Bodkin (Netflix, 2024) è una dark comedy irlandese-statunitense in 7 episodi della durata variabile tra i 45 e i 55 minuti circa, ideata da Jez Scharf (al suo debutto nelle vesti di showrunner) e prodotta dalla Higher Ground Productions (Il mondo dietro di te) – casa di produzione fondata dai coniugi Obama (sic).
Bodkin è il nome di una fittizia e pittoresca cittadina costiera irlandese, dove dal londinese Guardian viene controvoglia mandata, date le sue origini irlandesi, la giornalista investigativa Dove (Siobhán Cullen – Origin). Che è costretta, in seguito al controverso suicidio del suo informatore, ad abbandonare l’importante caso a cui stava lavorando e ad accettare questo nuovo incarico. Anche se riluttante, Dove dovrà collaborare con l’americano Gilbert (Will Forte – The Last Man on Earth, per tanti anni nel cast di SNL), reso celebre dal suo primo podcast e in cerca di nuova ispirazione ‘true crime’, e la sua giovane e inesperta assistente Emmy (Robyn Cara).
A Bodkin infatti, una ventina di anni prima, tre giovani scomparvero durante i festeggiamenti dello Samhain, capodanno celtico in maschera – da cui vengono le celebrazioni di Halloween negli USA (e da svariati anni anche in Europa). Festeggiamenti cancellati nelle due decadi successive, almeno fino all’arrivo dei nostri eroi. Gilbert spera, attraverso la riedizione dello Samhain e il racconto di questo cold case, di creare una narrazione emozionale sulla ‘vera Irlanda di una volta’ et similia (del resto lui stesso avrebbe origini irlandesi). Ma la vecchia storia sembra non essere poi così vecchia, e l’improvvisato trio si ritrova in un’investigazione in piena regola.
Tra innumerevoli pinte di Guinness…
La comunità locale accoglie con ostilità le loro indagini, e gli approcci antitetici di Gilbert e Dove si scontrano con la reticenza e l’omertà diffuse tra i residenti. All’inizio si tratta di bonarie distrazioni da turisti o di più maliziose bugie, ben presto si arriva però a minacce più o meno velate. Dal capo della polizia locale ad un pericoloso trafficante latitante, passando per gli agenti dell’Interpol e il convento spa gestito da suore che non sono vere suore, tutti sembrano avere fantasmi del passato con cui non vogliono fare i conti.
Tra innumerevoli pinte di Guinness, assurde attività rituali in mezzo ad un nebbioso nulla, improvvisi cadaveri e crescente cupezza, poco a poco sembrano tornare alla luce segreti fino a quel momento ben custoditi, tra le rune celtiche o addirittura in fondo alla palude… In questa fittizia Bodkin il tempo sembra essersi per lo più fermato. Tutto, dalle case agli abitanti, sembra essere uscito da un vecchio libro. Poco o niente sembra essere cambiato rispetto a vent’anni prima, al tempo delle misteriose sparizioni.
Anche se il mondo contemporaneo aleggia minaccioso sulla comunità, per tramite di un brillante giovane – emigrato anni prima dalla cittadina e arricchitosi nella Silicon Valley, dalla quale è ora tornato per costruirvi un’enorme server farm. Ma questo per Gilbert non è importante. L’essenziale per lui è che il fine della loro indagine non sia investigativo ma squisitamente narrativo. Si tratta infatti di creare un podcast true crime che sia puro intrattenimento. ”Una roba leggera da ascoltare in macchina mentre guidi verso casa.”
Podcast e verità in Bodkin
Dove è però di tutt’altro avviso: per lei l’emotività non è che uno show, e l’Irlanda di Gilbert una cartolina, niente a che fare con la giornalistica ricerca della verità. “Il true crime non è giornalismo, è necrofilia.” Con l’entusiasta Emmy che segue ora l’uno ora l’altra, l’eterogeneo trio litigando e rimpallandosi continuamente nuove idee, scoperte e ragionamenti, Bodkin si sviluppa sia come giallo sia come non banale dibattito sul giornalismo contemporaneo e la sua etica. “Perché a volte una storia è più importante della verità, e se non possiamo cambiare le cose che sono successe forse possiamo cambiare la storia che raccontiamo.”
Da un lato raccontare la verità, costi quel che costi, passando pure sopra i cadaveri. In Bodkin, non in senso metaforico. Dall’altro la narrazione come forma d’arte e la creazione di una storia. Costi quel che costi, tra fantasia, aggiustamenti e divagazioni. Certo, l’apparente serioso rigore di Dove – irlandese trapiantata a Londra – si contrappone perfettamente all’altrettanto apparente candore naive dell’americano Gilbert. Così come gli innumerevoli ascolti del secondo si contrappongono all’ascetismo investigativo della prima.
“Hai mai ascoltato un podcast in cui risolvono effettivamente il mistero?” le chiede Gilbert. “Ho bisogno di diversivi, false piste, calore umano. Le cose a cui le persone tengono davvero.” Per Dove la verità fattuale deve venire prima di tutto il resto, e non è mai edulcorabile. Non può essere positiva o ben confezionata: è cruda, sporca, ed è la verità. Per Gilbert viene sempre e comunque prima il racconto. Che è costruito ad arte, intenso e ricco di coinvolgenti sfumature. Da qui la filosofica questione che vagamente si ripercuote per tutti gli episodi: quanto vero può essere il racconto di una verità fattuale?
Un cocktail metanarrativo
Bodkin è un divertissement tra il grottesco e il crime (in molti hanno sottolineato il parallelo con Only Murders in the Building di Hulu, da noi visibile su Disney+) ambientato in una suggestiva cittadina irlandese. Infarcito con sapiente leggerezza di paganesimo celtico e traffici illeciti vari, per non parlare dei colpi di scena, ha nel continuo scontro dialettico tra i protagonisti il suo maggior punto di forza. Al di là dunque di quanto possa a tratti risultare addirittura lezioso, è l’intreccio tra gli archi narrativi della disperazione ottimista di Gilbert, dell’implacabile delicatezza di Dove e della dirompente tenacia di Emmy a costituire il felice impianto narrativo di questa miniserie. Significativo che uno degli ultimi episodi sia narrativamente tripartito, riavvolgendo ogni volta gli eventi per mostrarli dalla prospettiva di ognuno dei tre punti di vista.
Bodkin è un cocktail di generi e registri che, tra il mistery e il grottesco, gioca molto sugli stereotipi del true crime. Qualcuno altrove chiama questo ‘crimedy’ – neologismo che mi rifiuto di usare. Meglio piuttosto guardare all’interno di questo gioco stilistico, dove si pone ancora una volta la questione del complicato e acrobatico rapporto tra verità e finzione.
Un gioco metanarrativo, in cui sentiamo il sornione voiceover di Gilbert, ad ogni inizio e fine episodio, come fosse una delle puntate del suo podcast. Dove, ad esempio, dice: “Il problema con le domande sono le risposte. A volte più impari e meno sai”. Può essere. Al di là però di questo retorico luogo comune, è vero che – in Bodkin – più i tre protagonisti scoprono i segreti di Seamus Gallagher (David Wilmot – The Alienist, Black Sails) e compagnia bella, più mettono in crisi le loro stesse certezze.
Bodkin e Oscar Wilde
Lungo tutta la costruzione di questa appassionata indagine, saranno alla fine le crepe e i cortocircuiti a cambiare radicalmente la cinica giornalista, la novellina e il famoso podcaster sul lastrico. Svelare il mistero di Bodkin sarà un viaggio destinato a squarciare il loro pesante velo interiore. Magari, perché no?, con l’aiuto dei funghi allucinogeni, degli inevitabili innumerevoli hangover e dell’atmosfera da cara vecchia Irlanda (“All I see is shit, fields and fields of shit…”).
A quest’ultimo proposito, pare diversi spettatori irlandesi l’abbiano presa sul personale, denunciando il ritratto stereotipato che del loro paese si fa in questa serie. Senza forse comprendere, per l’appunto, la difficile relazione tra realtà e finzione all’interno di un’opera d’arte. Se si preferisce, di fantasia (anche se, come in questo caso, based on a true story). Quindi non perderemo tempo ad analizzare il recondito significato della carnascialesca celebrazione pagana dello Samhain in opposizione al monastero in cui, con le suore che non sono suore, si pratica yoga e meditazione, magari sorseggiando un piacevole thè allucinogeno… E non staremo nemmeno a ripetere noiosamente che un pittore non dipinge ciò che ha davanti ma ciò che ha dentro…
Come diceva l’irlandese Oscar Wilde (che cito a memoria): “Ogni opera d’arte è al contempo simbolo e superficie: coloro che si addentrano nel simbolo o sotto la superficie, lo fanno a proprio rischio e pericolo”.
Verità e finzione in una commedia crime? Sneaky Pete
















