Nel cuore polveroso della provincia americana, tra roulotte abbandonate e vite sospese, è arrivata una serie bella come non era facile aspettarsi fosse (anche per via di una delle più brutte locandine da tanto tempo a questa parte). Task, creata da Brad Ingelsby per HBO, è un piccolo gioiello noir, crudo e malinconico, che in Italia è approdato su Sky e NOW quasi in contemporanea con l’uscita americana del settembre 2025. Sette episodi intensi, narrativamente solidi e moralmente complessi, che partono da uno spunto di genere – un agente FBI deve fermare una banda di rapinatori – e arrivano molto oltre. Dentro il dolore, il lutto, la colpa, il perdono.
I protagonisti di questa storia sono due uomini spezzati. Tom, ex prete diventato agente federale, segnato da una tragedia famigliare che ha frantumato il suo presente. E Robbie, un uomo qualunque (e non troppo brillante), che si ritrova a compiere rapine violente per vendetta contro la gang che ha distrutto la sua famiglia. Uno dovrebbe essere il “buono”, l’altro il “cattivo”. Ma in Task le categorie morali si frantumano, come le vite di chi abita la scena. Quella che ci viene raccontata è una zona grigia, fatta di compassione e rimorso, di errori irrimediabili – e tentativi di trovarvi rimedio. Il male si confonde col dolore. Il bene è una tensione permanente, mai un possesso stabile.
Come aveva già fatto in Omicidio a Easttown, Ingelsby dimostra di saper raccontare l’America ferita attraverso personaggi straordinariamente umani. Lontani da ogni glamour, da ogni eroismo. Ma proprio in questa povertà emotiva e materiale Task trova una verità rara. Quella che resta sotto la pelle, quando il caso è chiuso e il finale – struggente – ti lascia un nodo in gola. E una domanda: cosa vuol dire davvero “fare la cosa giusta”?
Task: produzione, cast e trama
Creata e scritta da Brad Ingelsby per HBO, Task nasce come miniserie. Ma la risposta assai positiva della critica ha portato al rinnovo per una seconda stagione. I sette episodi della prima stagione, diretti da Jeremiah Zagar e Salli Richardson Whitfield, costruiscono un racconto teso, avvolgente, profondamente umano, ambientato nei sobborghi più ruvidi della Pennsylvania. Al centro della storia, una task force dell’FBI incaricata di indagare su una serie di rapine armate ai danni dei covi (depositi di droga e denaro) di una potente gang motociclistica, i Dark Hearts.
La missione è affidata a Tom Brandis (Mark Ruffalo), ex prete divenuto agente federale, richiamato in servizio dopo una lunga pausa segnata da una tragedia familiare. Lo affiancano alcuni investigatori locali, tra cui la sergente Aleah Clinton (Thuso Mbedu) e il detective Anthony Grasso (Fabien Frankel). Ma il vero motore narrativo della serie è l’incontro-scontro con Robbie Prendergrast (Tom Pelphrey, Ozark), un operaio della nettezza urbana che, con l’aiuto di un amico, mette a segno le rapine sfruttando le sue conoscenze del territorio e una talpa all’interno della gang.
Il colpo di scena arriva subito: durante una rapina andata male, Robbie si ritrova ad accudire un bambino sopravvissuto alla sparatoria, figlio di uno dei criminali uccisi. Da lì inizia un viaggio dolente e teso, che mescola dramma familiare, thriller investigativo e spaccato sociale. Il cast è magnifico. Ruffalo e Pelphrey sono monumentali nel conferire verità a ogni scelta di scrittura e regia. Ma una menzione merita anche Emilia Jones nel ruolo di Maeve, la giovane nipote di Robbie che ne cresce i figli.
Task non ha paura di rallentare per scavare nei personaggi, e ogni episodio aggiunge uno strato di profondità alla tensione narrativa.
Brad Ingelsby e la lezione di Omicidio a Easttown
Brad Ingelsby già con Omicidio a Easttown aveva dimostrato di saper scavare dentro l’America di provincia — le sue classi sociali in crisi, le famiglie spezzate, la violenza che opprime senza clamore. Era un noir che non voleva essere solo un giallo, ma un ritratto sociologico e umano. Con Task varia sul genere (dal murder‑mystery al crime‑drama), cambia un poco ambientazione (non più una cittadina chiusa, ma la periferia e le aree degradate dell’Est degli Stati Uniti: la Pennsylvania in cui è nato ed cresciuto), ma conserva la stessa sensibilità verso la povertà esistenziale, i lutti, le colpe e i fantasmi che segnano la vita delle persone.
In Omicidio a Easttown c’erano una madre, un delitto e una comunità sotto assedio: la tragedia era intima ma eloquente. In Task la tragedia è collettiva, stratificata: c’è la violenza organizzata delle gang, la disperazione economica, la disgregazione familiare, la sfiducia nelle istituzioni. Eppure anche questa volta Ingelsby riesce a far emergere l’umanità sotto la polvere: più che un “cattivo” da catturare, si vuole raccontare come il dolore genera antieroi, come la giustizia e la vendetta si confondono, come sopravvivenza e moralità si intrecciano.
Pur con un ritmo piuttosto serrato e buoni momenti di azione, Task non rinuncia a fermarsi quando serve: per mostrare un volto, un pianto, un dubbio. La sceneggiatura costruisce personaggi complessi, con contraddizioni, fragilità, desideri fallaci. Non ci sono eroi perfetti, solo esseri umani irrimediabilmente segnati. E questa è esattamente la poetica che ci aveva conquistato in Easttown — trasposta in un contesto più duro, più vasto.
Ingelsby non cade nella tentazione del noir estetizzante: resta saldo nella sua vocazione al realismo morale e sociale, elementi centrali della sua poetica.
I Dark Hearts: violenza, miseria, abbandono delle istituzioni
Al centro di Task c’è una realtà che ormai abbiamo visto in tantissime serie, su tutte ovviamente Sons of Anarchy. E cioè le gang motociclistiche — nel caso della serie, i Dark Hearts — con il loro traffico di droga, la gerarchia tribale, la cultura dell’onore deformato, la violenza che si autogiustifica con leggi interne. Nella realtà come nella finzione, queste organizzazioni sono state spesso mitizzate; in Task, invece, sono rappresentate nel loro aspetto più brutale, degradato, miserabile. Di violenza, sessismo, avidità.
I Dark Hearts non sono “fuorilegge romantici”: sono la criminalità che si insedia in chi non ha più futuro, negli spazi abbandonati dalle istituzioni. La serie scava dentro le loro dinamiche — la lealtà violata, i ricatti, la paranoia, il tradimento. Robbie e il suo compare Cliff, però, non sono antieroi glamour, ma vittime prima ancora che carnefici: uomini spezzati dalla perdita e dall’ingiustizia. Rapinare le stash house diventa per loro un atto disperato di rivalsa, una vendetta non ideologica ma viscerale, un tentativo di uscire dalla gabbia di circostanze impossibili.
E dall’altra parte, l’FBI: Tom Brandis e la task force rappresentano il potere istituzionale, il tentativo di ripristinare l’ordine. Ma spesso si scontrano con la disperazione, la sfiducia di comunità che non riconoscono la giustizia come opzione reale. E non sono immuni essi stessi alla corruzione. Un conflitto — tra sistema e marginalità, tra legge e sopravvivenza — che Task narra con brutalità e delicatezza al tempo stesso.
Perché Task funziona: profondità e compassione
Task funziona perché ha il coraggio di osare la profondità. Ogni personaggio — buono, cattivo o in bilico — è una vita intera, con un passato, un peso, un rimorso. Robbie non è un villain: è un uomo ferito, assetato di giustizia e di riscatto per sé e per la sua famiglia. Quando sceglie di proteggere un bambino più che salvare la pelle, ne vedi l’umanità anche nelle scelte sbagliate.
Tom, dall’altra parte, è un eroe stropicciato: un ex prete, un padre che ha perso fede nella famiglia che aveva costruito, un alcolizzato, un agente controvoglia che però non può ignorare il richiamo della responsabilità. La sua fragilità — la sua inadeguatezza — lo rende umano, credibile, vicino. Ruffalo è magistrale nel dar corpo a un personaggio che è quasi un moderno Giobbe: un uomo buono che la vita ha punito con crudeltà beffarda, assegnandogli un destino terribile.
La scrittura di Ingelsby riesce quasi miracolosamente a tenere insieme un realismo mai consolatorio — nel ritmo, nei dettagli, negli ambienti — a un accumulo di sfighe che in mani meno abili risulterebbe grottesco fino all’implausibilità. Ma non si compiace della sofferenza dei suoi personaggi, anzi, costruisce per loro (per alcuni di loro) occasioni e percorsi di riscatto.
Fino a un finale che è nel segno della compassione (letteralmente, nell’etimo: soffrire con) e del perdono. E a cui è difficile restare insensibili. Dietro il crimine, dietro il lavoro della polizia, Task ci ha indicato qualcosa di più importante e sfuggente: il dibattersi della vita.
E per questo — per come osa raccontare il dolore, la colpa, la fragilità, l’umanità — è una delle serie più intense del 2025.
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Omicidio a Easttown, specchio lancinante di un’America ferita

















