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The Bear: non è facile amarla, è impossibile odiarla | Nuovi classici
The Bear, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
Ci sono serie che intercettano quasi subito il proprio tempo. The Bear è una di queste. In teoria racconta una cucina, un ristorante, una brigata, un giovane chef di ritorno a casa. In pratica racconta molto di più: l’ansia contemporanea, il perfezionismo come malattia, il lavoro come rifugio e insieme come prigione, la famiglia come ferita che continua a riaprirsi. È una serie nervosa, satura, febbrile, che usa il cibo e la cucina per parlare della nostra epoca iper-performativa. In cui ogni gesto sembra dover essere all’altezza di uno standard impossibile.
Non è facile amarla senza riserve, proprio perché è spesso psicologicamente pesante. Chiede molto allo spettatore: attenzione, partecipazione, sopportazione del caos. Ma è impossibile odiarla, per come sa essere insieme lucidissima e commovente. Oscillando di continuo tra tragedia e ironia nera, tra implosione familiare e desiderio di riscatto, tra il sublime e il logoramento. E in questo suo continuo slittare di tono sta una parte decisiva della sua forza.
The Bear, come discutiamo nel podcast e come abbiamo raccontato anche in questo articolo, è diventata così una specie di emblema del presente. Sovraccarica, a tratti persino estenuante, ma anche capace di toccare qualcosa di molto vero. Non racconta solo il tentativo di fare un grande ristorante. Racconta il tentativo, quasi sempre incompleto e faticoso, di dare ordine a una vita che tende invece al disordine. E forse è proprio per questo che, anche quando eccede o si compiace un po’, resta una serie necessaria.
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Cos’è The Bear: produzione, cast, trama
Creata da Christopher Storer per FX, The Bear ha debuttato nel 2022 ed è distribuita in Italia su Disney+. A oggi conta quattro stagioni, e FX l’ha rinnovata per una quinta e ultima. Nel frattempo è diventata uno dei titoli più premiati della tv americana recente, con 21 Emmy complessivi e diversi riconoscimenti anche ai Golden Globe.
Il protagonista è Carmen “Carmy” Berzatto, interpretato da Jeremy Allen White (Shameless), chef di altissimo livello costretto a tornare a Chicago dopo il suicidio del fratello per prendere in mano il disastrato locale di famiglia, The Beef. Attorno a lui si muove un cast formidabile: Ayo Edebiri è Sydney, giovane cuoca ambiziosa e intelligentissima; Ebon Moss-Bachrach (Andor) è Richie, figura insieme comica, tragica e umanissima; poi ci sono Abby Elliott, Lionel Boyce, Liza Colón-Zayas, oltre a una costellazione di guest star di enorme rilievo, da Jamie Lee Curtis a Jon Bernthal (The Walking Dead). Jeremy Allen White ha vinto più volte ai Golden Globe e agli Emmy per il ruolo di Carmy; Moss-Bachrach, Edebiri, Colón-Zayas e Curtis hanno ricevuto a loro volta Emmy per la serie.
La prima stagione di The Bear (che avevamo raccontato anni fa in questa puntata breve del podcast) racconta il caos del ritorno e la lotta per tenere in piedi il locale. La seconda accompagna la trasformazione della scalcinata panineria in The Bear, progetto molto più ambizioso e raffinato. La terza rallenta l’azione e accentua nevrosi e introspezione, mentre la quarta rilancia tensioni e resa dei conti, anche familiari. In mezzo ci sono episodi-evento come “Fishes” e “Bears”, piccoli film nella serie, che condensano il cuore del racconto: il lavoro come forma di salvezza sempre precaria, e la famiglia come origine di quasi tutte le nostre crepe.
Cibo, trauma, perfezione
Perché il vero centro di The Bear non è la cucina in sé, ma ciò che la cucina rappresenta oggi. Per secoli il cibo è stato soprattutto condivisione, rito, casa, legame. Nella cultura contemporanea è diventato sempre più anche performance, competizione, identità esibita. Programmi come MasterChef o Chef’s Table hanno trasformato gli chef in figure quasi mitologiche, e il piatto in un oggetto estetico da giudicare, fotografare, esibire. The Bear affonda precisamente in questa trasformazione: la cucina non come focolare, ma come campo di battaglia del perfezionismo contemporaneo.
Per questo la serie parla così bene del presente. Carmy cerca ordine, rigore, precisione assoluta. Ma dentro di sé porta lutto, paura, senso di colpa, incapacità di stare nelle relazioni. La cucina diventa allora la metafora perfetta di una condizione molto diffusa: tentare di controllare il mondo esterno quando il mondo interno è in frantumi. In The Bear il lavoro è terapia, ma anche nevrosi; è rifugio, ma anche gabbia. E la famiglia, anziché essere approdo, resta spesso il nucleo irrisolto di ogni trauma.
Lo diciamo meglio nel podcast: The Bear è una serie sul caos che abitiamo e sul desiderio, spesso fallimentare, di trasformarlo in forma. Non sempre riesce a mantenere l’equilibrio: a volte è sontuosa, a volte ridondante, a volte quasi indigeribile. Ma anche questo fa parte del suo senso. Come un grande banchetto o come la vita vera, alterna grazia e saturazione, illuminazione e fatica. E proprio in questa ambivalenza sta la sua verità più profonda.
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The Bear: alta cucina, traumi familiari, nevrosi contemporanee

















