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Nel luglio 2026 uscirà The Odyssey di Christopher Nolan, e non è un caso che Hollywood torni proprio adesso a Omero. Perché l’Odissea è uno di quei racconti che appartengono a ogni epoca. E che anzi, forse diventano più leggibili proprio quando una cultura si sente smarrita, inquieta, in cerca di orientamento. È un poema vecchio di quasi tremila anni, orale prima ancora che scritto, attribuito a Omero, diviso in 24 canti. Ma è anche qualcosa di sorprendentemente vicino alla nostra sensibilità narrativa: un kolossal, un fantasy, un dramma familiare, un racconto di sopravvivenza, una storia di vendetta e di ritorno.
Se l’Iliade è il poema della guerra, dell’ira, dell’onore e della morte eroica, l’Odissea è il poema del dopo. Dopo la gloria, dopo la distruzione di Troia, dopo il fragore delle armi. Odisseo non combatte più per conquistare il mondo: combatte per tornare a casa. E in questa tensione c’è già qualcosa di profondamente moderno. Non cerca un destino più grande di sé: cerca Itaca, Penelope, Telemaco, il proprio letto, il proprio nome.
Forse per questo l’Odissea continua a parlarci così direttamente. Perché contiene già tantissimi dei temi e dei generi che ancora oggi attraversano il cinema, la letteratura, le serie tv: viaggio, avventura, fantastico, mostri, seduzione, esilio, nostalgia, maschera, identità, riconoscimento, paternità, vendetta. È un racconto fondativo non solo per il contenuto, ma per la sua forma. Un racconto fatto per essere ascoltato a puntate, ricordato, atteso. In questo senso, l’Odissea non è soltanto un classico: è la madre remota della narrazione seriale contemporanea.
L’Odissea: una “serie” in ventiquattro episodi
Pensata con gli occhi di oggi, l’Odissea è quasi naturalmente leggibile come una serie in 24 episodi. Ogni canto è un segmento con una sua funzione, un suo tono, una sua intensità. E soprattutto il poema non comincia dal protagonista, ma dalla sua assenza. È un’intuizione narrativa fortissima. Nei primi quattro canti, la cosiddetta Telemachia, Odisseo non compare: vediamo invece Itaca senza il suo re, Penelope assediata dai Proci, Telemaco ancora immaturo, la casa invasa, l’ordine sospeso. È come se la serie aprisse con uno spin-off interno. O con una lunga preparazione del personaggio che ancora non vediamo – ma che domina già tutta la scena.
Poi Odisseo entra finalmente in campo: prigioniero di Calipso, naufrago, ospite dei Feaci. E da lì si apre il grande blocco fantastico del poema, quello che l’immaginario moderno ricorda più facilmente: Polifemo, i Lestrigoni, Circe, l’Ade, le Sirene, Scilla e Cariddi, i buoi del Sole. Ma il punto decisivo è che queste avventure non vengono raccontate in presa diretta. Sono narrate da Odisseo stesso, alla corte di Alcinoo. Dunque l’Odissea non è solo una sequenza di episodi avventurosi: è già una complessa macchina di racconto, memoria, performance.
E poi, il poema cambia ancora pelle. Abbandona in gran parte il mare, il fantastico, l’altrove, e si trasforma in un thriller domestico e politico. Odisseo torna a Itaca travestito da mendicante, osserva, misura, nasconde la propria identità, costruisce la vendetta, ritrova Telemaco, supera la prova dell’arco, massacra i Proci, si fa riconoscere da Penelope attraverso il segreto del letto nuziale. È come se la serie cambiasse genere nella seconda metà: dall’avventura fantastica al dramma del ritorno, fino alla revenge story.
Una modernità narrativa sbalorditiva
Uno degli aspetti più sorprendenti dell’Odissea è la sua costruzione narrativa. È un testo antichissimo, eppure usa strumenti che oggi riconosciamo immediatamente come sofisticati e moderni. Non racconta gli eventi in ordine cronologico. Comincia in medias res. Tiene fuori campo il protagonista per quattro canti. Alterna linee narrative diverse: Itaca, l’Olimpo, Telemaco, Odisseo, i Feaci. Costruisce continuamente suspense sull’identità, sul ritorno, sul riconoscimento.
Gli Apologhi presso Alcinoo, cioè il lungo racconto delle avventure di Odisseo, sono una grande analessi: un blocco di flashback che arriva solo dopo che il personaggio è già entrato in scena. Il pubblico sa che ci sono state molte prove, ma le scopre soltanto in seguito, e filtrate dalla voce del protagonista. Il poema non racconta solo dei fatti: riflette già sul modo in cui i fatti vengono narrati. Odisseo è il protagonista dell’azione, e insieme il regista del proprio racconto.
A questo si aggiungono i cliffhanger, le anticipazioni, i riconoscimenti rinviati, i racconti nel racconto. Menelao racconta Proteo, Demodoco canta Troia, Odisseo racconta se stesso. Tutto il poema è attraversato da una forte coscienza dell’atto di cantare, ascoltare, ricordare. In questo senso l’Odissea è una riflessione originaria sulla forma stessa della narrazione episodica. Teoria vivente del racconto seriale.
Odisseo, l’eroe dalla identità mobile
Odisseo è uno dei personaggi più “moderni” mai inventati perché non coincide mai con una sola definizione. È un eroe, certo. Ma non nel modo di Achille. O di Ettore. Non è l’eroe della forza frontale, della purezza guerresca, dello splendore immediato. È l’eroe della metis: l’intelligenza astuta, mobile, adattiva. Vince cambiando forma, non imponendosi frontalmente. È Nessuno davanti a Polifemo. È mendicante a Itaca. È narratore di false biografie. È uomo che mente per sopravvivere, e che proprio in questa capacità di reinventarsi trova la propria verità profonda.
Qui sta il suo paradosso. Odisseo è un eroe del ritorno, ma anche dell’inganno. È fedele a Itaca, ma attraversa esperienze di seduzione, deviazione, smarrimento. È vittima degli dèi e del destino, ma è anche capace di violenza spietata. È padre, marito, re, reduce, naufrago, mendicante, vendicatore. In altre parole: è un personaggio complesso, ambiguo, moralmente non puro. Per questo possiamo leggerlo quasi come il primo grande anti-eroe dell’Occidente – pur restando pienamente un eroe.
La sua modernità sta qui: nel fatto che cambia maschera senza smarrire del tutto se stesso. Odisseo non è l’uomo dell’identità semplice, ma quello dell’identità attraversata dalla prova. È l’uomo che deve continuamente scegliere quando dire il proprio nome e quando nasconderlo. E questo lo rende vicinissimo ai protagonisti moderni e contemporanei: figure spesso spezzate, plurali, contraddittorie, costrette a recitare ruoli diversi per restare vive.
I grandi temi: casa, viaggio, padri, vendetta
L’Odissea contiene una quantità impressionante di temi fondativi. Il primo, ovviamente, è il viaggio. Ma non nel senso romantico della scoperta del mondo. Il viaggio di Odisseo è soprattutto perdita, ritardo, naufragio, esposizione al pericolo. Non parte per conoscere: vuole tornare. E proprio per questo ogni tappa è meno un’avventura esotica che una prova di resistenza.
Poi c’è la casa. Itaca è più di un luogo geografico: è identità, memoria, ordine, legittimità, famiglia. Il cui simbolo perfetto è il letto costruito sul tronco d’ulivo: radice immobile dentro una storia in movimento continuo. Tutto il poema tende verso quel punto fermo. Eppure il ritorno da solo non basta: bisogna riconquistare la casa, purificarla, meritarsela di nuovo.
Ancora: la paternità. Telemaco deve crescere nell’assenza del padre. Odisseo deve tornare non solo come marito e sovrano, ma come padre. Il riconoscimento tra lui e Telemaco è uno dei momenti più forti del poema proprio perché unisce dimensione privata e politica: ritrovare il figlio significa anche ritrovare una continuità del mondo.
E poi ancora l’ospitalità, la xenìa, legge sacra che struttura gli incontri e distingue civiltà e barbarie. Il fantastico, con il suo corteo di mostri, maghe, metamorfosi, inferi, prove e divieti infranti. La vendetta, perché il ritorno non coincide con la pace immediata: richiede uno scontro, una resa dei conti, il ristabilimento dell’ordine. E infine il rapporto tra racconto e identità: Odisseo sopravvive anche perché sa raccontare. Ma raccontare non è mai neutrale. Significa scegliere, modellare, trattenere, svelare. Dire il proprio nome, o tacerlo.
L’Odissea e tutto ciò che viene dopo
Gran parte di ciò che oggi riconosciamo nella serialità contemporanea è già, in forma originaria, nell’Odissea. La Telemachia come linea autonoma. Gli Apologhi come lungo flashback. Ogni tappa del viaggio come episodio dotato di ambientazione, antagonista, regola narrativa e prova specifica. Itaca come grande arco e orizzonte del ritorno. Il riconoscimento finale. La vendetta come scioglimento.
Per questo il poema può dialogare con moltissime opere moderne. Con Lost, per l’isola, il naufragio, la non linearità, i flashback, le identità fratturate, il tema del ritorno problematico. Con Game of Thrones, per le case, l’eredità, l’usurpazione, il ripristino di un ordine politico violato. Con The Leftovers, per il peso dell’assenza, del lutto, dell’impossibilità di chiudere davvero un trauma. Con il racconto di viaggio, con il racconto di formazione, con il political thriller. E naturalmente con tutto il fantasy e il fantastico, che dall’Odissea eredita mostri, soglie, altrove, metamorfosi, ritorni.
Ma più in generale l’Odissea ha fissato una grammatica. Una delle grandi grammatiche della narrazione lunga occidentale. È una matrice che continua a produrre forme. E forse è per questo che continuiamo a raccontarla. Perché Odisseo non è mai solo un eroe di ieri, un errore lontanissimo. È il reduce, il naufrago, il bugiardo, il padre, il marito, il re, il mendicante, il narratore, il vendicatore. È l’uomo che cambia forma per restare se stesso.
E in questa tensione tra identità e trasformazione, tra smarrimento e ritorno, tra racconto e sopravvivenza, continua a vivere una parte decisiva di noi.
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A Vicenza dal 15 maggio al 3 luglio: ODISSEA. Scopri il programma!

















