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La Pazza del Sacro Cuore è la trilogia nata dalla collaborazione tra Alejandro Jodorowsky (sceneggiatura) e Moebius (disegni). Pubblicata originariamente in Francia tra il 1992 e il 1998 (composta dai volumi La pazza del Sacro Cuore, La trappola dell’irrazionale e Il folle della Sorbona), segna il grande ritorno della coppia d’oro del fumetto mondiale dopo il successo planetario de L’Incal. A dirla tutta, originariamente lo scrittore cileno non aveva pensato di affidare questa storia al geniale disegnatore francese. Si tratta infatti un’opera atipica rispetto alle solite produzioni: ambientata nella Parigi contemporanea, tra le cattedre della Sorbona e i bassifondi delle banlieue. Un terreno insolito per due autori abituati agli spazi siderali. Ma dopo averla letta, Moebius se ne innamora a tal punto da volerla realizzare a tutti i costi.
Spesso schiacciata dalla magniloquenza fantascientifica de L’Incal o dalla potenza mitologica de La Casta dei Meta-Baroni, quest’opera viene erroneamente etichettata come un “lavoro minore”. O un divertissement. In realtà, possiede una dignità immensa: La Pazza del Sacro Cuore opera una sorta di viaggio al contrario nel mito. Rappresenta la spoliazione dell’eroe. È un’opera di “psicomagia a fumetti” che abbandona l’estetica dell’epos per sporcarsi le mani con la commedia umana, il sesso grottesco e la satira sociale. La sua grandezza risiede proprio nel coraggio di essere “piccola”, intima e ferocemente dissacrante.
Qui Jodo è in stato di grazia: la sua scrittura è fluida, comica, priva delle pesantezze esoteriche che a volte rallentano le sue saghe spaziali. È feroce ed esilarante. A questa libertà risponde un Moebius che opta per una “linea chiara” sintetica, cristallina, creata di getto. Il disegno non appesantisce mai la follia della trama, ma la rende aerea e dinamica. È il matrimonio perfetto: Jodo mette la “sporcizia” narrativa e la carne, Moebius la eleva con un segno che profuma di spirito. Senza l’eleganza del tratto, la storia rischierebbe il volgare; senza la follia della trama, il segno resterebbe puro estetismo.
Alain Mangel: dalla Sorbona al fango, da Heidegger alla diarrea
Il protagonista è Alain Mangel, un tronfio professore di filosofia alla Sorbona. All’inizio lo vediamo quasi come una figura messianica: una star del razionalismo che incanta le platee citando la Bibbia come un codice logico. Ma la sua torre d’avorio crolla quando Elisabeth, una sua studentessa, lo convince che lui è il prescelto per dare alla luce un nuovo Messia.
Da qui inizia una caduta libera grottesca. Mangel viene cacciato dall’università, perde moglie, casa e onore. Finisce a vivere tra fanatici e reietti, inseguito da poliziotti e profeti. L’intellettuale algido si sgretola, trasformandosi in un uomo nudo e vulnerabile. Il “Sacro Cuore” del titolo non è più il monumento di pietra che domina Parigi, ma un organo che pompa dolore e amore.
La trasformazione di Alain è filosofica ma soprattutto biologica. Parte come un esegeta biblico legato al “Verbo”, attraversa una fase Heideggeriana dove si interroga sull’essere-nel-mondo, per poi capire che la filosofia non basta.
Jodorowsky, da bravo psicomago, sa che per pulire l’anima bisogna passare per il corpo. Alain intraprende un cammino di liberazione letterale: le sue continue, imbarazzanti scariche di diarrea non sono solo gag comiche, ma simboli di una pulizia interiore. Mangel deve espellere tutto il “pieno” di concetti inutili, tutta la spazzatura intellettuale che ha accumulato, per ritornare vuoto e finalmente autentico. Tra mille peripezie e assurdità, Alain impara che la verità non abita nei libri, ma nel sudore e nell’accettazione dell’impossibile.
In questo caos brilla Elisabeth, la “Pazza”, il Matto dei Tarocchi che cammina verso il precipizio trascinando con sé il professore. Lei non usa la logica, ma una seduzione profetica. È una guida cieca che trascina Alain nel fango per farlo rinascere.
E poi c’è Jesusa, la figlia di un narcotrafficante che diventa un’icona sciamanica. Lei rappresenta l’abbandono al misticismo popolare contro la ragione accademica. Insieme a un seguito di tossicodipendenti e fanatici — la sua “corte dei miracoli” — Jesusa costringe Mangel a guardare in faccia l’umanità più derelitta. Dove il grottesco si trasforma finalmente in sublime.

La Pazza del Sacro Cuore e il misticismo delle viscere
L’anima dell’opera è il ping-pong tra Alto e Basso. L’estasi spirituale passa per l’atto sessuale grottesco; il sacro viene letteralmente “incarnato”.
Moebius disegna corpi stanchi e trasudanti umori (il carnale) con una linea così pura da renderli aerei (l’etereo). La citazione colta convive con la scatologia. È una lezione di umiltà cosmica: siamo angeli che devono fare i conti con le proprie viscere.
Alejandro Jodorowsky mette in scena il suo tema prediletto: la morte dell’Ego. Alain Mangel entra nel libro come una “Torre d’Avorio” e ne esce come un essere umano. Il suo credo filosofico — razionale, freddo, basato sul controllo — viene sistematicamente profanato. La sua metamorfosi è una spoliazione: deve smettere di “pensare” la vita per iniziare a “subirla”. È il passaggio dal Logos (la parola) all’esperienza viscerale della carne.
Il finale è una delle conclusioni più umane di Jodorowsky. Alain Mangel non torna alla Sorbona e non diventa un superuomo. Accetta il suo ruolo di “Folle”. Abbraccia l’irrazionale non come una sconfitta, ma come una vittoria dello spirito sulla mente. Alain è finalmente guarito perché ha accettato di essere ridicolo agli occhi del mondo. Pur di essere vero davanti a se stesso. Un uomo che ha perso tutto il suo mondo di carta per ritrovare la propria anima in fondo a una pozza di fango.
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