Scommettiamo che ad Alessandro Barbero piacerebbe, e molto, questa A Knight of the Seven Kingdoms. Prequel e spinoff di Game of Thrones la cui prima stagione (6 puntate brevi da poco più di 30 minuti) HBO Max ha distribuito a inizio 2026. E ci piacerebbe ascoltare i sapidi commenti dello storico e divulgatore, che da appassionato medievista aveva già elogiato Il trono di spade. Argomentando come, rispetto a una visione filmica sempre distorta del Medioevo, la saga fantasy ispirata alle opere letterarie di George R. R. Martin offrisse un quadro – draghi e magia a parte – piuttosto accurato dei cosiddetti “secoli oscuri”.
A Knight of the Seven Kingdoms raddoppia, in questo senso. Perché il racconto che fa è ancora più concreto, più semplice, più realistico. Sudicio, fangoso, pericoloso. Interessato più al punto di vista “basso”, di figure semplici, che a quello di re, lord, comandanti, eroi. E a proposito di basso: più scatologico che escatologico.
Lo vediamo fin dalla primissima scena, che ha fatto ridere – e lasciato interdetti, ma positivamente – i fan di mezzo mondo. Incontriamo Dunk, scudiero promosso (o auto-proclamatosi?) cavaliere errante, che dopo aver seppellito il suo signore, e proprio mentre partono le familiari note del tema musicale della grande saga, si produce in un’epica evacuazione dietro un albero. Se volevate un manifesto estetico e filosofico, eccolo: in questo show la grandeur di Westeros passa per i bisogni elementari.
Il corpo è tutto. La fisiologia, più che l’eroismo o le grandi motivazioni, la fa da padrona: colpi, botte, ferite, squartamenti. Fame, sete, fango, sporcizia. E però – a elevare il discorso ed elevare noi – un elemento non da poco: il dovere. Vero motore di buona parte dell’azione in questa piccola, riuscitissima storia.
Cos’è A Knight of the Seven Kingdoms
A Knight of the Seven Kingdoms è una serie fantasy americana creata da Ira Parker e George R. R. Martin – quindi con il coinvolgimento diretto del padre di questo universo narrativo. È un prequel di Game of Thrones, ambientato 90 anni prima della serie ammiraglia. E il secondo spinoff della “galassia” televisiva di A Song of Ice and Fire, dopo House of the Dragon (prequel anch’esso, ma ambientato quasi due secoli prima della serie madre). Ma è diversa per scala, ritmo, postura narrativa.
L’origine letteraria è semplice: l’adattamento delle novelle di Tales of Dunk and Egg (in italiano note come Il cavaliere dei sette regni). Cominciando con Il cavaliere errante (1998), cioè la prima delle storie pubblicate, che viene coperta dai sei episodi della prima stagione, uscita su HBO Max dal 18 gennaio 2026. Ed è già stata rinnovata per un secondo capitolo basato su La spada giurata, atteso nel 2027.
Il cast è costruito su due presenze che reggono tutto: Peter Claffey è Ser Duncan “Dunk” l’Alto, il cavaliere errante di umili origini e gigantesca statura; Dexter Sol Ansell è “Egg”, un ragazzino testardo e intelligentissimo che Dunk si ritrova addosso come scudiero – e che, ovviamente, è molto più di quello che sembra.
Il tono è la prima notizia: niente operazioni “solo fan”, nessun compiacimento da enciclopedia. La serie sceglie una forma quasi classica, compatta, lineare. Un torneo come baricentro. Pochi personaggi, tutti ben cesellati. Pochi luoghi. Una storia sola, che si chiude (per ora) senza diluire troppo il proprio perimetro. Nel mondo di Westeros, dove l’epica è sempre stata anche gigantismo, è una piccola rivoluzione.
Un po’ di trama, quasi senza spoiler
La storia si apre con la sepoltura di Ser Arlan di Pennytree, cavaliere errante povero e dimenticato. Dunk, suo scudiero, eredita armatura, cavallo, pochi averi – e soprattutto un’idea: provare a diventare qualcuno, laddove il suo maestro è rimasto nessuno. È un’aspirazione quasi commovente, perché non ha nulla di “predestinato”: non è profezia, non è magia, non è sangue reale. È, al massimo, testardaggine.
Dunk si mette in cammino verso Ashford, dove sta per svolgersi un torneo. E qui entra in scena Egg, ragazzino che lo aggancia per caso e poi lo incolla a sé con una miscela formidabile di insolenza, fame, intelligenza e bisogno. Dunk prova a liberarsene, ovviamente fallendo: come in molte coppie narrative riuscite, ciò che sembra un intralcio diventa il centro emotivo.
Arrivati ad Ashford, Dunk fatica perfino a farsi riconoscere come cavaliere: i suoi “titoli” sono fragili, la sua legittimità incerta, la sua stessa identità quasi un atto di fede. Ma il torneo – e la corte che gli gira attorno – lo inghiotte subito. Dunk assiste a un tentativo di violenza da parte del principe Aerion Targaryen, lo colpisce, e da quel momento la storia accelera: ricatti, minacce, e il diritto cavalleresco al processo per combattimento.
Il “trial of seven” (processo dei sette) diventa il cuore narrativo e simbolico di questa prima stagione: sette cavalieri contro sette cavalieri, con il corpo come argomento e la legge come pretesto. In un turbinio di spade, mazze, lance, cavalli lanciati al galoppo, armature tonanti.
Duncan the Tall, Aegon, e quei nomi che già conoscevamo da Game of Thrones
Chi ha visto con amore Game of Thrones aveva già incontrato – magari senza farci troppo caso – i nomi dei nostri due co-protagonisti. Ser Duncan l’Alto e “Egg” (Aegon Targaryen) erano piccoli segnali disseminati qua e là, come fa spesso questo universo narrativo. Dopo A Knight of the Seven Kingdoms, però, quei segnali cambiano peso: non sono più “lore” astratto. Diventano persone. Corpi.
La prima menzione di Duncan in GoT è una scena perfetta, perché dice tutto con due battute. Stagione 4, episodio 1. A corte, Joffrey sfoglia il Libro Bianco della Guardia Reale – il registro dei cavalieri – e si ferma su una voce più lunga del normale: “Quattro pagine per Ser Duncan! Doveva essere proprio un grand’uomo”. Jaime Lannister risponde, asciutto: “Così dicono”. In quel momento, in Game of Thrones, era world building: un nome evocativo, un passato accennato. Oggi diventa una promessa: Dunk finirà nella Guardia del Re, e ci arriverà lasciando una traccia abbastanza importante da occupare la bellezza di quattro pagine del mitico “Book of Brothers”. Il prequel non può ancora mostrarlo, ma comincia già a renderlo credibile: un uomo nato nel fango che entra nel tempio sacrale della cavalleria “alta”.
Nella stessa scena c’è anche un dettaglio più crudele, anche se presentato come quasi comico: Joffrey liquida Aerion Targaryen (proprio il villain di questo nostro prequel) con un sarcasmo feroce, ricordando come morì: bevendo wildfire nella convinzione di diventare un drago. Ma per noi, dopo aver visto Aerion vivo, protetto dal suo rango, pericoloso, la battuta cambia tono.
Poi c’è Egg. Qui la connessione è struggente: passa dall’anziano Maestro della Barriera di Game of Thrones. Che, nell’episodio 9 della stagione 1, rivelava a Jon Snow la propria identità e la propria genealogia (qui la scena integrale). Appunto Aemon Targaryen, che aveva rifiutato il trono permettendo l’ascesa del fratello più giovane: Aegon. Cioè il nostro Egg.
E la cosa bella è proprio questa. Game of Thrones ce lo consegnava come nome di una linea dinastica. A Knight of the Seven Kingdoms ce lo restituisce come bambino reale, testardo e intelligentissimo. Che si sceglie un maestro atipico – Dunk – perché è in lui che trova la cosa più rara a Westeros: una bussola morale. Il dovere.
Così come è notevolmente più emozionante rivedere, oggi, l’ultima apparizione di Maestro Aemon in GoT (stagione 5, episodio 7). Ormai vecchissimo, sul letto di morte, le sue ultime parole sono per il fratellino che non vede da decenni: “Egg… Egg… Ho sognato di essere vecchio…”.
A Knight of the Seven Kingdoms e l’universo di Game of Thrones
Tales of Dunk and Egg è, in origine, una piccola chicca laterale nell’universo di A Song of Ice and Fire. Tre novelle pubblicate – The Hedge Knight (1998), The Sworn Sword (2003), The Mystery Knight (2010) – e una promessa reiterata di continuare. Nel 2015 le storie vengono raccolte in volume illustrato con il titolo A Knight of the Seven Kingdoms.
Sul piano produttivo, l’adattamento ha avuto una gestazione quasi comicamente lunga, e molto “martiniana”. Martin ne parlava con HBO già nel 2013; nel 2014 fantasticava perfino su un formato diverso (film o TV movie per singola novella). In mezzo ci sono state smentite, ripensamenti, proposte respinte, e la scelta strategica di puntare prima su The Dance of the Dragons, diventata poi la serie House of the Dragon.
Il risultato finale, però, è coerente: Dunk ed Egg sono il materiale ideale per un prequel che non viva di fuochi d’artificio. Perché qui l’attrazione non è l’apocalisse, non è la guerra totale. Non è neppure la politica del Regno di GoT, la sua complessità. È la scala umana. Un Westeros meno eroico, più “strada e fango”. In cui non per caso i draghi (ancora centrali un secolo prima, in House of the Dragon) sono già estinti.
Una narrazione che può permettersi di essere “piccola”, circoscritta: un torneo, un conflitto personale, un processo per combattimento. E dentro, la corte Targaryen come sistema di potere: affascinante, ma evidentemente decadente.
A Knight of the Seven Kingdoms è un prequel che non chiede allo spettatore di immergersi in un mondo così ricco da essere quasi difficile da seguire, ma di partecipare a una storia individuale. Un piccolo romanzo di formazione, per un cavaliere improbabile e il suo ancora più improbabile scudiero.
Martin e l’incapacità di finire una storia
E arriviamo a una contraddizione che ormai è diventata un pezzo di cultura pop del nostro tempo. Martin dice – da anni – di voler raccontare l’intera vita di Dunk ed Egg. A seconda dell’intervista, parla di sei, nove, dodici novelle. Fa nomi di possibili titoli futuri (da The She-Wolves of Winterfell a The Village Hero), spiega di avere appunti, idee, linee narrative già in testa.
E poi, puntualmente, inchioda tutto alla stessa frase: prima devo finire The Winds of Winter. Dando, cioè, conclusione all’enorme – e incompiuta – saga di A Song of Ice and Fire. Nel 2023 lo ha ribadito; nel gennaio 2025 ancora.
È un meccanismo ormai familiare, e per questo quasi beffardo. L’autore che ha costruito la saga narrativa più influente del XXI secolo è, insieme, l’autore che non chiude la saga da cui tutto deriva. Sembra una patologia. Martin ama aprire mondi, stratificare, moltiplicare. Chiudere, forse, significa rinunciare a qualcosa: a una possibilità, a un ramo, a un personaggio.
La buona notizia, qui, è che Dunk ed Egg sono strutturalmente “seriali”: ogni storia è un’unità relativamente autonoma. E il loro destino è, in qualche modo, noto, almeno negli esiti finali. Questo rende la trasposizione televisiva meno pericolosa: non c’è il rischio di replicare il trauma produttivo e narrativo vissuto da Game of Thrones, quando lo show tv “superò” i romanzi del suo lentissimo e incostante creatore. Portando a quel finale di serie che ha fatto storcere il naso a molti.
Cavalieri erranti, fango, ferite: un Medioevo realistico
Ma concediamoci un capitoletto storico-critico! Il “cavaliere errante”, centrale in A Knight of the Seven Kingdoms, è una figura della letteratura cavalleresca medievale: “errante” nel senso di girovago, viaggiatore, uno che si muove di terra in terra in cerca di avventure, pas d’armes, ingaggi, occasioni per dimostrare valore. Sir Gawain e il Cavaliere Verde, poema del XIV secolo, lo chiama già così: “knygt erraunt” (antenato linguistico del “knight-errant” inglese). Ma il punto più importante – specie per quello che sempre ci interessa qui a Mondoserie – è lo scarto tra mito e realtà.
Un altro grande storico e medievista, Franco Cardini, lo ha raccontato chiaramente: il cavaliere errante era una realtà, sì, ma «assai meno “bella” di quanto non vorrebbero farci credere i romanzi cavallereschi scritti fra il XII e il XVI secolo. Nella pratica, doveva trattarsi di poveracci che, brigantaggio a parte, non avevano altra risorsa che l’ingaggio mercenario presso qualche potente».
Ecco Dunk. Non un Lancillotto. Non un eroe da leggenda. Un uomo grande e forte, un po’ ingenuo, con un’armatura rattoppata e un nome incerto, che prova a entrare nel “mondo di sopra” con le mani sporche.
A Knight of the Seven Kingdoms rende questo “realismo” con una scelta precisa: tutto passa attraverso il corpo. Botte, dolore, fame, ferite. Il torneo non è danza, è macello, intontimento, mutilazioni, paura. Il codice cavalleresco non è poesia: può stritolare.
E in mezzo al fango, emerge il tema del dovere. Dunk non è un santo, non è un idealista astratto. Arriva dal fondo della scala sociale. Ma sa – istintivamente, ingenuamente, giustamente – quali sono i doveri di un cavaliere. Proteggere gli innocenti. Schierarsi dalla parte dei più deboli. Impedire i soprusi.
A Knight of the Seven Kingdoms: un buon inizio, in attesa di crescere
A Knight of the Seven Kingdoms funziona decisamente bene, pur con qualche oscillazione. La puntata finale – deliberatamente costruita come anti-climax – chiede forse un po’ troppa pazienza: dopo una lunga e laboriosa costruzione, tra la fine degli episodi 4 e 5 avevamo avuto un’impennata di azione e di emozioni, anche cruente. L’episodio conclusivo invece indugia sulla messa in posizione dei pezzi in vista della stagione successiva.
Ma, a ben vedere, questa “dimensione preparatoria” è il senso stesso della prima stagione. Lo show non punta a schiacciare lo spettatore o a replicare la complessità centrifuga di Game of Thrones (di cui abbiamo discusso anche nel podcast). Fa l’opposto: restringe il campo, si prende tempo, costruisce i personaggi con calma. Ci fa conoscere Dunk e Egg per sottrazione e per attrito, scena dopo scena. Lasciando che siano i gesti – spesso fisici, spesso goffi – a dire chi sono. Tutto è concreto, terragno, materico. Violenza cruda, realismo fisico. Cura produttiva visibile, ma senza bulimia di trama. E questa scelta, più che un limite, è un segno di maturità. E di ricerca di credibilità.
È un ritorno a Westeros che non vive di nostalgia “alta”, né di mitologia da enciclopedia, ma di una scelta precisa: non volare all’altezza del drago o dei pinnacoli delle torri, ma stare in basso, al livello degli uomini comuni. E trovare lì non il cinismo come orizzonte ultimo, ma una forma minima e ostinata di etica. Il dovere, appunto.
È un buon inizio, insomma, in attesa – come i suoi personaggi – di crescere.
Inconcludenze di Martin permettendo!
Leggi il nostro articolo su Game of Thrones
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House of the Dragon, torna la feroce danza del trono | PODCAST

















