, che il pubblico americano avrebbe acquisito solo diversi anni dopo. E non fu l’unica innovazione portata negli USA da questo particolare crime seriale, dichiaratamente ispirato al genere Nordic Noir. Uno stilema dal ritmo lento e riflessivo, dove il dramma personale rispecchia un più ampio disagio sociale e in cui lo stesso paesaggio rarefatto incarna i tormenti dei protagonisti. E che proprio in quel periodo andava imponendosi, negli Stati Uniti così come nell’Europa tutta.
Troppo lenta per il pubblico generalista, troppo ambigua nei propri finali per la critica più esigente. Senza dimenticare il rifiuto sistematico di consolare lo spettatore. The Killing ha pagato la propria stessa intransigenza – nel ritmo come nella scrittura – con un successo sempre a metà. Ponendosi in un’ambigua zona irrisolta e grigia. In cui, comunque, rimane un unicum tuttora difficile da imitare.
La pioggia di Seattle in The Killing
Piove. Piove sempre. Come piove incessantemente nella grigia e cupa Seattle di The Killing! La pioggia di Seattle (anche se la serie è stata girata a Vancouver) si presenta quasi come un vero e proprio personaggio (praticamente coprotagonista). Il cielo è sempre basso, e l’aria maledettamente pesante. Di notte, la città sembra un labirinto infernale di ferro e cemento. Strade e appartamenti. Tristezza e squallore. Di giorno, la natura stessa – il lago, i boschi – sembra avvolta da una nebbia sottile e spettrale.
A tratti sembra di soffocare. Come dentro la macchina dove i due detective passano la maggior parte del loro tempo. Tra spostamenti e appostamenti. Mezze sigarette e pensosi silenzi. Con una fotografia fredda, desaturata. Ed il frequente ricorso a campi lunghi. La cifra stilistica di questa regia è chiaramente più debitrice al cinema europeo (The Ghost Writer di Polanski è ad es. un riferimento dichiarato dalla stessa produzione) che al genere crime televisivo americano.
Ma è nella terza stagione, la più compatta e riuscita, che The Killing raggiunge il perfetto equilibrio. Un anno dopo gli eventi del caso Larsen, Holder sta indagando sulla scomparsa di una ragazzina. E sull’omicidio di un’altra. Il modus operandi del delitto sembra lo stesso di un caso che Linden – che nel frattempo ha abbandonato la polizia – credeva chiuso anni prima. E per cui Ray Seward (un magnetico Peter Sarsgaard – Dopesick, DTF St. Louis) attende a giorni l’esecuzione capitale, sostenendo rabbiosamente la propria innocenza. Riaffiora un intero cimitero clandestino di giovani sbandate senzatetto. La coppia di detective si riunisce per trovare e fermare il fantomatico Pifferaio Magico, il serial killer che uccide tutte queste adolescenti.
La grande terza stagione
La costruzione di quest’arco narrativo, nei suoi primi dieci episodi, è straordinaria. Si snoda alternando lo squallore esistenziale di tossici giovanissimi e giovanissime prostitute, così come di marchettari e drogate della stessa età. Tutti persi tra gli edifici fatiscenti e abbandonati e le buie umide strade di Seattle. A questo territorio ‘dannato’ e desolato si alterna la terribile e monotona routine carceraria di Ray. La cui condanna per impiccagione (sic!) si avvicina sempre più inesorabilmente. Lui perso tra debolissime speranze e una sorda incessante disperazione. Senza soluzione di continuità.
Il legame tra Linden e Holder è qui intenso e contraddittorio come non mai. Come intense sono le storie di tutti i principali personaggi di questa stagione. Che purtroppo si chiude con un incredibile capovolgimento narrativo. Come se la sceneggiatura, finora costruita anzi cesellata con pazienza e maestria, si concedesse all’ultimo una stupida scorciatoia. Sfociando in un finale tanto improbabile quanto inverosimile. Che darà però paradossalmente luogo al solo aspetto positivo di una quarta stagione altrimenti completamente scialba e insensata. Ma fortunatamente breve (6 episodi), anche se per necessità produttive più che per scelta artistica.
ATTENZIONE: INIZIO SPOILER
Dopo una mezz’ora decisamente sbilanciata verso il patetismo, in cui vengono anche fornite grossolane motivazioni alla catena di delitti, Linden decide impulsivamente di giustiziare il capitano di polizia Skinner (Elias Koteas – Chicago P.D.). Che si è all’ultimo scoperto essere il vero assassino. Holder decide di coprirla. Il peso di questo delitto, la paura di essere scoperti e, infine, il sospetto di essere ognuno dei due tradito dall’altro, costituiscono l’unica parte interessante di una trama poliziesca debolissima. Al limite dell’autoparodia.
FINE SPOILER
La deludente ultima stagione di The Killing
Dopo trentasei episodi che sono stati una splendida e poetica parabola sull’indelebile pervasività del dolore e sull’impossibilità della redenzione… Che sono stati una vera e propria lezione magistrale sul giallo seriale sui suoi protagonisti… Dopo tutto questo, e molto altro, gli ultimi episodi lasciano con l’amaro in bocca. Anche se qui la relazione tra Holder e Linden raggiunge il suo momento critico apicale, che invece lascia a bocca aperta.
Il problema è evidentemente nella parte poliziesca della trama. Nell’improvvisa giravolta risolutrice, per cui l’inverosimile assassino era da sempre stato sotto i nostri occhi. E nell’intero ultimo caso. Che, a dire il vero, non è nemmeno un caso. Ovvero: un giovane, tale Kyle Stansbury, ha ucciso l’intera famiglia. E ora vive in un vuoto di memoria dissociativo post traumatico. Il caso si sposta nell’ambiente rarefatto di un’accademia militare. Fra dormitori e stanze da esercitazione che sembrano quasi la versione disciplinata degli spazi piovosi e disordinati delle stagioni precedenti. Resta naturalmente intatta l’atmosfera angosciosa e soffocante caratteristica dello show. Che ora però sposta il proprio baricentro tematico sul rapporto tra genitori e figli.
Linden teme di stare diventando come sua madre. Holder teme di fallire come padre della bambina appena nata. Il caso / non caso di cui sopra verrà risolto piuttosto facilmente. Anzi, si risolverà da sé, per così dire. Poco interessante. Come già detto, invece, la sola cosa rilevante qui è il rapporto tra i due. Che raggiunge drammaticamente il suo momento clou. Poi, un’inaspettata risoluzione del tutto. Tutto viene magicamente – e surrealmente – messo a posto. Sempre in linea narrativa (anche se poco credibile) con questo mondo dietro il mondo. O sotto.
Eden: l’epilogo finale
L’epilogo finale di The Killing, chiamato significativamente Eden e diretto dal premio Oscar Jonathan Demme (Il Silenzio degli Innocenti), offre un forzato e stucchevole barlume di speranza. Dopo la disperata ricerca dell’Eden, il giardino perduto evocato da Kyle Stansbury e diventato metafora dell’intera serie, conclusasi per il cadetto con l’accettazione della sua colpa, e della pena che ne sarebbe conseguita, sono passati cinque lunghi anni.
In cui Sarah Linden si è data al vagabondaggio. Cerca un posto in cui possa sentirsi come ‘a casa’. Infine sceglie di tornare a Seattle. Da Stephen Holder. Per restare – udite, udite! – al suo fianco. Perché ha finalmente realizzato che l’unico momento in cui si era mai sentita ‘a casa’, era durante le infinite ore passate in macchina assieme a lui… (sic). Il suo sorriso chiude, in modo esasperatamente melodrammatico, questo lungo viaggio in quattro stagioni e quarantaquattro episodi. Che ci ha donato un’esperienza serial crime come poche.
La centralità della psicologia dei detective rispetto alla trama poliziesca o gialla in sé. Il clima cupo trasformato in materia drammaturgica. Il paesaggio come specchio interiore dei personaggi. È un’eredità lasciata dalla versione americana di The Killing. E pienamente raccolta, soltanto tre anni dopo, da True Detective. In Inghilterra, invece, Broadchurch fa suo, tra gli altri, lo stilema della coppia di detective in frizione tra loro. Infine, l’uscita di Omicidio a Easttown, arrivata su HBO quasi un decennio dopo, dimostra che la lezione di The Killing è stata imparata una volta per tutte. E, da allora, i titoli in qualche modo debitori di questo audace, intenso e potente show poliziesco si sprecano.
Su The Killing, ascolta anche la nostra analisi nel podcast!
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