Per Elisa – Il caso Claps è una miniserie televisiva italiana in 6 episodi da 50 minuti circa, diretta da Marco Pontecorvo (figlio dell’eclettico Gillo, storico regista de La battaglia di Algeri). Tratta liberamente dal libro inchiesta Blood on the altar (Sangue sull’altare) del britannico Tobia Jones, e scritta con la consulenza della stessa famiglia Claps, la serie racconta i 17 lunghi anni trascorsi tra la scomparsa di Elisa Claps, nel lontano 1993, e il rinvenimento del suo cadavere, nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, nel 2010. E proprio a Potenza si sono svolte gran parte delle riprese. Il compenso destinato alla famiglia Claps è stato devoluto alla realizzazione di un ambulatorio medico in Congo. Partire volontaria, come dottoressa, per l’Africa era infatti un sogno della ragazza.
Per Elisa è andato in onda su RaiUno in prima serata, due puntate la settimana, nell’autunno 2023. Dall’estate 2024 la miniserie è approdata su Netflix, dove è tuttora reperibile. Attenzione: il fatto che la destinazione d’uso iniziale fosse la rete ammiraglia di ‘Mamma Rai’ – per l’ora di cena, come una volta si diceva – ha giocoforza caratterizzato non poco stile e struttura di questa narrazione. Che, a buon diritto, sarebbe da considerarsi una fiction nostrana. Del cui valore medio sembra però tutto sommato alzare l’asticella.
Segno che l’invasione di serie internazionali tramite piattaforme di streaming sta forse avendo un certo effetto sulla produzione seriale legata al colosso televisivo di stato (e al suo parente commerciale più prossimo). Chissà…
La verità nel sottotetto
Ad ogni modo, siamo lontani dalle atmosfere del podcast Dove nessuno guarda di Paolo Trincia, dedicato allo stesso caso. Il prezzo della prima serata sulla rete nazionale, nonostante l’innegabile incremento qualitativo, lo si deve comunque scontare. Ahimè, tra stereotipi e semplificazioni. L’adolescente Elisa Claps scompare nel nulla una domenica mattina del settembre ‘93, dopo un appuntamento, presso la chiesa della Santissima Trinità di Potenza, con il goffo e inquietante Daniele Restivo, suo compagno di scuola, figlio del direttore della biblioteca nazionale cittadina. Da qui la storia si concentra sulla prospettiva della famiglia Claps, a cominciare da quella del fratello maggiore Gildo (Gianmarco Saurino – La legge di Lidia Poët). Che della scomparsa di Elisa farà caparbiamente una vera e propria ragione di vita, compromettendo studi universitari e relazione con la fidanzata.
La sua ossessiva e perseverante battaglia contro errori, omertà e omissioni – a partire dagli stessi inquirenti – riesce a far sì che il caso non venga dimenticato. Arrivando inoltre a stimolare la nascita di ‘Penelope’, un’associazione a sostegno delle famiglie di persone scomparse. Tra i cui meriti bisogna annoverare l’essere riusciti a far cambiare la legge per cui non si poteva indagare prima fossero trascorse 48 ore dalla scomparsa di qualcuno. Ore che – come sappiamo bene anche soltanto dai film americani! – sono fondamentali per la riuscita delle indagini.
L’associazione viene fondata assieme a don Marcello Cozzi (Carlo De Ruggieri – Boris), sacerdote già responsabile di ‘Libera’, altra benefica realtà con sede in Basilicata. E giusto contrappeso all’ambigua figura di don Mimì Sabia (Antonio Petrocelli – The New Pope), sacerdote della Santissima Trinità, che sembra far di tutto per ostacolare la ricerca della verità. Che si era sempre trovata nel sottotetto della sua chiesa.
I protagonisti di Per Elisa
L’atteggiamento del prete mette a dura prova la fede religiosa di Filomena (Anna Ferruzzo – Il re), la combattiva madre di Elisa. Tremenda la sequenza in cui prega in ginocchio in chiesa, proprio sotto il cadavere di sua figlia. Mentre viene ridotto all’apatia – anche dall’incapacità delle stesse istituzioni, a partire ad esempio dal loro ‘non possiamo indagare prima di 48 ore’ – il padre Antonio (Vincenzo Ferrera – Utopia), che si chiude nel suo sordo dolore. Vi è infine l’altro fratello di Elisa, Luciano (Giacomo Giorgio – Mare Fuori), che decide di entrare nelle forze dell’ordine per dare il suo contributo contro malefatte del genere… Chiude il quadro della famiglia Claps la stessa Elisa (Ludovica Ciaschetti – Un passo dal cielo), evocata nei flashback antecedenti la sua scomparsa. Del resto la sua morte non viene mai – coerentemente, direi – inscenata.
L’evanescente e fantasmatica protagonista di Per Elisa, con i suoi sorrisi per tutti e i pensierini sul diario, è forse troppo per bene, troppo posata, troppo perfettina. Troppo per cosa? Per poter essere credibile. Così come l’umile e dignitosa famiglia Claps, tratteggiata forse in maniera troppo dolentemente edulcorata, per idealizzare quotidianità, valori e affetti di una realtà parentale primaria – una famiglia – del Sud.
In opposizione alla benestante e ‘potente’ famiglia Restivo, nella cui casa si fatica quasi a respirare. In virtù delle ottime interpretazioni del padre padrone (Francesco Acquaroli – Suburra La Serie) e del figlio Daniele (Giulio Della Monica), semplicemente perfetto nell’incarnare il mistero del ragazzo timido, tracagnotto e inquietante, che adora tagliare di nascosto ciocche di capelli alle donne negli autobus.
La colpa di essere un mostro
Nonostante tutte le prove a Potenza puntassero su di lui, il padre riuscì a proteggerlo – meglio, a proteggere il buon nome della famiglia – e a mandarlo a vivere in Inghilterra. Più precisamente a Bournemouth, dove nel novembre 2002 una sua vicina di casa, Heather Barnett, madre single di due adolescenti, viene ritrovata cadavere. Daniele Restivo verrà incriminato e condannato per l’omicidio di Heather e dopo anche per l’omicidio di Elisa.
Se l’efferatezza dei suoi morbosi atti sanguinari non viene volutamente mostrata nella miniserie, se ne respira comunque tutta l’angoscia preliminare. Come anche il prepotente intimo disagio di un ‘mostro’ a cui, come per tutti i mostri, non può mai interamente essere addossata la colpa – la responsabilità – di essere nato e diventato tale.
Anche in questo senso, però, in Per Elisa si rischia l’ennesima semplificazione, tingendo a foschissime tinte la severa e pesante atmosfera di casa Restivo. La frustrazione del padre nei confronti di un figlio, per così dire, venuto su storto – sentimento che aumenta drammaticamente con il passare del tempo – è cosa emotivamente potente, ma in alcun modo psicologicamente esplicativa della peculiare devianza di Danilo. Che viene attorialmente reso, per eccesso, a tratti troppo maniacalmente rispetto ad una realtà che – almeno a giudicare dalla carte processuali – lo dipingeva “all’apparenza innocuo”.
Per Elisa: tutto troppo semplice?
Tutto troppo semplice. O, per lo meno, troppo semplificato. E bisogna sempre diffidare dalle apparenze troppo semplici, siano o non siano dicotomiche (tipo Bene contro Male). Che spesso e volentieri sono stati, ahimè, i binari su cui scorrevano le nostrane fiction popolari. Dove un personaggio era buono o cattivo. Dove un’azione era giusta o sbagliata. Ciò non toglie comunque nulla a quanto di sconcertante presenta questa vicenda, a partire dal divieto di perquisire il luogo di culto potentino alla clamorosa chiusura dell’inchiesta (che come motivo della scomparsa adduceva l’allontanamento volontario di Elisa!).
Per Elisa è dunque un inedito ibrido tra una fiction targata RAI e il genere true crime – documentaristico o drammatizzato o entrambi che sia -, genere che va alla grande nell’ultimo decennio. E in particolare proprio grazie a Netflix. Non è forse un caso che la dirigenza italiana del colosso streaming abbia avuto un passato in quella RAI Fiction. O sì?
Sia come sia, questo non sarebbe per forza un male: alzare il livello, per così dire, soap di tanta serialità made in Italy, intendo quella della radiotelevisione nazionale, non è affare di poco conto. Ci sono sempre potenziali compromessi, praticamente ovunque ci si volti. Dal budget al pubblico dell’orario di cena. Se poi ci si mette dentro anche il tatto da usare con i ‘poteri forti’: “Perché tutti contro la Chiesa? Ci sono responsabilità anche di altri”, diceva al Corriere della Sera l’attuale Arcivescovo di Potenza dopo l’uscita dello show…
La coinvolgente scontatezza di Per Elisa
A conti fatti, la ricostruzione fattuale di Per Elisa, pur con tutti i leganti e tiranti produttivi di partenza, è un gioco al rialzo, non certo al ribasso. La qualità delle interpretazioni e la professionale maestria registica hanno in buona parte sopperito ad una scrittura che, seppur piuttosto coerente, non brilla certo altrimenti per audacia e profondità. E che, però, ha dalla sua la capacità di inquadrare immediatamente, e al dettaglio (là dove il diavolo si mostra o si nasconde, dipende: comunque sta), cosa erano gli anni Novanta. Iniziare con le note di Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883, è assolutamente significativo. Così come il lucchetto al telefono di casa, le cabine telefoniche ecc. Inutile dilungarsi oltre sul confronto con la contemporaneità.
L’attenzione e la cura filologiche assecondano l’intento pop divulgativo di un caso diventato emblematico – a forza di imbarazzanti ellissi investigative – per l’Italia tutta. Ritrovare una figlia e una sorella, assurdamente scomparsa, da una parte. Dall’altra, salvare il buon nome di una famiglia maledettamente bene. Da una parte non infangare l’istituzione ecclesiastica e non mettere in (ulteriore) imbarazzo inquirenti e procura. Dall’altra sacrificare l’intera propria esistenza – carriera e affetti – per trovare la verità.
Tutto dannatamente ed emotivamente coinvolgente, senza dubbio. Ma, a tratti, anche troppo troppo scontato… Perché non è mai la realtà ad essere (così) scontata. La sua narrazione, però, talvolta, sì.
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