Vendetta: Guerra nell’Antimafia (Vendetta: Truth, Lies and the Mafia) è una docuserie italiana (Netflix, 2021) in 6 episodi dai 35 ai 45 minuti circa, frutto di una coproduzione angloitaliana, che vede Davide Gambino e Ruggero di Maggio, i due autori siciliani di Mon Amour Film, collaborare con gli inglesi della pluripremiata Nutopia (Bad Surgeon).
Le produzioni documentaristiche italiane degli ultimi anni – perfettamente in linea con quelle americane – ci hanno raccontato una realtà sempre più allucinata e propensa a confondersi con la finzione (vedi Wanna, SanPa). Anche quando si tratta di cold case o indagini e relativi processi penali di un certo rilievo (Il caso Yara, Vatican Girl). In questo particolarissimo caso di cronaca, invece, l’assurdo si sposta nell’inedito terreno non tanto della mafia, quanto dell’antimafia. Dando vita ad una vicenda dalle caratteristiche e contraddizioni tipicamente nostrane. Una vicenda estremamente controversa, in cui è difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e, soprattutto, capire chi ha veramente sbagliato.
In Vendetta, Gambino e Di Maggio hanno seguito le storie personali e l’acceso scontro di due esponenti dell’antimafia molto diversi tra loro. Da una parte Pino Maniaci, giornalista e conduttore. Che, da più di vent’anni, dalla sua emittente siciliana Telejato si batte per la lotta alla criminalità organizzata. Dall’altra, Silvana Saguto, oggi ex magistrato del Tribunale di Palermo. Che, da Presidente della sezione Misure di Prevenzione (l’organo che definisce il sequestro dei beni appartenenti ai mafiosi) è stata per lungo tempo uno dei giudici più importanti, e in prima linea, nella stessa battaglia.
Pino Maniaci vs. Silvana Saguto
La querelle ha inizio nel 2013, quando Maniaci conduce alcune inchieste su presunti episodi di corruzione a carico di rappresentanti della magistratura siciliana. Imputando alla Saguto l’indebito sequestro di beni, l’addebito di compensi eccessivi per la loro amministrazione, e l’aver portato diverse imprese in bancarotta, con la complicità del marito. Il giudice, dal canto suo, accusa il giornalista di favorire la stessa mafia che tanto spavaldamente critica su Telejato.
Nel 2016, la procura di Palermo indaga Pino Maniaci per diffamazione ed estorsione, accusandolo di avere usato un “metodo a tenaglia” intento a denigrare o esaltare, attraverso i suoi servizi televisivi, mafiosi e politici locali in cambio di denaro. Nello stesso anno, anche Silvana Saguto viene indagata: a suo carico ben 39 capi d’accusa tra cui corruzione, abuso d’ufficio e appropriazione indebita.
La docuserie si fonda su un accesso pressoché totale agli stessi protagonisti, alle loro famiglie, ai loro legali e a un vasto archivio di materiale di repertorio. Vendetta ha il pregio di non prendere mai parte nello scontro tra la Saguto e il Maniaci. Anzi, fin dal primo episodio ne vengono riconosciuti i rispettivi meriti nella lotta alla criminalità organizzata e viene altresì data ampia testimonianza sull’onestà di entrambi. Ognuno dei due ha, a suo modo, dedicato la propria vita alla lotta alla mafia. L’accusa di sfruttare questa lotta per il proprio tornaconto personale ha quindi minato alla base la credibilità e la rispettabilità di entrambi. Volenti o nolenti, si ritrovano al centro di una guerra – mediatica e processuale – senza esclusione di colpi.
Vendetta: un documentario lungo quindici anni
Le riprese sono durate, in maniera non continuativa, più di quindici anni, dal 2005 al 2021. In questo modo, Vendetta racconta i fatti nel mentre si svolgono. Questo ha richiesto – come dichiarato dagli autori – “un allenamento alla pazienza e al pensiero lento. […] L’imparzialità è una chimera, ma non va confusa con la mancanza di un punto di vista. Non volevamo né condannare né assolvere i protagonisti, ma ragionare sul tema di cosa sia vero e cosa no”.
Entrambi si sono sempre dichiarati innocenti, accusando l’altro di perseguire una sciagurata vendetta, e non si sono sottratti alle telecamere di Di Maggio e Gambino. Che hanno seguito dapprima il solo Maniaci, fin dal 2005, e poi la vicenda che li vede entrambi protagonisti, dal 2013.
In effetti, l’idea originaria era quella di realizzare un documentario su quell’esagitato fenomeno scurrilmente fuori dalle righe che era, già nel 2005, Pino Maniaci con la sua minuscola ma agguerritissima Telejato. Che non si è mai tirata indietro nel denunciare, senza lesinare coloriti insulti, mafiosi conclamati e presunti tali. Un uomo la cui vita è stata costantemente minacciata, a cui hanno dato fuoco all’auto e ucciso i cani. Il suo coraggio – e la sua imprudenza – lo hanno reso un mito presso la comunità locale.
“Inoltre il territorio in cui Telejato agisce è un territorio ad altissima densità mafiosa, il cosiddetto triangolo della mafia nella provincia tra Trapani e Palermo ed era significativo raccontare questo gesto di ribellione in quel territorio. Abbiamo seguito per tre anni Maniaci e la sua famiglia nelle sue battaglie, ma ne usciva un personaggio troppo bidimensionale, una sorta di icona, volevamo invece una complessità maggiore. Per questo motivo ci siamo fermati.”
I Soprano che incontra Tiger King
I due autori decidono di riprendere nel 2015, in seguito alle accuse di Telejato nei confronti del giudice Saguto. “Da lì abbiamo deciso di raccontare in modo imparziale lo scontro tra i due, la guerra nella guerra.” Una guerra naturalmente atta a distogliere le energie in campo da quella che dovrebbe essere la vera guerra. La lotta alla mafia complicata dall’attacco a chi se ne fa carico… Questo, va da sé, è tipicamente italiano. Come anche la distanza sociale che emerge tra il giornalista di provincia e un giudice appartenente alle più alte sfere della magistratura palermitana. Un involontario secondo scontro tra due distinte classi sociali. I cui rappresentanti giocano un elemento chiave nella battaglia contro l’illegalità.
“Quando Maniaci nel 2016 è stato accusato ed è stata messa in dubbio la sua reputazione di eroe abbiamo capito che era una storia locale ma allo stesso tempo interessantissima per un’audience globale.” L’ha capito bene anche Netflix, che ha distribuito la docuserie in oltre 190 Paesi. “Vendetta: Guerra nell’Antimafia ha un secondo livello di lettura, quello appunto che interroga sulla verità, sulla bugia, sulle zone grigie, e in questo crediamo ci sia una universalità della storia. Una storia locale che possa in qualche modo aprirsi a una piattaforma globale, a un palcoscenico globale proprio per le tematiche che affronta”.
“Vendetta, lo show sulla mafia di Netflix è I Soprano che incontra Tiger King”: questo il titolo della più che positiva recensione del Guardian. E questa inedita combinazione tra documentario tradizionale, giornalismo investigativo e dramma giudiziario, senza dimenticare il tocco di folklore mafioso, influenzata – a detta degli stessi registi – da The Staircase e Wild Wild Country (hai detto poco!), si conclude con i verdetti di primo grado di Saguto e Maniaci.
Vendetta: Falcone l’antimafia come fatto umano
Nel 2020, Silvana Saguto è stata condannata in primo grado a 8 anni e 6 mesi per corruzione. Nel 2021, Pino Maniaci è stato assolto in primo grado dall’accusa di estorsione e condannato per diffamazione ad 1 anno e 5 mesi. “Abbiamo scelto di stare sulla dimensione umana dei due personaggi e del loro vissuto. Il nostro non è un documentario sulla mafia o sull’antimafia in genere, ma sulle vicende uniche e personali di Maniaci e Saguto.” La scelta di mostrare pienamente l’umanità di magistrato e giornalista, in tutte le loro debolezze e contraddizioni, ha l’effetto di mostrare anche la fallacia di un sistema, quello dell’antimafia, ricco di lacune sia a livello organizzativo – dove rintracciamo le accuse a Saguto – sia a livello mediatico – dove invece si problematizza la figura di Maniaci.
“Volevamo far capire a chi vede il documentario che l’antimafia è un movimento che va coltivato, ma non deve essere sacralizzato.” Il che ci riporta per direttissima alla vera e propria chiusa della docuserie, ovvero Falcone che dice che non solo la mafia è in fondo un fatto umano. Ma che fatto umano è anche l’antimafia, nel cui nome c’è sempre la possibilità che si compiano gesti non così distanti dal fenomeno mafioso che si vuole contrastare.
L’essere umano – troppo umano – è sommamente fallibile, in conclusione. E il ruolo di rilievo che i due hanno avuto nella lotta alla criminalità organizzata non implica necessariamente che non possano essere stati criminalmente tentati. “Abbiamo cercato di non prendere le parti di nessuno, questo però non vuol dire che non abbiamo un nostro punto di vista sulla vicenda: altrimenti non avremmo potuto raccontarla.” Sacrosanto. E, in conclusione, quale sarebbe questo punto di vista? Che la realtà è sempre più diabolicamente grigia e sfaccettata di qualsiasi film in bianco e nero.
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