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“Qui non è Hollywood”: il delitto di Avetrana tra media e realtà

Abbiamo veramente bisogno di serie TV che ripercorrono fatti di cronaca, anzi, verità processuali? Quella dello show italiano è una narrazione fedele alle sentenze, ma non alla complessità dei fatti

di Giulia Guidi
09/01/2026
in Articoli
Cover di Avetrana - Qui non è Hollywood per Mondoserie
29
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Quando Disney+ ha rilasciato, a fine 2024, la miniserie in 4 episodi Avetrana – Qui non è Hollywood, il pubblico italiano sapeva già che non si trattava di una semplice operazione televisiva. Raccontare il delitto di Avetrana significa misurarsi con una delle ferite più profonde della cronaca recente. Significa fare i conti con un dolore ancora vivo e con una memoria collettiva che, negli anni, è stata manipolata, consumata, distorta. La serie, diretta da Pippo Mezzapesa e prodotta da Matteo Rovere (Veloce come il vento, Il primo re, La legge di Lidia Poët) per Groenlandia, prometteva sin dal titolo un approccio diverso: più asciutto, più rispettoso, più attento alla dimensione umana che allo spettacolo.

L’impianto narrativo di Mezzapesa è rigoroso. La serie sceglie una linea di racconto che aderisce in modo quasi chirurgico alla verità processuale, cioè a ciò che i tribunali hanno stabilito dopo anni di indagini e dibattimenti. Una scelta che dà ordine, che evita scorciatoie interpretative. Ma che porta con sé anche un limite strutturale: la verità processuale non coincide necessariamente con una verità totale. È un risultato giuridico, non sempre storico.

E questo si percepisce: la serie è compatta, ma appare a tratti blindata. Racconta ciò che è stato stabilito, non ciò che la comunità, gli avvocati, i cronisti hanno discusso, messo in dubbio, problematizzato.

Una produzione di alto livello, tra atmosfere riuscite e derive oniriche

La cura produttiva è uno degli aspetti più solidi di Avetrana – Qui non è Hollywood. Mezzapesa opta per una regia sobria, senza fronzoli, che rifiuta la tentazione del thriller. Il cast è costruito con intelligenza. Federica Pala è una Sarah credibile e mai stereotipata. Giulia Perulli restituisce una Sabrina inquieta e complessa. Vanessa Scalera porta in scena una Cosima dura, trattenuta, quasi indecifrabile. Paolo De Vita interpreta Michele con una fragilità che ricorda l’ambiguità del personaggio reale, oscillante tra verità e menzogna.

La produzione di Groenlandia investe su scenografie e ambienti naturali che non imitano ma evocano Avetrana, mantenendo un equilibrio raro tra fedeltà e libertà creativa. Anche la fotografia, costruita su toni desaturati e naturali, asseconda un racconto che vuole restare ancorato alla realtà senza mai spettacolarizzare.

Avetrana – Qui non è Hollywood è più incisiva quando racconta la quotidianità del paese, il caldo soffocante delle estati pugliesi, il senso di comunità che si spezza. Quando però decide di “romanzare” l’atmosfera, affiora un’altra dimensione: una certa tendenza all’onirico, alla metafora visiva, a immagini che sembrano voler dire più del necessario.

Alcuni passaggi, come le lunghe inquadrature dei campi assolati, il giorno della scomparsa raccontato con rallenty simbolici, o la ricorrenza dell’acqua riflessa come elemento metaforico, non sembrano dialogare davvero con il rigore processuale che la serie rivendica. Sono momenti che evocano un sogno, o un incubo, poco compatibile con la terra bruciata dalla cronaca giudiziaria. È una scelta estetica che divide: per alcuni spettatori arricchisce; per altri rischia di confondere.

Avetrana – Qui non è Hollywood e il rapporto con i media: una ferita che torna a pulsare

Avetrana – Qui non è Hollywood è tratta dal saggio “Sarah. La ragazza di Avetrana” di Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, che hanno anche collaborato alla sceneggiatura.

E uno dei punti più lucidi della serie riguarda il racconto dei media. Attraverso il personaggio interpretato da Anna Ferzetti (una giornalista lì per caso), la serie mette in scena l’assedio mediatico che travolse Avetrana nel 2010. Trasformando un paese di 6000 abitanti in un teatro di dirette continue. Le televisioni, i talk show, il voyeurismo nazionale sono restituiti con precisione. Senza compiacimento ma anche senza sconti.

Eppure, nel denunciare la spettacolarizzazione, la serie stessa rischia inevitabilmente di riattivare quel meccanismo. Raccontare di nuovo Avetrana significa riaprire un capitolo, riportare in superficie un dolore che, almeno in parte, era stato archiviato. È una contraddizione che Mezzapesa sembra riconoscere e accettare, ma che non cancella del tutto.

Una serie necessaria? Dipende da cosa si cerca

Avetrana – Qui non è Hollywood è una serie tecnicamente solida, recitata con misura e diretta con rispetto. Vincitrice come Miglior serie TV – Crime ai Nastri d’argento – Grandi Serie 2025. 

Offre uno sguardo meno rumoroso e più meditato sul delitto di Avetrana, restituendo il volto di una comunità ferita. Ma è anche un’opera che vive di tensioni interne: tra verità processuale e verità storica, tra realismo e simbolismo, tra rigore e poesia visiva.

La domanda, allora, resta aperta: era necessario tornare su questa storia? Forse sì, se l’obiettivo era riflettere su come i media influenzano la giustizia e la percezione pubblica. Forse meno, se ci si aspettava una ricostruzione definitiva, capace di sciogliere dubbi e contraddizioni.

Avetrana – Qui non è Hollywood non lo fa e forse non avrebbe potuto farlo. Ma ricorda, con una forza sobria e persistente, che ci sono storie che non finiscono davvero. Restano sospese, come un eco, tra ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere, per riempire i social. 

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Giulia Guidi

"La Guidi, quella del calcio". Ma non solo. Giornalista dai tempi del liceo, grazie alla legge Mammì e a una tv locale, ha preso il tesserino solo nel 2012 (subito da professionista) solo per tutelare le fonti in tribunale. In perenne opposizione a qualsiasi cosa, nomade tra tre regioni, in realtà nasconde un animo solare e romantico. No, si scherza. Oltre al calcio, si è occupata di cronaca nera e nerissima, di criminalità organizzata e misteri di Stato. Di furberie venete e di insabbiamenti istituzionali. Attualmente lavora in una testata economica, scoprendo le radici del male. Nel tempo libero, coltiva l'antico orticello semiotico, ma, più spesso, si fa un vodka tonic. Si pregia di essere una delle poche persone che conosce a non aver (ancora) scritto un libro.

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