Michael Jackson: The Verdict (Netflix, 2026), docuserie in tre episodi di circa 50 minuti diretta da Nick Green, debutta sulla piattaforma poco dopo l’uscita nelle sale cinematografiche di Michael, il fortunato biopic dedicato alla prima parte della carriera del The King of Pop. Ovvero dagli esordi strettamente famigliari, con i Jackson 5, fino alla sua affermazione da solista e alla sua definitiva consacrazione come star mondiale negli anni Ottanta.
Questa docuserie sembra costruita apposta per fare da contraltare oscuro alla narrazione filmica, ben più ripulita e celebrativa. Quasi un capitolo mancante, per così dire venduto separatamente. Perché, mentre il film di Antoine Fuqua con protagonista Jaafar Jackson – il giovanissimo nipote del compianto artista – opera una sorta di santificazione nei confronti di MJ, The Verdict si concentra tematicamente sul celeberrimo processo che nel 2005 lo vide imputato per molestie sessuali su minore. Il cui verdetto fu l’assoluzione da tutte le accuse. E le cui conseguenze lo segnarono irrimediabilmente – come uomo e come artista – fino alla morte, avvenuta pochissimi anni dopo a soli 50 anni.
“Sono passati vent’anni dal processo a Michael Jackson, nel quale fu dichiarato non colpevole. Eppure, ancora oggi, la controversia continua a infuriare” dicono i creatori. E i dati confermano queste affermazioni. Nonostante diverse petizioni social da parte dei fan per tentare di bloccare l’uscita di Michael Jackson: The Verdict, questo documentario ha avuto quasi 18 milioni di visualizzazioni nei primi cinque giorni di distribuzione digitale a livello mondiale. Raggiungendo il primo posto in 61 paesi e, complessivamente, la top ten in 89.
L’intervista di Bashir e l’inizio della fine
Un’ossessione collettiva per un idolo composto, come nessun’altro, da genio ed eccentricità. Questa storia – che, come conseguenza ha avuto un processo penale durato diversi mesi e un processo mediatico che, come accennato, è tuttora in corso – ha origine nel 2003, con la messa in onda del documentario Living with Michael Jackson del giornalista Martin Bashir.
MJ, uomo il cui candore sconfina a più riprese nella dabbenaggine, accetta di aprire le porte della sua vita privata, facendosi seguire ad esempio nel suo costosissimo shopping compulsivo e facendosi intervistare all’interno di Neverland. La sua allora chiacchieratissima residenza / zoo / luna park ecc. Il cui solo mantenimento, tra spese e personale, non era dato a sapersi. In realtà non lo sapeva nemmeno lui.
L’obiettivo era quello di ripulire la sua immagine dalle fastidiose voci che, ormai da tempo, rischiavano di deturparla indelebilmente. Iniziate perlomeno dieci anni prima, nel ‘93, quando la polizia di Los Angeles avviò su di lui un’indagine per molestie su minore. In questo caso, tale Jordan Chandler. Nessuna incriminazione penale venne mai effettuata, a causa di un accordo economico extragiudiziale multimilionario. Accordo, a quanto si sapeva all’epoca, mal digerito e dallo stesso cantante e dall’opinione pubblica.
Proprio per dissipare questo tipo di sospetti, MJ – il cui amore per i bambini era universalmente risaputo – decide di farsi intervistare da Bashir al fianco del tredicenne Gavin Arvizo. Un ragazzino a cui era stato diagnosticato un tumore terminale, che l’artista volle ospitare nella sua immensa tenuta assieme al fratellino e alla madre separata. Assumendosi tutti i costi dei trattamenti clinici, che salvarono il ragazzo. Un racconto commovente, non c’è che dire. I due si tengono affettuosamente per mano. Ma Bashir sa fa fare dannatamente bene il suo lavoro. Sente che sotto c’è qualcos’altro, e fiuta lo scandalo.
The Verdict: opinione pubblica e sceriffo della contea contro MJ
Il momento in cui la vita di MJ va in pezzi – e sono in molti a dire che lui stesso se ne accorge – è quando afferma, ancora una volta candidamente, di aver condiviso il letto con Gavin. Durante l’intervista. Una cosa innocente, dal suo punto di vista. E il ragazzino sembra confermarlo. Per l’opinione pubblica, però, questa cosa innocente invece non lo è proprio. E nemmeno per lo sceriffo della contea di Santa Barbara, che apre un’inchiesta formale.
La famiglia Arvizo, che lo aveva difeso strenuamente subito dopo l’uscita di Living with Michael Jackson, cambia completamente versione. Sporgendo denuncia. Segue l’incriminazione, le perquisizioni, la gogna mediatica e, soprattutto, l’umiliazione pubblica. Infine il processo, con dieci capi d’accusa. Processo dal quale, ricordiamo, uscirà pienamente assolto. E umanamente distrutto. Michael Jackson: The Verdict ripercorre questo pesante iter processuale, a cui non ebbero accesso né pubblico né telecamere. Uno dei paradossi di quello che è stato uno degli eventi mediatici del suo tempo. La lunga processione di giornalisti, troupe televisive, fan e curiosi doveva obbligatoriamente fermarsi davanti al tribunale di Santa Maria, California, dove era stato trasferito il procedimento.
La ricostruzione di quegli avvenimenti, nel documentario di Green, si compie perlopiù attraverso i ricordi di alcuni dei suoi protagonisti. Innanzitutto il procuratore Ron Zonen e gli avvocati della difesa Mark Geragos e Tom Mesereau. Seguono un paio di membri della giuria, il biografo storico J. Randy Taraborrelli, la giornalista Diane Dimond (accusatrice storica fin dal ‘93) e lo psicologo Stan J. Katz. Infine, tra gli altri, l’ex collaboratore Vincent Amen – che lavorò al Neverland Ranch tra il 2002 e il 2003 – racconta come, da sostenitore, sia diventato scettico sull’innocenza del suo ex capo.
La perquisizione di Neverland
Inutile qui addentrarci nelle varie fasi del processo: nelle prove, nelle testimonianze e nelle argomentazioni di accusa e difesa. L’immagine pubblica di MJ era già compromessa da anni di controversie. Nell’astuto lavoro di Bashir, l’autonarrazione che l’artista sperava di riuscire a controllare, deborda invece fino a diventare paradossalmente una prova destinata ad essere utilizzata contro di lui.
Premessa la sua incosciente naivete, vediamo anche molto chiaramente come sia patologico soprattutto il rapporto che egli ha con la propria immagine. E con l’immagine del mondo. Che, in un posto come Neverland, rischia pericolosamente di coincidere con il proprio mondo. Ovvero: MJ si è negli anni costruito un mondo su misura. In cui accogliere, personale e servitù a parte, le persone che reputa amiche. Bambine, bambini e ragazzini, ahimè quasi sempre maschi all’inizio della pubertà, spesso con famiglia al seguito. Neverland come gigantesca enclave dell’infanzia…
Per questo le immagini video della perquisizione del ranch sono così maledettamente sinistre ed equivoche. Giostre da luna park, animali come allo zoo, sale cinematografiche, giochi d’ogni tipo: una residenza pensata per una permanenza infantile pressoché perpetua. Non occorre nemmeno sovraccaricare con spiegazioni. Ora ogni spazio e ogni oggetto possono essere letti come indizi di comportamenti inappropriati. Tutto si carica di un nuovo e potenzialmente terribile significato.
The Verdict: les jeux sont faits
Michael Jackson era al tempo l’uomo più famoso del mondo. Thriller, Bad, il moonwalk erano (e ancora sono) fenomeno globali. Numeri di uno showman le cui abilità nel mondo del pop – come autore, cantante, performer – non avevano rivali. Nei suoi concerti e nelle sue apparizioni pubbliche, tutto era al contempo molto artificiale e molto naturale. Come il succitato moonwalk – quando ovviamente lo eseguiva lui. Il ricorrente abuso ad una neonata e barbarica chirurgia estetica, in seguito al noto incidente sul set del promo per la Pepsi, distrusse il suo volto. Il volto della pop star più famosa del pianeta.
Da qui la sovrapposizione tra individuo e personaggio, tra genio eccentrico e capriccioso multimilionario, diventa sempre più schiacciante. Fino a quando il suo processo rivela al mondo un uomo estremamente fragile, infantile e disarmato. Un uomo la cui innocenza e il cui narcisismo danno sovente luogo ad azioni nonsense. Spalancando le porte a lupi, iene e squali d’ogni sorta.
Così, come la stessa famiglia Arvizo – da lui accolta e mantenuta in un lusso a dir poco sfrenato – gli si rivolta contro per soldi, pare esserci un lungo elenco di testimoni a diverso titolo dell’accusa che viene in tale triste e vile senso smascherato. Così come verrà smascherato il complotto di alcuni dirigenti della Sony per far fallire la macchina da soldi MJ, probabilmente terrorizzati dal disvelamento pubblico dell’obbrobrio facciale, per impadronirsi a basso costo del suo catalogo musicale. Se a questo aggiungiamo la narrazione parallela da parte dei media americani, talmente assetati del suo sangue da tralasciare bellamente i fatti processuali a suo favore per ingigantire soltanto quelli che lo ritraevano come un pedofilo assatanato, il gioco è fatto. Les jeux sont faits.
Due processi, una assoluzione
Achtung. Non stiamo per questo dicendo, come nemmeno Michael Jackson: The Verdict, che propendiamo per una sua supposta innocenza – tale è comunque l’esito giudiziario – piuttosto che per una sua impunita colpevolezza. Solo che, in questo caso forse più che in qualsiasi altro, quello penale e quello mediatico sono stati due processi ben distinti, negli esiti e nella durata. Entrambi oggetto di questo documentario.
Davvero incredibile, oggi come allora, con quanta veemenza, alla cospicua schiera di colpevolisti, perlopiù convinti da media e compagnia bella, si contrapponga l’esercito di fan innocentisti. Innocentisti a prescindere, verrebbe da dire. Ma tant’è. La quantità di materiale a disposizione poi, è in questi 20 anni cresciuta a dismisura. Pur le carte del dibattimento processuale restando sempre le stesse. Ma noi ci stiamo naturalmente riferendo all’altro processo. Che, oggi, grazie a social e complottisti, è più vivo che mai. Senza parlare del film Michael. E di The Verdict, of course. Un dibattito in cui si può potenzialmente partecipare tutti. Senza nemmeno il requisito minimo di aver prima maturato un giudizio.
Poter maturare un giudizio… sembra un lusso di altri tempi. Michael Jackson è stato assolto, ma ciò non ha sortito nel tempo un consenso sulla sua innocenza. La vicenda è, come si diceva, rimasta sospesa nel caotico limbo dell’opinione pubblica. Dove è sempre più difficile riuscire a distinguere il vero dal falso, addirittura il verosimile dal nonsense.
The Verdict: un nuovo processo (forma e contenuto)
La docuserie di Green, cercando di ricostruire un’istruttoria durata 14 settimane, rischia però a tratti di assumere la forma di un nuovo processo. Per questo certa critica l’ha tacciato di essere sottilmente colpevolista. Altra, strano ma vero, l’esatto contrario. Certo, ricostruire significa scegliere. In questo caso, comunque, non crediamo vi fosse un intento iniziale di spingere da una parte o dall’altra (o sì?). Constatiamo invece per l’ennesima volta come l’attuale produzione documentaristica true crime, obbedendo a questioni di ritmo, fluidità, svolte e momenti di sospensione (altrove detti algoritmo) pieghi a suo modo il materiale al racconto. Il contenuto alla forma, per intenderci. Siamo purtroppo lontani da quando non erano posti limiti di durata o del numero di episodi. Come nei primi eccezionali Making a Murderer e The Staircase. Come in Wild Wild Country e Tiger King. Bei tempi.
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Un altro processo mediatico: Depp vs Heard
















