Ci sono serie che arrivano all’improvviso e sembrano aprire una crepa nel linguaggio televisivo. The Chair Company è una di queste. Una rivelazione, senza dubbio: una delle cose più divertenti viste in televisione negli ultimissimi anni. E però, a ben guardare, non una sorpresa. Perché dietro ci sono Tim Robinson e Zach Kanin, già autori di uno degli oggetti più radicali e sovversivi della comicità recente, I Think You Should Leave.
Quello che qui cambia è la forma. Là era uno sketch show frammentato, brevissimo, quasi atomico. Qui quella stessa energia comica – fatta di escalation assurde, disagio sociale e rottura delle convenzioni – viene distesa in una narrazione più ampia, che assume le sembianze di una workplace comedy. Ma è solo un travestimento: molto rapidamente, la serie scivola in qualcosa di più oscuro, disturbante, paranoico.
Il risultato è un ibrido difficilmente classificabile. Una commedia cringe, certo. Ma anche una discesa nell’ansia contemporanea, nella percezione che il mondo sociale e lavorativo sia un sistema opaco, indecifrabile, ostile. Robinson riesce nell’impresa – rarissima – di essere al tempo stesso irresistibilmente esilarante e profondamente inquietante.
Non stupisce, allora, che HBO abbia rapidamente confermato una seconda stagione. Né sorprende che, dopo l’uscita americana nell’autunno 2025, la serie sia diventata uno dei titoli più significativi dello sbarco della piattaforma in Italia, a inizio 2026.
Perché The Chair Company non è solo una commedia. È una lente deformante – e per questo lucidissima – sul nostro tempo.
Cos’è The Chair Company: struttura, autori, trama
The Chair Company, prodotta per HBO tra gli altri da Adam McKay (Vice, Don’t Look Up), è una serie statunitense ideata da Tim Robinson e Zach Kanin. E segna un’evoluzione significativa rispetto ai loro lavori precedenti. La prima stagione è composta da episodi di durata medio-breve (tra i 20 e i 30 minuti), costruiti però con una piena continuità narrativa. Molto diversa rispetto al formato sketch cui i due autori ci avevano abituati.
Nel cast ritroviamo molti volti familiari dell’universo di Robinson – una vera e propria compagnia comica ricorrente – a cui si affiancano presenze di peso. Tra queste spicca Jim Downey, storico autore di Saturday Night Live, una leggenda della comicità americana, qui coinvolto in un progetto che ne riflette e aggiorna la tradizione.
La trama parte da un evento apparentemente insignificante. Durante una presentazione aziendale, una sedia (la “chair” del titolo originale) si rompe sotto il protagonista, Ron Trosper (Tim Robinson). Un incidente banale, quasi ridicolo. Ma è proprio da questa crepa – letterale e simbolica – che si apre un vortice narrativo sempre più disturbante. Ron, uomo meticoloso e socialmente fragile, sviluppa un’ossessione: capire perché quella sedia si sia rotta. È un difetto di fabbricazione? Una coincidenza? O c’è qualcosa di più?
Da qui prende avvio un’indagine che si allarga progressivamente, coinvolgendo colleghi, superiori, entità aziendali ambigue, la municipalità, relazioni personali e ambienti sempre più stranianti. La workplace comedy si trasforma in una spirale paranoica, dove ogni interazione è potenzialmente ostile, ogni sistema opaco, ogni risposta insufficiente.
La serie costruisce così un mondo in cui il quotidiano si deforma fino a diventare minaccioso. E in cui la ricerca di una spiegazione razionale si trasforma in un incubo senza uscita.
Tim Robinson: un’antropologia del disagio
Per capire davvero The Chair Company bisogna soffermarsi un attimo su Tim Robinson.
La sua traiettoria è atipica ma coerente: dagli inizi a Saturday Night Live (prima come autore, poi brevemente come performer), alla creazione di Detroiters (2017-2018) insieme a Zach Kanin, fino all’esplosione di I Think You Should Leave (2019-2023, le cui 3 formidabili stagioni, fatte di brevi sketch fulminanti, potete trovare su Netflix). Ogni passaggio ha contribuito a definire una voce comica unica, immediatamente riconoscibile.
La comicità di Robinson si fonda su un principio semplice e radicale: il disagio sociale come materia prima. I suoi personaggi sono individui incapaci di gestire le norme implicite della convivenza. Non capiscono quando fermarsi, non colgono i segnali sociali, insistono oltre ogni limite. Ma non si tratta solo di scrittura. Il corpo di Robinson è uno strumento comico straordinario: smorfie, posture, esplosioni improvvise. Una fisicità che amplifica l’assurdo e lo rende tangibile, quasi doloroso.
In questo senso, la sua comicità è profondamente contemporanea. Riflette un mondo in cui le regole sociali sono sempre più ambigue. In cui la performance (sociale, lavorativa, identitaria) è costante. E in cui l’errore – anche minimo – può trasformarsi in una catastrofe relazionale. E la paura di commettere quell’errore può risultare paralizzante.
Più di recente, Robinson è approdato anche al cinema: Friendship (2024), con la star Paul Rudd, si muove su coordinate simili, tra satira sociale e inquietudine esistenziale. La sua maschera – mutevolissima – funziona perché non fa semplicemente ridere. Costruisce, personaggio dopo personaggio, sketch dopo sketch, una vera e propria antropologia del disagio.
Cringe e paranoia in The Chair Company
Se c’è un motore profondo di The Chair Company è la trasformazione di un incidente banale in una spirale paranoica che ingloba tutto. La sedia che cede sotto Ron non è solo un momento di imbarazzo: è l’innesco di una logica ossessiva che lo trascina fuori dalla realtà condivisa.
La serie costruisce questa deriva attraverso una sequenza di situazioni sempre più assurde, ma trattate con una coerenza interna ferrea. Ron rintraccia la sede della ditta produttrice e trova un capannone semivuoto: dentro, solo una fotocopiatrice che stampa materiale pornografico e una enorme sfera rossa. Un’immagine che non viene spiegata, ma che agisce come segnale perturbante, come indizio di un possibile ordine nascosto.
La paranoia cresce per accumulo: un aggressore che gli intima di lasciar perdere; una camicia che diventa traccia investigativa; un messaggio anonimo che lo fotografa mentre è a casa; un nano nascosto nell’armadio che si rivela essere un collaboratore ubriaco del suo improbabile alleato Mike. Ogni elemento sembra confermare la presenza di un complotto, ma al tempo stesso ne mina la credibilità.
Il culmine è nella sequenza del bar. Una semplice conversazione degenera in una rissa collettiva, che prosegue in una vera e propria caccia all’uomo fino alla casa di un attore inconsapevole coinvolto nella vicenda. Qui la serie mostra la sua natura più radicale: il cringe non è più solo imbarazzo sociale, ma diventa una forma di violenza diffusa. Una perdita di controllo collettiva.
In questo senso, la paranoia di Ron non è mai del tutto smentita né confermata. È un dispositivo narrativo instabile che costringe lo spettatore a restare dentro l’ambiguità. Ridere – e insieme sospettare che, forse, qualcosa sotto ci sia davvero.
Estetica della disfunzione
L’estetica di The Chair Company è costruita con una precisione quasi invisibile, che lavora per sottrazione e per scarto rispetto ai codici contemporanei. Il costume design, in particolare, è centrale nel definire il mondo della serie.
Ron Trosper sembra un residuo di un’altra epoca. Un manager di medio livello il cui guardaroba rimanda a una certa approssimazione sociale dei primi anni Duemila. Giacche troppo larghe, cravatte che pendono, pantaloni cachi plissettati: abiti volutamente fuori misura che danno la sensazione di un uomo sopraffatto non solo dalla situazione, ma persino dai propri vestiti. Non c’è alcuna stilizzazione glamour da estetica corporate, niente completi eleganti e look da top manager. Al contrario, tutto restituisce una monotonia quietamente prevedibile.
Questa logica si estende agli altri personaggi. La moglie Barb (Lake Bell) incarna una quotidianità suburbana fatta di praticità e gusto leggermente datato, con bluse a motivi floreali e cardigan lunghi. Mike (il fantastico Joseph Tudisco, una rivelazione), che potrebbe essere un archetipo criminale, è invece vestito in modo dimesso, quasi anonimo, lontanissimo dall’immaginario mafioso classico. Il risultato è un mondo visivamente riconoscibile ma costantemente “fuori asse”.
Gli ambienti completano questa estetica. Gli spazi dell’ufficio, ma anche certe location esterne (il comune, le case, la sala-corsi, il negozio di abbigliamento) – tutto parla di una medietà assoluta. Di una anestetizzazione del gusto e dell’esistenza.
A questo si aggiunge la componente sonora. La musica di Keegan DeWitt introduce una dimensione inquieta, fatta di texture elettroniche leggere ma disturbanti, che contrastano con l’uso di brani più familiari e nostalgici. Il risultato è un continuo slittamento tonale: ciò che vediamo sembra ordinario, ma ciò che sentiamo suggerisce che qualcosa non torna.
È in questa frizione tra normalità visiva e inquietudine latente che la serie costruisce la propria identità estetica.
The Chair Company: antieroe del nostro tempo disagiato
La fortuna critica di The Chair Company è stata sostanzialmente unanime. La serie è stata accolta come uno dei titoli più sorprendenti e riusciti del 2025. E molti hanno sottolineato ciò che qui interessa di più: la capacità di Tim Robinson di trasferire la sua comicità così specifica, così disturbante, così fondata sul cringe e sull’escalation del disagio, dentro una forma seriale più ampia, compatta e coerente. Non più soltanto una successione di sketch irresistibili, ma un vero universo narrativo. Un mondo chiuso, storto, perfettamente accordato al personaggio che lo attraversa.
Robinson ci regala un’altra figura memorabile: Ron Trosper, radicale antieroe della contemporaneità. Ordinario e insieme surreale. È difficile affezionarsi a lui: è pieno di difetti, tic, fragilità, goffaggini, scatti, incapacità relazionali, blocchi morali e psicologici. Eppure è impossibile disprezzarlo o detestarlo. Perché sotto le sue ossessioni, sotto la sua testardaggine che sconfina nella paranoia, si intravede qualcosa di profondamente umano.
Ron è un uomo che cerca di decifrare una realtà misteriosamente ottusa e ottusamente misteriosa. Quella di un’epoca in cui tutto sembra opaco: gli aspetti commerciali, industriali, pubblicitari, digitali; internet, i comportamenti aziendali, le amministrazioni, i meccanismi impersonali dei grandi sistemi. Tutto sembra nascondere un secondo livello. Tutto sembra cospirare contro il cittadino normale.
E Ron, in fondo, vuole qualcosa di molto semplice: delle certezze minime, solide, affidabili. Vuole che la realtà sia almeno in parte leggibile. Vuole poter pensare che il proprio lavoro abbia un senso. Che la propria vita possa trovare uno sbocco accettabile. O almeno: che la sedia su cui si siederà non lo tradisca, facendolo precipitare a terra di fronte a tutti. Che la sua sedia – e ogni sedia – stia in piedi.
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