C’era, innegabilmente, una grossa attesa per questo La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità (Life, Larry, and the Pursuit of Unhappiness: An Almost History of America, HBO 2026). Miniserie comica pensata per celebrare, in tono leggero, la storia americana nell’anno del 250° anniversario degli Stati Uniti.
Un po’ per l’anniversario in sé. Un po’ perché Larry David è una figura enorme della comicità americana. Co-creatore, con Jerry Seinfeld, e sceneggiatore principale di Seinfeld – la figura di George Costanza è notoriamente plasmata almeno in parte sul suo carattere -, e poi protagonista, creatore e autore di Curb Your Enthusiasm, David è una maschera riconoscibilissima per il pubblico americano. Per noi, va detto, molto meno.
Negli USA il personaggio pubblico che si è costruito addosso – uomo scontroso, lamentoso, meschino, costantemente ossessionato da idiosincrasie e piccolezze – è diventato appunto una maschera. Anche per l’abilità con cui David ha sempre giocato sull’equivoco: è un personaggio separato dall’attore? O è una figura costruita a partire da tic e tratti caratteriali del suo interprete?
Lo show, assai sostenuto anche per via delle sue affiliazioni produttive, e corroborato da una schiera infinita di guest star (parleremo meglio dopo di ambo le cose), ha però solo in parte soddisfatto le attese. L’intento di celebrare la storia a stelle e strisce è, paradossalmente, forse quello più riuscito. Meno l’efficacia comica del progetto in sé: penalizzato da una rapidità antologica che trasforma le 7 puntate in una trentina di sketch di breve, a volte brevissima, durata. E in cui finisce per emergere qualche limite dello stile produttivo di David, molto basato sull’improvvisazione – con un cast, va detto, di affiatatissimi comprimari.
Cos’è La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità
Partiamo dal titolo. La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità è ovviamente una parodia della formula più celebre del preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza americana: “Life, Liberty and the Pursuit of Happiness”. Vita, libertà e ricerca della felicità. Cioè la promessa ideale degli Stati Uniti, il loro mito fondativo in forma di frase.
Larry David sostituisce la libertà con se stesso. E la felicità con l’infelicità. Tutto il programma della serie è già qui: raccontare l’America non dal punto di vista della grandezza, del destino manifesto, dell’epica democratica, ma da quello dell’irritazione, del fastidio, della lamentela, del risentimento minimo. La storia come scontro tra monumentalità e nevrosi.
La miniserie è creata da Larry David e Jeff Schaffer, storico collaboratore di Seinfeld e Curb Your Enthusiasm. È prodotta da Higher Ground, la società fondata da Barack e Michelle Obama: circostanza non accessoria, perché l’ex presidente appare nella prima e nell’ultima puntata, aprendo e chiudendo il gioco metatelevisivo dello show.
Obama vorrebbe celebrare con dignità i 250 anni degli Stati Uniti. Poi arriva Larry. Da quel momento, alcuni momenti topici della storia americana vengono riscritti con David al centro: la Dichiarazione d’Indipendenza, Rosa Parks, Lewis e Clark, il Boston Tea Party, i fratelli Wright, Lincoln, la corsa alla Luna, il caso Watergate, Jonas Salk, la spedizione Donner, e un’infinità di momenti piccoli e grandi, comunque iconici.
Il meccanismo è sempre lo stesso: un evento storico solenne viene attraversato da una piccola ossessione larrydavidiana. Una lamentela. Una scortesia. Un fraintendimento. Una pretesa assurda. E così il mito nazionale viene bucato dalla sua parte più ridicola: il rumore umano della meschinità quotidiana.
Larry David, o l’uomo che ha trasformato il fastidio in arte
Larry David nasce a Brooklyn nel 1947. Prima cabarettista, poi autore televisivo, trova la consacrazione definitiva con Seinfeld, sitcom NBC andata in onda dal 1989 al 1998 e diventata uno degli oggetti televisivi più influenti della storia americana. David ne è co-creatore, capo sceneggiatore e produttore esecutivo nelle stagioni decisive.
La rivoluzione di Seinfeld è stata spesso riassunta nella formula “a show about nothing”. Una serie sul nulla. Meglio: una serie sull’infinita comicità delle frizioni quotidiane. Le regole non scritte della convivenza, i micro-egoismi, le piccole umiliazioni, le ossessioni sociali, i protocolli idioti che regolano la vita urbana. David è il grande anatomista del fastidio.
Con Curb Your Enthusiasm, 12 stagioni dal 2000 al 2024, compie un passo ulteriore: mette se stesso al centro della scena. O meglio, una versione romanzata e peggiorata di sé. Larry David interpreta Larry David: ricco, famoso, anziano, sempre più incapace di lasciar correre qualsiasi cosa. Una mancia, una fila, un invito, un saluto mancato, una parola usata male: tutto può diventare questione di principio. O di puntiglio.
Il punto è che Larry ha spesso ragione. O almeno ha una ragione. Ma la difende nel modo più insopportabile possibile, trasformando minime questioni di giustizia sociale o buona educazione in catastrofi relazionali.
In La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità, questa maschera viene trasportata dentro la Storia. Non più Larry al ristorante, su un campo da golf, a una cena, in una riunione di condominio. Larry alla fondazione degli Stati Uniti. Larry sull’autobus di Rosa Parks. Ancora: Larry davanti a George Washington. Larry con Obama. L’effetto, nei momenti migliori, è irresistibile: la grande storia come una puntata di Curb in parrucca, calzoni corti e tricorno.
La storia americana secondo La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità
La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità funziona come un catalogo di highlights nazionali sabotati dall’interno. Non una vera storia degli Stati Uniti, naturalmente. Piuttosto una “almost history”, come recita il sottotitolo originale: una quasi-storia d’America. Una parodia del canone civile a stelle e strisce.
Nel primo episodio, Robert Livingston lavora alla Dichiarazione d’Indipendenza. Ma invece della solennità jeffersoniana, al centro finiscono piccole lamentele, fastidi personali, recriminazioni. La nascita della nazione viene sporcata da un tono quasi condominiale: più elenco di grievance da vecchio brontolone che manifesto politico universale.
Poi arriva Rosa Parks, costretta a condividere il celebre autobus con un passeggero insopportabile. Pur di non sedere accanto a Larry, Rosa Parks preferisce cambiare di posto.
La spedizione di Lewis e Clark è una rimpatriata tra vecchi amiconi (metanarrativamente: Jerry Seinfeld) in barba alle mogli. George Washington che rinuncia al terzo mandato si trasforma invece in una discussione sull’eventualità futura di un aspirante tiranno vanaglorioso, incapace di accettare i limiti democratici…
Ancora: troviamo il volo dei fratelli Wright, il Boston Tea Party, la “Underground Railroad”, il duello all’O.K. Corral, il caso Watergate, Henry Ford e la nascita dell’auto di massa, l’inventore dei vaccini Jonas Salk, i presidenti Lincoln e Johnson, il mitico Paul Revere, l’assedio di Alamo, lo sbarco sulla Luna.
Larry si infila ovunque. Non cambia davvero la Storia. La peggiora momentaneamente. La rende più sgradevole, più ridicola, più umana. Come se dietro ogni monumento ci fosse sempre qualcuno che si lamenta del posto, della temperatura, della fila, del tono di voce, del vicino di sedia.
Le gemme di La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità
In un minestrone non sempre sapido allo stesso modo, data la natura episodica e anzi micro-episodica dello show, segnaliamo le gemme. O gli sketch che a noi, almeno, sono piaciuti di più.
La Dichiarazione d’Indipendenza del primo episodio funziona perché coglie subito il cuore dell’operazione: mettere in collisione l’altezza retorica della fondazione americana con l’abisso del rancore personale. Non “vita, libertà e ricerca della felicità”, ma appunto La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità.
La spedizione Lewis e Clark, nel secondo episodio, vale anche per la presenza di Jerry Seinfeld. C’è un piacere quasi museale nel rivedere insieme due figure che hanno ridefinito la comicità televisiva americana.
Sempre nel secondo episodio, molto riuscita la scena con George Washington, interpretato dal compianto Rob Reiner nella sua ultima apparizione sullo schermo. David e il late night comedian Jimmy Kimmel, tra la folla, discutono del presidente che decide di non candidarsi per un terzo mandato: il passato diventa immediatamente commento in filigrana al presente…
Funzionano bene anche i fratelli Wright, con Larry che rischia di rovinare il primo volo (episodio 3), e la madre di Jonas Salk (episodio 4) che si vanta del figlio con una vicina, litigando poi con un altro vicino molto abbronzato e scettico sui vaccini. Lì la satira politica diventa trasparente.
E poi, il quinto episodio con l’assassinio a teatro di Lincoln (il grande Bill Hader). O la sesta puntata con lo sbarco sulla luna (e Paul Rudd).
E l’ultima, tutta riuscita, con la malattia fatale del presidente William Henry Harrison subito dopo il suo interminabile discorso inaugurale, la spedizione Donner e l’imbarazzo di come giustificare il cannibalismo quando arrivano i soccorritori. Fino alla chicca finale: lo “scandalo” dell’abito beige di Obama, finalmente spiegato (fu colpa di Larry David).
Uno show anti-trumpiano, non sempre riuscitissimo
Come avete capito dalla scelta degli sketch, una forte matrice anti-trumpiana anima La vita, Larry e la ricerca dell’infelicità. Forse il punto più politico della carriera del Nostro. Non nel senso che David diventi improvvisamente un comiziante. Ma perché la serie usa la storia americana come uno specchio deformante del presente.
Ci sono riferimenti espliciti. La discussione con Washington su un futuro aspirante tiranno che non voglia lasciare il potere. La satira su Robert F. Kennedy Jr., segretario alla Salute dell’amministrazione Trump, e sulle sue posizioni anti-vacciniste. La riapertura della surreale polemica che la destra americana scatenò nel 2014 sull’abito chiaro di Obama. E naturalmente la presenza produttiva e attoriale dell’ex presidente, che letteralmente apre e chiude la serie, diventando anche protagonista dell’ultimo sketch.
Il problema è che il progetto, complessivamente, è solo in parte riuscito. Alcuni sketch funzionano. Alcuni anche parecchio. La parata di comprimari e guest star – a memoria: Jerry Seinfeld, Rob Reiner, Vince Vaughn, Jon Hamm, Lin-Manuel Miranda, Jimmy Kimmel, Bill Hader, Paul Rudd, Kathryn Hahn, Henry Winkler, Timothy Olyphant, Don Johnson, senza dimenticare la voce narrante di Samuel L. Jackson – riempie gli occhi e le orecchie da sola. E l’idea di fondo è brillante: raccontare l’America non come marcia trionfale verso la felicità, ma come lungo, faticoso, comico tentativo di venire a patto con l’infelicità.
Però la natura fortemente formulaica dello show pesa. Il meccanismo si ripete: momento storico cruciale, Larry in mezzo, irritazione, deragliamento, imbarazzo. Dopo un po’, l’effetto sorpresa si attenua. E non sempre l’improvvisazione, marchio di fabbrica dell’approccio davidiano, trova il ritmo giusto in sketch così brevi.
Resta allora un oggetto curioso, divertente a tratti, intelligente più nell’impianto che nell’esecuzione. Uno show che non sempre fa ridere quanto vorrebbe, ma che ha il merito di individuare un punto vero: l’America ama raccontarsi come il Paese della felicità promessa. Larry David, naturalmente, preferisce celebrare un’altra specialità: la capacità di irritare gli altri.
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