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L’autunno 2025 ha riservato per gli amanti del genere chanbara — ovvero le storie di cappa e spada ambientate nel Giappone feudale — una serie accattivante e ben diretta: Last Samurai Standing.
Tratta dal romanzo Ikusagami del 2012 e poi adattata in un manga tuttora in pubblicazione, l’opera è approdata su Netflix con una prima stagione composta da sei episodi di 50 minuti ciascuno. Il buon riscontro di critica e pubblico ha già garantito il via libera per una seconda stagione. Che avrà il compito di chiudere le numerose linee narrative rimaste in sospeso dopo il sesto episodio.
Una produzione capace di soddisfare le aspettative del pubblico — con una trama semplice di lotta per la sopravvivenza — ma capace anche di profonde riflessioni.
Un affollamento di anime tragiche
Uno dei pregi della serie risiede nella capacità di delineare un gran numero di personaggi tragici e carismatici, ciascuno dotato di tratti psicologici interessanti. Tuttavia, va segnalato che forse, in questa prima stagione, i personaggi risultano quasi eccessivi per numero. Assistiamo all’uscita di scena prematura di figure che avrebbero meritato uno spazio maggiore per essere approfondite.
La trama orizzontale di Last Samurai Standing è talmente semplice da permettersi una miriade di deviazioni. Per quanto gli autori amino divagare, si torna sempre, quasi magneticamente, sulla strada principale. Eppure, l’horror vacui degli sceneggiatori ha fatto sì che in neppure sei ore di girato si affastellino eventi e flashback con una densità tale da lasciare, a tratti, perplessi. Non mancano momenti in cui la trama sfida apertamente la logica, privilegiando la suggestione visiva alla credibilità dei fatti.
Superato questo primo ostacolo, si apre un mondo di amarezza e disinganno: un lavoro che, attraverso le sue iperboli, squarcia il velo sulle contraddizioni storiche del Paese del Sol Levante.
Last Samurai Standing, oltre lo schema di Squid Game
Il filo conduttore di Last Samurai Standing è elementare. Alla fine del XIX secolo, 292 guerrieri vengono attirati in un tempio a Kyoto per un evento della massima importanza: un torneo di arti marziali che promette ai vincitori la somma esorbitante di 100.000 Yen.
Siamo in un Giappone stremato dalla guerra civile conclusa pochi anni prima e dall’espandersi di una terribile epidemia di colera. Sono molti i disperati che si presentano al tempio, tra cui l’ex samurai Shujiro. Un uomo che ha appena perso una figlia a causa della pestilenza e che vede in quel premio l’unica possibilità di salvare ciò che resta della sua famiglia.
Una volta radunati, i partecipanti scoprono la terribile verità: dovranno partecipare a un gioco chiamato “Kodoku”. Ciascuno riceve una targhetta numerata e deve superare sette checkpoint sulla strada da Kyoto a Tokyo entro un mese. Per avanzare, è necessario accumulare punti sottraendo le targhette agli altri concorrenti. È l’inizio di una carneficina.
Shujiro, inizialmente paralizzato dall’orrore, si risveglia per aiutare Futaba, una giovane partecipante che gli ricorda dolorosamente la figlia perduta. Ma il passato lo insegue: Shujiro viene riconosciuto come “Kokushu, il Macellaio”, e un altro spietato partecipante inizia a dargli la caccia, guidato non dal desiderio di denaro, ma da una cieca e pura sete di sangue. Il tutto avviene sotto lo sguardo di quattro uomini facoltosi che osservano la partita come uno spettacolo privato, ringraziando l’organizzatore per l’invito.
Questa premessa — il torneo a eliminazione con un montepremi milionario — ha spinto molti a definire Last Samurai Standing come una sorta di “Squid Game in salsa samurai“. Per fortuna, la serie è molto di più. L’idea del survival game attinge a schemi già consolidati nel cinema e nei fumetti orientali (basti pensare ad Alice in Borderland o Kaiji: Ultimate Survivor).
Il vero punto di contatto con la serie coreana è però sociologico. Come in Squid Game, l’élite economica non si sporca le mani, ma crea un sistema di disperazione in cui i poveri si scannano tra loro. Il samurai combatte contro persone che sono, come lui, vittime di un ingranaggio più grande. È una violenza priva di vera catarsi: Shujiro potrà anche vincere ogni duello fisico, ma resta impotente contro la struttura invisibile del potere moderno.
L’alba del periodo Meiji: un’amputazione culturale
Quale epoca storica sarebbe stata migliore, per mostrare una società in brutale mutamento, se non l’alba del periodo Meiji?
Nel 1868, con la fine dello shogunato Tokugawa, il Giappone si aprì forzatamente all’Occidente. Ai nobili feudatari si sostituì una nuova classe dirigente che vestiva alla moda europea e girava in automobile. Ma erano davvero i rappresentanti di un mondo nuovo? O erano solo l’ennesima mutazione di un’élite capace di sfruttare le disgrazie umane?
I vecchi Daimyo si trasformarono nei nuovi capitani d’industria. Cambiarono il kimono con il frac, mantenendo però la medesima spietatezza. In questo scenario, i samurai rimasero gli unici a credere nel vecchio contratto sociale, mentre i loro superiori cambiavano divisa per continuare a dominare. Il progresso portò navi e industrie, ma uccise la dimensione spirituale dell’individuo. Sostituendola con il profitto e la gerarchia aziendale.
Questa non fu una transizione dolce, ma una vera amputazione culturale. L’editto Haitōrei, che vietava di portare le spade in pubblico, rese un’intera classe sociale improvvisamente fuorilegge. Immaginate l’impatto: uomini che per secoli erano stati il braccio e l’anima della nazione si ritrovarono a mendicare o a morire nell’anonimato.
La spada contro il tempo
Per questo, quella di Shujiro è una spada che si spezza non contro un nemico di carne, ma contro l’avanzare del tempo. Il protagonista di Last Samurai Standing capisce che nessuna vittoria sul campo potrà fermare il cambiamento del mondo. Egli è consapevole della propria obsolescenza: è l’ultimo guardiano di un tempio che è già stato abbattuto.
Shujiro è un uomo stretto nella morsa di un futuro che lo respinge e di un passato che lo tormenta. L’appellativo di “Macellaio” non gli è stato dato per caso. Alle atrocità compiute in gioventù si somma l’impotenza di fronte alle recenti tragedie familiari. Forse il suo anacronismo non è solo una scelta stilistica, è una punizione.
Non è un eroe puro; è un uomo che ha tradito le aspettative e che porta sulle spalle il peso delle innumerevoli vite spezzate. Si attiene al codice del Bushido non per orgoglio, ma per penitenza. Il rapporto con la giovane Futaba non è semplice cavalleria: lei è il simulacro della figlia che non ha saputo salvare. Proteggerla significa cercare di riscattare un passato immutabile. Ogni colpo di katana è un tentativo disperato di lavare il sangue vecchio con sangue nuovo, trasformando la sua missione in un lungo e violento percorso di espiazione.
Last Samurai Standing e l’eredità dei Sette Samurai
In definitiva, Last Samurai Standing è una riflessione sulla tragedia dell’etica in un mondo cinico. Il suo codice è diventato la sua prigione: lo rende l’ultimo uomo etico in un universo nichilista, condannandolo però a una solitudine assoluta. La sua spada è perfetta, ma è inutile contro un male che non ha volto e che non accetta duelli onorevoli.
Qui torna la tragica consapevolezza dell’inutilità del guerriero che già vibrava ne I Sette Samurai. Come nel capolavoro di Kurosawa del 1954, il samurai combatte per proteggere i deboli, sapendo che a battaglia finita rimarrà un emarginato.
La celebre frase finale del film — “I vincitori sono i contadini, non noi” — riecheggia in tutta la serie. La società moderna, i “contadini” di oggi, sopravvive e prospera. Per il guerriero e il suo onore non c’è più posto.
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