Fallout (Prime Video, 2024 – in corso) è una serie post apocalittica-fantawestern’ – con fino ad ora due stagioni composte ciascuna da 8 episodi di 1h circa – basata sull’omonima saga di videogiochi creata da Interplay Entertainment (e ora proprietà di Bethesda Softworks). Ideata da Geneva Robertson-Dworet e Graham Wagner, con decine di milioni di visualizzazioni e centinaia di budget, si conferma essere – tra quelle di Prime – una delle più viste di sempre. E delle più costose.
È un momento felice per le trasposizioni cinematografiche o seriali di fumetti (non solo Marvel o DC Comics – basti pensare alla grandiosa The Boys) e videogame. Alcune possono anche vantare – a buon diritto – di appartenere all’olimpo artistico autoriale. D’autore o meno che sia, ad esempio, nel 2023 il film Super Mario Bros ha incassato al botteghino più di un miliardo di dollari. Nel 2024 esce la serie The Last of Us, osannata da pubblico e critica (qui il nostro podcast). Entrambe le opere sono tratte da videogiochi – e non potrebbero essere più diverse l’una dall’altra.
La difficoltà della rappresentazione cinematografica dei videogiochi è essenzialmente quella di riuscire a catturarne lo spirito. Lara Croft di Tomb Raider o anche lo stesso Mario sono personaggi totalmente esteriori. Privi della profondità necessaria per poter essere protagonisti di una vera e propria storia. Ma il mondo dei videogame è nel frattempo molto maturato. Ora non ci si accontenta più di una sequenza, più o meno fantasiosa, di livelli di difficoltà crescente da superare. Oggi c’è bisogno di lunghe e intense narrazioni e di interi mondi da esplorare. Il medium seriale, molto più vicino alla durata di un’esperienza di questo tipo di gaming, diventa quindi il mezzo ideale per la trasposizione delle nuove trame videoludiche.
The Wasteland: la Zona Contaminata
Gli autori della serie hanno scelto non di adattare uno dei diversi capitoli del videogioco già a disposizione (quattro, con altrettanti spin off ed espansioni), ma addirittura di scriverne un quinto. Questa lunga e straordinaria saga, iniziata nel 1997!, è ambientata nell’immaginifico futuro postapocalittico di una America che è e non è quella che conosciamo.
La scelta si è rivelata vincente, convincendo sia il pubblico digiuno di videogame sia gli aficionados (cosa non facile). I veri artefici di questa serie sono Jonathan Nolan e Lisa Joy (Westworld). Che hanno saputo conquistare la Bethesda, da tempo corteggiata dalle major per la cessione dei diritti cinematografici. Sempre negati, per evitare l’inevitabile delusione conseguente a qualsiasi mediocre realizzazione. Ma Jonathan Nolan – fratello del più noto Christopher (Memento, Oppenheimer) –, essendo un grande giocatore di Fallout, è anche un profondo conoscitore del suo retrofuturistico universo.
Lo show è dunque ambientato nel 2296, a 9 anni di distanza dalle vicende di Fallout 4 (che è il videogame cronologicamente più avanti). Siamo sempre nella Wasteland (in it. La Zona Contaminata), pittoresco deserto radioattivo steampunk in cui sontuose rovine della civiltà si mescolano ad improbabili villaggi costruiti su relitti e rottami. Da un’irriconoscibile California alla fatiscente New Vegas, l’aria da open world del videogioco si respira a pieni polmoni (si fa per dire, dato l’ambiente generalmente desertico e polveroso).
L’atmosfera dello show è invece quella della black comedy post apocalittica con incursioni nel dramma distopico, nella satira sociale e nel fantawestern. Al contrario dell’angosciante The Last of Us, Fallout è pervasa di leggerezza anche nelle scene di parossistica violenza splatter. Tra il kitsch e il pulp, si avvicendano momenti di humor nero, horror, western, thriller, sci-fi… Attraverso la ridente contaminazione di tutti questi generi, viene però raccontato un mondo – alternativo – seriamente da pelle d’oca.
I protagonisti di Fallout
Nel 2077 l’intera civiltà umana è stata spazzata via da una terribile sequenza di esplosioni nucleari, pare in seguito alla Grande Guerra tra USA e Cina. Due secoli dopo, i sopravvissuti vivono in piccole comunità di fortuna. O come feroci predatori solitari. O appartengono ad una delle diverse agguerritissime fazioni. Che si contendono i pochi beni di prima necessità rimasti, come la Legione di Cesare, oppure che si ergono a difesa di nobili e cavallereschi valori, come la Fratellanza d’Acciaio o la Nuova Repubblica della California.
Una piccolissima parte della popolazione americana vive invece all’interno di sicure, ultrafunzionali e spaziose cittadelle bunker. L’uscita è rigorosamente vietata, ma dentro ci sono tutti i comfort che il resto del mondo ha ormai dimenticato. Proprio in uno di questi bunker – il Vault 33 – Lucy (Ella Purnell – Yellowjackets) ha trascorso tutta la sua giovane vita. Per ritrovare l’adorato padre (Kyle MacLachlan – Twin Peaks), misteriosamente rapito, sarà costretta a fuggire dalla fortezza per avventurarsi – per la prima volta – in superficie, nella Zona Contaminata. Il suo cammino si incrocerà con quello di Maximus (Aaron Moten – Mozart in the Jungle), giovane recluta della Confraternita d’Acciaio che sogna di diventare cavaliere.
A chiudere il trio di protagonisti c’è il terribile Ghoul (un impareggiabile Walter Goggins – The Shield, Justified), mostruosa creatura umanoide mutata in seguito alle massicce radiazioni. Il volto sembra proprio un teschio, soprattutto in virtù della vuota cavità al posto del naso. Pistolero infallibile, gira sempre conciato come un cowboy. Sembra inoltre poter vivere da e per lunghissimo tempo. Sempre che la metamorfosi non si compia del tutto, trasformandolo definitivamente in un mostro senza più anima né ricordi.
Un retrofuturo anni ‘50
Le due stagioni di Fallout sono costellate da lunghe sequenze flashback che raccontano la storia di questo Ghoul due secoli prima, ovvero prima del fatidico 2077. Quando era Cooper Howard, famoso attore hollywoodiano specializzato in western alla Gary Cooper (nomen omen). E con lui vediamo anche quell’America ‘alternativa’ di cui dicevamo prima. Perché il futuro del 2077 non è una proiezione di questo presente. Bensì di un presente che, lo sa Iddio il perché, si è eticamente ed esteticamente fermato agli anni ‘50 (del Novecento). In questa strana ucronia la Guerra Fredda non è mai finita. E vige una grottesca tecnologia retrofuturista, ossia l’estetica di robot o computer avanzatissimi è sempre e comunque anni Cinquanta.
Il decennio in cui minaccia nucleare e comunista convivono tranquillamente con il sogno americano. In cui il maccartismo impera ovunque, imponendo a tutti l’assurda cultura della delazione. E quindi il tradimento dei propri parenti, amici e colleghi, come stile di vita. La moglie di Cooper, Barb (Frances Turner – The Man in the High Castle), lavora per la Vault Tec – la multinazionale che produce le omonime cittadelle-rifugio antiatomiche. E che, in accordo con altre grandi società tecnologiche, sviluppa sconvolgenti piani in previsione dell’imminente fine del mondo civilizzato.
Il continuo confronto tra il mondo prima dell’olocausto, con la sua ottimistica retorica anni ‘50, e la disastrata realtà post apocalittica, è di un’ironia agghiacciante. 219 anni dopo, il mondo è diventato un cimitero e Cooper è un Ghoul – qualcosa a metà tra l’umano e lo zombie. Con un corpo radioattivo a perenne rischio di putrefazione, ha mantenuto il look da cowboy B-movie e fa il cacciatore di taglie. È maledettamente cinico, maledettamente privo di scrupoli, e maledettamente solo. Ma anche lui sta cercando – da due secoli – qualcosa.
Fallout: la regola d’oro e la setta del tostapane
Il cuore di Fallout è sicuramente l’incontro tra i caratteri antitetici dell’ingenua Lucy e dello spietato Ghoul. Il loro viaggio attraverso il deserto infestato da mostri e bande armate, con il continuo scontro tra l’aprioristico ottimismo dell’una e il cinismo radicale dell’altro, è irresistibile. La regola d’oro di lei – fai agli altri ciò che… – si scontra non solo con la sua negazione vivente (o quasi) che è il Ghoul, ma anche con la folle crudeltà che serpeggia ovunque nella Zona Contaminata… Saranno entrambi, tra sarcasmo e vulnerabilità, in questo lungo cammino costretti a cambiare. Brutalmente.
Se il Ghoul è la morte che in quel mondo sta dietro ogni angolo, e Lucy ci ricorda che non è ancora impossibile essere guidati da buoni sentimenti, e se entrambi in fondo si sbagliano, anche il giovane Maximus sarà costretto a mettere in discussione tutto ciò che crede di sapere. A cominciare dalla sua Confraternita d’Acciaio, gruppo tecno-religioso di stampo paramilitare, con un vero e proprio culto per gli artefatti tecnologici disseminati tra le rovine del mondo, come i tostapane (sic). Coloro che in questa setta diventano cavalieri, vengono dotati di un possente esoscheletro robotico. Un’armatura ingombrante e non priva di difetti, ma con armi micidiali. L’inquieto Maximus realizzerà però presto che non serve indossare un’armatura per sapere quale sia la cosa giusta da fare…
In ultimo c’è Norm (Moises Arias – The Middle) – il fratello di Lucy – che decide di indagare sulla vera natura e funzione dei Vault. E se tutto non fosse che un lungo inverosimile e allucinante esperimento condotto per conto di una multinazionale che l’ha pianificato due secoli prima? Ecco allora comparire il magnate Robert House (Justin Theroux – The Leftovers), milionario sociopatico proprietario della Robco, altra società in combutta con la Vault-Tec.
Un elettrizzante immenso parco giochi pieno di mostri e misteri…
In Fallout vi sono inoltre diversi pazzeschi personaggi secondari interpretati da attori di tutto rispetto, come come Michael Emerson (Lost), Matt Berry (What We Do in the Shadows), Chris Parnell (Brooklyn Nine-Nine), Fred Armisen (Parks and Recreation), Macaulay Culkin (American Horror Story) e Kumail Nanjiani (Silicon Valley).
Lo show si confronta con una realtà videoludica nata 30 anni fa. E che, in questi 30 anni, è andata espandendo a dismisura il proprio universo di fantasia. Che è poi la desolata e maestosa vastità della Wasteland, da esperire rigorosamente on the road, assieme al microcosmo dei labirintici sotterranei del Vault, dall’assurda tecnologia retrò. Come anche molti brani della colonna sonora (a cura dell’eccellente Ramin Djawadi – Game of Thrones), presi direttamente dal repertorio vintage (anni ‘50, of course). Le canzoni d’epoca, apparentemente così rassicuranti in un mondo inospitale, sono spesso un irresistibile contrappunto con effetto sdrammatizzante di scene particolarmente intense o violente.
Ad aumentare l’effetto straniante e disturbante di una serie che è un elettrizzante immenso parco giochi pieno di mostri e misteri in cui perdersi, come talvolta accade nei videogiochi. L’orizzonte si allarga quindi in modo talvolta un po’ dispersivo, ma sempre fantasticamente ipnotico. E in questa ricca e complicata geografia del dopobomba, ognuno dei protagonisti – chi tra orde di assassini mascherati da carnevale, chi alle prese con cervelli aziendali montati su robot domestici, chi dovendo fronteggiare piccoli godzilla o giù di lì – deve alla fine combattere la propria battaglia di verità.
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