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X-Men ‘97 è fedele alla migliore Marvel dei fumetti | Animazione
X-Men ’97, podcast | Puntata a cura di Untimoteo
La serie animata X-Men ‘97 è approdata sulla piattaforma Disney+ nella primavera del 2024. Composta da dieci episodi, della durata media di poco più di mezz’ora, questa prima stagione sancisce l’entrata della testata di maggior successo della Marvel nel suo universo cinematografico-seriale. Anche se un po’ fuori dalla ‘continuity’ ufficiale. A prima vista, la serie si presenta come una sorta di operazione nostalgica, una ripresa del cartone animato, prodotto tra il ‘92 e il ‘97, (e qui in Italia allora su Mediaset). Che era, per lo più, una visione da primo pomeriggio italiano (sabato mattina americano), che presentava le grandi saghe della sessantennale storia dei super mutanti in modo più edulcorato e diluito.
Questo X-Men ‘97 è, invece, a partire dal secondo episodio, un cartone maturo. Affronta temi sociali e familiari: amore, tradimento, lutto e accettazione. Parla di genocidio e dell’impotenza delle nazioni civilizzate, di fronte alle tragedie della storia. Si erge a voce dei diversi e degli emarginati. Un cartone che non è affatto nostalgico ma che è cresciuto, al pari dei suoi vecchi spettatori, facendo sue le nuove regole della narrazione seriale. E mantenendo al contempo vivo lo spirito dei fumetti.
Questa è la Marvel migliore, quella che riflette l’immaginario americano contemporaneo e, in un mondo globalizzato, dà forma alle angosce dell’Occidente intero. Persi tra reboot, multiversi e box office, avevamo dimenticato che gli X-Men devono essere prima di tutto una storia corale di politica e società.
“Animazione” è il format del podcast di Mondoserie dedicato alle diverse scuole ed espressioni del genere, dall’Oriente alla scena europea e americana.
X-Men ’97 e I Figli dell’Atomo
X-Men ‘97 inizia in medias res, dovendo sulla carta proseguire le avventure interrotte,, per l’appunto nel 1997. Gli X-Men sono un gruppo di supereroi, come gli Avengers. Ma, al contrario di questi, non hanno mai rappresentato il sogno americano, quanto piuttosto il suo incubo. Il gruppo infatti è composto da esseri umani in cui un gene, denominato “X”, ha subito una mutazione. Ai malcapitati spuntano le ali, diventano pirocinetici, leggono nella mente e spostano gli oggetti col pensiero, sviluppano una forza erculea o un’incredibile velocità. Quello che sembra un dono in realtà è una condanna: questi poteri vanno nascosti o limitati. Addirittura c’è che si isola, per non ferire gli altri.
I mutanti sono anche visti con sospetto dal governo, perché non sono super soldati cresciuti in una base militare ma delle aberrazioni genetiche. Probabile frutto degli esperimenti nucleari durante la Guerra Fredda. Per questo sono chiamati anche “Figli dell’Atomo”. In ultima istanza, vista la nascita di sempre più mutanti, prendono quota le teorie secondo cui l’attuale razza umana, nel giro di poche generazioni, verrà rimpiazzata da individui geneticamente superiori. Quindi ora sono visti con odio da quei “Sapiens” che credono di stare per fare la fine dei Neanderthal.
Due voci si ergono a rappresentare i diritti dell’homo superior, il professor Charles Xavier e il sopravvissuto ad Auschwitz Erik Magnus Lehnsherr. Noti anche con i rispettivi nomi di Professor X e Magneto. Xavier è il paladino della coesistenza pacifica tra umani e mutanti, e cerca un dialogo con le autorità. Per nobilitare l’immagine dei figli dell’atomo, fonda gli X-Men. Magneto invece è il leader che incarna il Sogno Suprematista Mutante. Per lui i “Sapiens” devono venire asserviti ai ”Superior”, destinati comunque a diventare la razza dominante sulla terra.
60 anni dalla parte degli emarginati
Stan Lee, che crea il fumetto X-Men nel 1963 assieme a Jack Kirby, ha in mente due differenti possibili tipologie di lettori. I poteri dei mutanti possono essere visti come una metafora degli sconvolgimenti ormonali dell’adolescenza. I primi X-Men erano degli studenti liceali incompresi dalla società degli adulti. Sono anche un gruppo di emarginati per questioni di genetica. Temuti e odiati per il solo fatto di esistere, sono i nemici della nazione aizzata dai populisti.
Esiste poi un autore che ha saputo prendere i semi piantati da Lee per portarli a una maturazione che pochi altri comic book hanno raggiunto. Chris Claremont, autore teatrale inglese, prende in mano le gesta degli eroi reietti dalla metà degli anni ‘70 fino ai primi anni ‘90. Incrocia l’allure pop dei fumetti con la dimensione tragica dell’epica classica, remixando il tutto nelle dinamiche delle soap-opera. Claremont sfrutta al meglio la velocità e l’azione dei fumetti, i colori sgargianti, le tutine eccessive che hanno ispirato il glam, alternandoli con momenti “in borghese” di vita vera.
Scrive epopee lunghissime, in cui non mancano morte e distruzione, che sempre più spesso lasciano ferite fisiche e psicologiche ai suoi personaggi. Gli X-Men di Claremont avvincono più nelle dinamiche tra i membri del gruppo che non nelle battaglie col villain di turno. Amori, litigi, tradimenti, triangoli amorosi, pentagoni amorosi, figli segreti, viaggi nel tempo, personaggi che tornano dalla morte e morti che feriscono il lettore. Agli adolescenti che hanno letto quelle storie hanno insegnato a confrontarsi con grandi temi, e a purificarsi dalle emozioni negative. Gli X-Men sono la prima grande famiglia disfunzionale dei fumetti. Un covo di rabbia e risentimento, ma anche un porto sicuro per reietti ed emarginati.
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