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Il collasso del Manga Moderno: il Buono, il Brutto, il Caotico (parte 2/2)
Shonen moderno, podcast | Puntata a cura di Untimoteo.
Nella prima parte del nostro viaggio abbiamo visto come Jujutsu Kaisen abbia decostruito il mito del “Buono”, trasformando lo shonen in un dramma sul peso del sacrificio. Ma se la risposta di Gege Akutami è la resistenza disperata dall’interno del sistema, la nuova narrazione contemporanea non si ferma qui.
Esistono altre due strade percorse dal fumetto giapponese per raccontare la paralisi del nostro tempo: la prima è la resa nichilista al capitalismo selvaggio; la seconda è l’abbraccio liberatorio del caos puro. Nella seconda e ultima parte dell’analisi dedicata al collasso dello shonen moderno smontiamo le strutture narrative di Chainsaw Man e Dandadan: il “Brutto” e il “Caotico”.
“Animazione” è il format del podcast di Mondoserie dedicato alle diverse scuole ed espressioni del genere, dall’Oriente alla scena europea e americana.
Chainsaw Man: “Il Brutto” e il nichilismo del precariato.
Se Jujutsu Kaisen mantiene un legame doloroso con la morale, Chainsaw Man di Tatsuki Fujimoto fa tabula rasa di ogni pretesa di eroismo. È la rappresentazione del “Brutto”: brutto come la povertà estrema, come lo sfruttamento del corpo, come il terrore del futuro di una generazione che non riesce a figurarsi un domani.
Il protagonista, Denji, non ha grandi sogni. Non vuole diventare il Re dei Pirati, né il capo del villaggio. All’inizio della storia, Denji è un ragazzo schiacciato dai debiti ereditati dal padre, che vende i propri organi e vive in una baracca. Il suo desiderio non è salvare il mondo, ma mangiare del pane con la marmellata, toccare un seno, avere un pasto tre volte al giorno. Fujimoto mette in scena la parabola definitiva del precariato giovanile: il corpo di Denji viene letteralmente smembrato e re-innestato con una motosega per diventare una forza lavoro al servizio di un apparato statale freddo e manipolatorio, la Divisione di Pubblica Sicurezza.
Dal punto di vista stilistico e concettuale, Chainsaw Man è un’opera profondamente cinefila e contaminata dal body horror. La fusione grottesca tra carne ossa e prodotti industriali riprende direttamente l’estetica della “Nuova Carne” di Videodrome, La Mosca e, naturalmente, del cult movie giapponese Tetsuo l’Uomo d’Acciaio. Allo stesso tempo, il design deprimente e mostruoso dei Diavoli attinge dalle inquietanti opere di Junji Ito (vedi Uzumaki). Mentre il suo autore proclama a ogni pagina il proprio amore per il cinema di Tarantino, gli splatter, i B-movie, gli Yakuza movie e la cinematografia di Hong Kong.
Come in Jujutsu Kaisen il nemico, ovvero i demoni non sono altro che manifestazioni delle paure e dei traumi della società contemporanea.
Ma la vera rivoluzione sta nella struttura della serie. Dopo aver raggiunto l’apice del conflitto classico, la narrazione non prosegue con un nuovo nemico ancora più forte. Procede verso una sistematica decostruzione del proprio mito. Fujimoto priva il lettore di ogni catarsi. I desideri di Denji si rivelano trappole psicologiche, le figure paterne o materne sono carnefici e il potere non porta alcuna felicità. È il ritratto spietato di una generazione priva di scopo, condannata a consumare e a essere consumata.
Dandadan: “Il Caotico” e la liberazione nell’era di Internet
E poi c’è la terza via. La via di Yukinobu Tatsu con Dandadan, adattato da Science SARU con una libertà visiva travolgente. Dandadan è l’incarnazione del “Caotico”. Se Chainsaw Man soffre per il peso del reale, Dandadan risponde alla sofferenza del mondo facendo esplodere la realtà in mille frammenti irrazionali.
Tatsu innesta nella propria opera la paranoia della cultura pop televisiva anni ’90. La dinamica tra i due protagonisti, Okarun e Momo, è una versione ribaltata e adolescenziale di Mulder e Scully in The X-Files: lui ossessionato dagli alieni che nega gli spiriti, lei credente negli yokai che sbeffeggia gli extraterrestri.
La serie è il prodotto diretto della cultura di Internet, del folklore da forum, dei creepypasta, delle teorie del complotto sugli alieni stile Men in black, dei criptidi e degli yokai della tradizione giapponese. Invece di scegliere un genere, Dandadan rifiuta qualsiasi etichetta e procede a zig-zag. In un singolo capitolo passiamo dal thriller all’esoterico, dalla teen romance alle cospirazioni extraterrestri, dai mostri Kaiju alle battaglie tra robot giganti. Senza mai perdere un ritmo travolgente.
La genialità di Dandadan sta nel non trattare questo sovraccarico informativo come un semplice divertimento superficiale. Dietro la confezione frenetica e spensierata, la serie nasconde un’incredibile empatia per il dolore umano. Ogni spirito o alieno che i protagonisti Momo e Okarun affrontano porta con sé una storia passata fatta di traumi, violenze domestiche, solitudine ed emarginazione sociale.
La filosofia sottesa a Dandadan è folgorante: quando realizzi che il mondo è totalmente irrazionale, ingiusto e dominato dal caos, arrivi a una forma di assurda leggerezza. Siamo solo granelli di sabbia nell’immensità dell’universo, ma è proprio in questa irrilevanza che possiamo trovare la forza di proteggere gli affetti più vicini.
La grande sintesi: come è cambiato davvero lo Shonen?
Arrivati a questo punto, possiamo tracciare una mappa definitiva dell’evoluzione dello shonen manga. Mettiamo a confronto l’era di Dragon Ball, One Piece e Naruto con la triade Jujutsu Kaisen, Chainsaw Man e Dandadan.
Nel modello classico:
Il Mondo è un luogo vasto, pieno di opportunità, da esplorare o conquistare.
Il potere è il premio del duro lavoro e dell’addestramento morale.
Il Nemico è un’entità esterna o un’ideologia da sconfiggere per riportare l’ordine.
Nel modello contemporaneo:
Il mondo è il nostro presente urbano, uno spazio saturo, in balia di un’economia fuori controllo ed esistenzialmente asfissiante.
Il potere è una maledizione, una mutilazione fisica o un contratto capestro che richiede la perdita dell’innocenza.
Il nemico è il sistema stesso, l’ansia da prestazione, la solitudine o l’assurdità della vita quotidiana.
I tre nuovi campioni non sono solo tre successi commerciali straordinari; sono la radiografia emotiva degli anni Duemila e Venti. Jujutsu Kaisen risponde al presente con la responsabilità etica e la riforma dal basso. Chainsaw Man risponde mettendo a nudo le macerie del capitale e la fame di dignità. Dandadan risponde trasformando l’ansia da sovraccarico informativo in una danza liberatoria e profondamente umana.
Lo shonen non è morto, ha semplicemente smesso di raccontarci bugie rassicuranti. Ha accettato la complessità, l’oscurità e il disordine del mondo in cui viviamo, dimostrando che anche dentro una pagina di un fumetto per ragazzi si può fare una spietata analisi del presente.
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