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I Beatles, a distanza di più di 50 anni dal loro scioglimento, sanno ancora suscitare emozioni come pochi altri artisti. Peter Jackson, d’altra parte, è un regista che di certo non ha paura delle imprese titaniche, su tutte la celeberrima saga del Signore degli Anelli. Ecco allora che Get Back ha il sapore del miracolo di Natale per ogni innamorato del quartetto di Liverpool.
Il punto della questione, però, è: quelli che vediamo e ascoltiamo in queste tre puntate di circa tre ore ciascuna sono veramente i Beatles?
Se guardando quest’opera avete avvertito una strana sensazione, seguitemi in questa piccola investigazione su quello che ritengo essere una delle questioni più spinose sul restauro audio video di questo Get Back. E cioè: quanto è documentario e quanto è finzione?
“Documentari” è il format del podcast di Mondoserie dedicato all’approfondimento delle produzioni non di fiction.
Il precedente: ricostruzione, non restauro
Circa tre anni prima di Get Back, lo stesso regista aveva strabiliato il mondo con They Shall Not Grow Old, un’opera in cui le moderne tecnologie di digitalizzazione di immagini e sonoro avevano dato nuova vita ai filmati di repertorio della Prima Guerra Mondiale.
La lezione di quel film è cruciale: più che di restauro si è trattato di ricostruzione. Al di là della pulizia digitale di audio e video, l’introduzione dei colori, sebbene basata su una palette decodificata e rielaborata dagli algoritmi, è comunque arbitrariamente decisa a monte. Soprattutto, l’aumento dei fotogrammi al secondo, da 16 a 24, è ottenuto grazie al machine learning: in parole povere, i frame aggiuntivi sono stati creati ex novo dall’Intelligenza Artificiale.
Quindi, anche se passa come documentario, di documentaristico c’è solo la materia di base. Un purista potrebbe obbiettare che il lavoro di Jackson ha una valenza storica falsata e appiattita, per quanto ineccepibile dal punto di vista visivo. Ma lasciamo in sospeso ancora per un po’ il nostro giudizio e torniamo a occuparci dei Beatles.
Il contesto di Get Back: il progetto del ritorno alle origini
Jackson e il suo staff hanno avuto a disposizione 60 ore di filmati e 150 ore di registrazioni audio in larga misura inedite e in parte usurate, prodotte dai Fab Four in occasione del progetto originariamente chiamato Get Back.
Girato nel gennaio 1969, l’idea del gruppo, specialmente di Paul McCartney, era quella di ritornare al rock degli esordi dopo anni di arrangiamenti elaborati e sovraincisioni che avevano allontanato il gruppo dal pubblico e, soprattutto, da sé stessi. L’accordo era di comporre una quindicina di pezzi originali, senza fronzoli, portarli in uno show dal vivo e registrarli come un album live.
Le cose andarono molto diversamente. Le registrazioni nell’enorme capannone dei Twickenham Studios provocarono non poco straniamento e insofferenza a Harrison e Lennon. Con il primo che abbandonò la band per diversi giorni dopo un litigio con McCartney. Lo spostamento nei più intimi studi interrati della Apple Corps e l’arrivo del tastierista Billy Preston riagguantarono una band e un progetto ormai prossimi allo sbando.
Abbandonata completamente l’idea del concerto, il 30 gennaio, con una manciata di canzoni nuove, il celeberrimo quartetto di Liverpool si inerpicò sui tetti della casa di produzione per esibirsi in un concerto gratuito che paralizzò Londra. E li fece finire una volta per tutte nella storia della musica.
Icone e persone: la crisi d’identità culturale
Perché i Beatles sono stati in tutto e per tutto un moto di accelerazione culturale. Hanno rappresentato il cambiamento, anche traumatico, di un’epoca che ha visto crearsi un abisso tra le generazioni. La Beatlemania è stata uno dei primi eventi globalizzanti della nostra epoca, un fenomeno che ha travalicato geografie e culture e ha sancito una cinquantennale egemonia occidentale sulla cultura popolare mondiale.
John, Paul, George e Ringo non sono solo persone nate, vissute e, un paio di loro, morte. Sono icone assolute, figlie di un modo di concepire il business della musica che li ha resi prima star del merchandise, poi esponenti viventi della pop art e infine, nel caso di Lennon, veri e propri messia della controcultura.
In quest’ottica è estremamente facile dimenticare che sono stati prima di tutto persone. Ci viene la tentazione di trattarli come personaggi. I Beatles come Darth Vader o Superman, per sempre cristallizzati nell’immaginario popolare. Dove finiscono le persone, e dove iniziano le icone?
Peter Jackson ci ha teso un tranello elaboratissimo confezionando, sotto l’egida Disney, uno scrigno che sembra aprirsi sulla dimensione umana dei quattro, senza diventare troppo pruriginoso nella ricerca di dettagli privati. Ci introduce, per quanto possa essere possibile, nelle pratiche creative del gruppo. Ecco quindi il ‘poser’ McCartney che trova le note di Get Back nell’indifferenza generale dei tecnici. Il passivo-aggressivo Harrison che propone All Things Must Pass per poi tenersela per sé. L’ormai acclarato tossicodipendente Lennon che alterna sessioni entusiastiche a blackout disperanti, diventando un tutt’uno con una Yoko sempre muta… E il buon Ringo che si fa letteralmente in quattro per tenere insieme gli ego smisurati dei suoi compagni.
Indicativo è un momento in cui Lennon e McCartney eseguono una versione di Two Of Us in cui la regola è quella di tenere i denti stretti. Il risultato è un John terrificante nel suo sguardo da ‘pazzo’ e che sembra voglia saltare alla giugulare dell’amico, il quale comunque non si tira indietro nel mostrare le zanne. Ma potrebbe anche essere solo un gioco.
In fondo Get Back è una storia di musica e di artisti con delle forti personalità vicine al punto di rottura, che cercano di apparire disinvolti davanti alle onnipresenti telecamere o agli invadenti microfoni a giraffa. Ma l’imbarazzo si sente tutto ed è perfettamente rappresentato dalla visita del comico Peter Sellers che, dopo pochi minuti di evidente disagio, si eclissa per non tornare più.
Si può parlare quindi di documentario se i soggetti delle riprese sapevano sin dall’inizio di essere ripresi? Se il vecchio adagio dice che già l’osservazione di un esperimento da parte di un soggetto esterno ne modifica la natura, figuriamoci se l’oggetto stesso dell’esperimento si rende conto di essere osservato…
L’ultimo elemento di Get Back: il “deep fake” perfetto
A questo punto si rende necessario calare l’ultimo elemento prima di lasciarvi emettere la vostra sentenza: il restauro e la digitalizzazione di immagini e suoni. Per quanto riguarda i filmati, la desaturazione tramite algoritmo porta una maggior brillantezza e nitidezza dei volti, facendoci accomodare in mezzo ai quattro artisti.
È il comparto sonoro, però, quello che ha subito la maggiore rivoluzione. Lo studio di Jackson ha sviluppato un sistema di apprendimento automatico (machine learning) per come suona una chitarra, come suona un basso, come suona una voce. A tutti gli effetti, il computer ha imparato come suona John e come suona Paul. A quel punto, le vecchie registrazioni mono sono state virtualmente scomposte in nuove tracce per tutti gli strumenti, le voci e la batteria. Questa capacità di isolare ogni traccia ha permesso ai mixer audio di regolare i livelli di volume per dare qualità e chiarezza al suono. Rendendo molto più facile rimuovere il rumore di fondo. Questa tecnologia ha permesso a Jackson di far sembrare che i Fab Four stiano suonando nel nostro salotto.
Quando viene utilizzata per la loro esibizione finale, è ancora più impressionante. Poiché il concerto sul tetto sembra il più vicino possibile alla realtà. In altre parole, usando una tecnologia molto simile (non la stessa, sia chiaro) a quella dei deep fake, gli strumenti e le voci dei Beatles sono state riprodotte e ricreate da algoritmi. Quindi, sono ancora i Beatles? Sono ancora Paul, John, George e Ringo? O sono, come ha ironicamente già detto qualcuno, la Sgt. Peppers Machine Learning Band?
Prima di rispondere, però, abbandonatevi a Get Back senza pensarci troppo. Ricordatevi di quando Lennon si faceva appendere al soffitto a testa in giù per poter dondolare e produrre una voce mai udita prima. Fate correre la mente ai sitar psichedelici di Harrison e ai nastri campionati e rovesciati di McCartney. E infine, rispondetemi: in fin dei conti, dopo essere state icone commerciali e artistiche, ora i Beatles non possono anche diventare gli alfieri delle nuove tecnologie?
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Sul tema delle implicazioni della tecnologia sull’arte, leggi anche il nostro articolo su The Irishman e la sua realizzazione

















