Indian Predator (2022), frutto di una collaborazione tra VICE e Netflix, è quella che si dice “an umbrella series”, ovvero una raccolta di docuserie truecrime incentrate su cruenti e scioccanti crimini indiani. I quattro documentari di Indian Predator – che si potrebbe anche considerare come altrettante stagioni -, apparsi su Netflix nel 2022, sono nell’ordine: The Butcher of Delhi, The Diary of a Serial Killer, Murder in a Courtroom, Beast of Bangalore.
Indian Predator: The Butcher of Delhi (Il Macellaio di Delhi) è dunque una docuserie truecrime indiana in tre episodi (40 minuti l’uno circa), prodotta da VICE India e diretta da Ayesha Sood. Primo dei quattro capitoli di Indian Predator, Il Macellaio di Delhi racconta le indagini della polizia che portarono alla cattura del serial killer Chandrakant Jha, attivo tra il 2006 e il 2007. Il documentario esplora anche le ragioni che portarono Jha a lasciare i corpi smembrati e decapitati di tre vittime fuori dal carcere Tihar (Delhi), assieme a fogli pieni di insulti derisori nei confronti delle forze dell’ordine. Dove sfida apertamente i poliziotti, asserendo che non sarebbero stati capaci di catturarlo prima dell’omicidio successivo…
Attraverso le dichiarazioni rilasciate nell’interrogatorio dallo stesso Jha, le interviste a Surinder Singh – l’ufficiale che alla fine riuscì ad arrestarlo -, giornalisti e svariate altre persone coinvolte a vario titolo nel caso, alternate a drammatizzazioni, video e foto d’archivio, si ripercorre questa singolare e agghiacciante storia.
Indian Predator: The Butcher of Delhi
Una storia talmente agghiacciante che la stessa Ayesha Sood, contattata da VICE per dirigere il progetto, fu molto sorpresa di non aver mai sentito parlare di Chandrakant Jha nonostante avesse sempre vissuto a Delhi. Trovando in questi delitti una brutalità senza precedenti, e nella sfida lanciata alla polizia qualcosa di sconvolgente e intrigante allo stesso tempo, decise che il tutto doveva essere assolutamente documentato e raccontato.
Ironia della sorte, Jha – nonostante la smania di proclami – non ha potuto rilasciare la sua intervista, poiché le telecamere non sono ammesse all’interno del carcere di Tihar. Un vero peccato, perché così si è persa l’occasione di approfondire il movente e la psicologia di un carattere stravagantemente disturbato. Da questo e dagli altri racconti di Indian Predator, vi è sempre molto da imparare sulla sorprendente e variegata popolazione indiana. Con una mentalità che muta notevolmente passando dalla metropoli ai villaggi, dalla ricchezza all’estrema povertà, da distintivo e divisa alla vita sulla strada. E assieme a questa mutano naturalmente linguaggio, credenze, abitudini, vestiario…
Molto anche vi è da imparare sul sistema giudiziario indiano, sulle sue leggi e le sue consuetudini (come vedremo in Murder in a Courtroom). La giustizia in India non è uguale per tutti. E il movente di Jha, che è al centro di questa indagine docuseriale, ha molto a che fare con gli strati più bassi della società indiana e con l’immenso divario che ingiustamente li separa anche solo dalla classe media. Per non parlare del brutale trattamento che viene loro abitualmente riservato dagli stessi agenti di polizia. Che talvolta agiscono come veri e propri gangster (vedi il documentario Mumbai Mafia).
Indian Predator: The Diary of a Serial Killer
Quello di Jha è evidentemente un conflitto con la polizia. Ma la prospettiva da cui gli eventi vengono narrati è qui, paradossalmente, quella ufficiale delle forze dell’ordine. In questo senso, Il macellaio di Delhi riesce solo in minima parte ad essere una denuncia contro gli abusi dei poliziotti nei confronti dei cittadini indiani più deboli e indifesi. Il tema viene sì superficialmente toccato, ma in realtà è approfondita solo la parte più sensazionalistica di questi efferati e sinistri omicidi. In conclusione: paria, polizia, serial killer… Ma soprattutto Delhi, India.
Indian Predator: The Diary of a Serial Killer (Il Diario di un Serial Killer) è il secondo capitolo di Indian Predator, uscito sulla piattaforma ad un mese di distanza dal primo. Questa docuserie in tre episodi da 40 minuti circa, diretta da Dheeraj Jindal, racconta la terrificante storia di Raja Kolander, il famoso cannibale. Kolander è ritenuto responsabile della morte di più di 15 persone nello stato indiano di Uttar Pradesh.
Questa storia ha inizio nell’anno 2000, quando Dhirendra Singh, un giovane giornalista della città di Allahabad, scompare letteralmente nel nulla. Tempo dopo, il suo corpo mutilato e privo di testa (lo so, questa comincia a sembrare una fissazione…) viene ritrovato nello stato confinante di Madhya Pradesh. Le indagini, risalendo proprio all’ultimo appuntamento che il giornalista aveva segnato, portano le autorità nella desolata e fatiscente fattoria con allevamento di maiali di Raja Kolander. Qui vengono rinvenuti 14 teschi e un diario, il diario di Raja. Ovvero il diario di un assassino cannibale.
Verso la regalità assoluta
A differenza del precedente Il Macellaio di Delhi, ne Il Diario di un Serial Killer una parte preminente ce l’ha la videointervista dello stesso colpevole che, calmo e rassegnato, racconta la sua storia. Guidandoci nella trepidante esplorazione dei più reconditi meandri di una mente solitaria, oscura e malata. Che si nutre di parti del corpo delle sue vittime (al resto pensano i maiali), prediligendo il cervello. Mangiando il cervello di una persona Raja è convinto di assimilarne l’intelletto e una sorta di potere spirituale. E il suo è un percorso verso la regalità assoluta.
Arrestato nel 2001, assieme al cognato che lo aiutava a compiere la regale metamorfosi, la condanna all’ergastolo arriva per entrambi nel 2012. Il povero Dhirendra, attraverso la sua meticolosa indagine giornalistica, era riuscito a capire che dietro la scomparsa di più di una decina di persone – nonché dietro un commercio illegale di automobili (sic) – c’era proprio Kolander. Il cannibale seriale decide allora di attirarlo in una trappola mortale, aiutato dal cognato. A niente però serve l’idea di abbandonare il corpo nudo, privo di testa e genitali, in un altro stato – e i vestiti ad una decina di kilometri di distanza.
Quanto di questa cruenta follia si deve alla personalità malata dell’assassino e quanto invece al suo retaggio culturale? Comunque, il presunto cannibalismo non è stato ancora provato in tribunale. E poi, c’era o non c’era un movente dietro tutti quegli omicidi? Oppure c’erano 13 diversi moventi? “Non fa alcuna differenza per me se vengo rilasciato dalla prigione o meno.”
Indian Predator: Murder in a Courtroom
Indian Predator: Murder in a Courtroom (Omicidio in Tribunale), terzo capitolo, sempre in tre episodi (da quasi un’ora), si basa sull’allucinante linciaggio a morte di Akku Yadav. Ad opera di una folla inferocita di donne, entrata di forza nel tribunale in cui il criminale sarebbe dovuto essere processato quel giorno. Akku Yadav era il temibile capo di una feroce gang, dedita a razzie e violenze d’ogni tipo nei poveri villaggi della città di Nagpur (Maharashtra). Oltre a diversi omicidi (tra cui quello del suo migliore amico), in uno di questi villaggi – Kasturba Nagar – lui stesso avrebbe nel tempo violentato più di quaranta donne di ogni età, andando e venendo a suo piacimento.
E proprio da Kasturba Nagar, il 13 agosto 2004, più di duecento donne, armate di coltelli e pietre, si presentano nell’aula di giustizia n.7 del tribunale di Nagpur, per ottenere giustizia o per vendicarsi – dipende dai punti di vista. Comunque per eseguire la sua sommaria condanna a morte. Tra queste Vilas Bhande e Resha Raut, entrambe attualmente sotto accusa per l’omicidio di Akku Yadav, le due voci narranti della docuserie.
Questa storia lascia senza parole. Perché Akku Yadav ha potuto girare per una decina d’anni praticamente indisturbato, seminando violenza e distruzione in tanti poveri villaggi? Perché queste comunità erano Dalit e i Dalit sono i famosi Intoccabili (i paria, la casta protetta), l’ultimo gradino della scala sociale indiana. I villaggi in questione sono fatiscenti baraccopoli e le autorità non rivolgono loro la minima attenzione. Per questo Vilas, Resha e le altre donne stuprate da Yadav, a forza di vedere questo mostro arrestato e poi sempre rilasciato, hanno raggiunto il culmine dell’esasperazione.
Indian Predator: Beast of Bangalore
Il regno del terrore di Akku Yadav è stato reso possibile proprio dalla stessa polizia che avrebbe dovuto impedirlo. Contraddizioni di una società troppo vasta, estrema e lontana per essere per noi immediatamente comprensibile.
Quarto e ultimo capitolo di Indian Predator: Beast of Bangalore (La Bestia di Bangalore) è divisa in tre episodi (dai 40 ai 50 minuti) e diretta da Ashwin Rai Shetty. Questa docuserie riguarda gli atroci e spaventosi crimini commessi, durante gli anni ‘90, da Umesh Reddy, nello stato indiano di Karnataka. Sicuramente sconvolgente il fatto che fosse un ex ufficiale di polizia. Capace di seminare panico e terrore per le strade di una grande città. Arrestato, ammette di aver stuprato e ucciso 18 donne. Trovato colpevole di 9 tra questi brutali omicidi, nel 2009, viene condannato a morte. Nel 2022 la condanna viene però commutata in 30 anni di carcere.
Beast of Bangalore è forse il più classico tra i 4 documentari di Indian Predator. Da una parte la sadica malvagità dell’assassino e le astuzie messe in atto per non essere preso. L’uomo riesce anche a fuggire più volte di prigione. Dall’altra, le tattiche impiegate con successo dalla polizia (la cui incompetenza lascia però più volte sbalorditi) per catturarlo. Strano (forse non troppo) ma vero: la stessa nozione di assassino seriale psicopatico era in quegli anni ancora piuttosto aliena per i detective indiani.
Ad ogni modo, in questa docuserie manca purtroppo qualsiasi approfondimento psicologico sul mostro in questione. Maniaco feticista dell’intimo femminile oltre che stupratore assassino, le cui motivazioni rimangono ancora ignote. Quello che però si evince chiaramente è la struttura tuttora rigidamente patriarcale, per non dire fallocratica, della società indiana. Dove le donne vittime di stupro, lontane dall’essere protette e incoraggiate a denunciare gli abusi, vengono trattate dalla polizia con sospetto, quando non peggio.
La grande scommessa
La polizia indiana in Beast of Bangalore raggiunge forse il suo punto più basso, mostrando un tale livello di incapacità, lassismo e corruzione, che si fatica a credere siano riusciti a venire a capo di crimini complessi come quelli di Indian Predator.
Tra gli aspetti positivi dell’avvento delle piattaforme di streaming, vi è sicuramente quello di averci avvicinato a culture e società per noi lontane. Come, ad esempio, quella indiana. Ma un conto sono le esotiche e pittoresche produzioni di Bollywood, un altro i documentari indiani true crime. Che ci hanno svelato tragedie familiari improbabili e surreali (come in Curry & Cyanide) o al limite dell’impossibile (come gli 11 suicidi di House of Secrets). Assieme a vicende dalla fortissima connotazione sociale (The Hunt for Veerappan). O altri serial killer e psicopatici (The Serpent). Le quattro docuserie di Indian Predator, analizzando le figure di altrettanti assassini seriali psicopatici, ci hanno raccontato l’impatto di questi sulle rispettive comunità. E ci hanno così anche raccontato le stesse comunità, con le loro tradizioni, caratteristiche e contraddizioni. Il tutto all’insegna di un incredibile paradosso.
Perché se è vero, come Mondoserie ha più volte argomentato (ad es. in Serial Killer tra cinema e tv), che il serial killer rappresenta la paura di un disordine virale e ‘seriale’ che irrompe misteriosamente all’interno dell’ordine sociale – ordine che sta dunque al detective di turno ripristinare -, è altrettanto vero che questo discorso si vanifica nell’immenso estremo caos che è la società indiana. Come se maniaci e assassini convivessero, più o meno tranquillamente, con il pandemonio e la violenza che stanno alle fondamenta di questa società.
Una società che, a prescindere dall’attuale livello di inettitudine o corruzione delle forze dell’ordine, ambisce – lo si evince da queste docuserie – ad essere meno irrazionale e più strutturata. A diventare meno brutale e crudele, più giusta e più sobria. Più occidentale? Speriamo di no. L’incubo della globalizzazione come omologazione culturale, e non solo, è sempre dietro l’angolo. Certo, è una grande scommessa. E se in futuro non dovessero più esserci sostanziali differenze tra i true crime occidentali e quelli indiani, vorrà dire che è stata persa.
Un altro serial killer indiano: The Serpent
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